IMPERFETTO
WINNER Daisy Peluso
+ 1IMMAGINE SEGNALATA Giovanna Del Magno, Valeria Di Santo, Isabella Ghilarducci, Donatella Sarchini








In un’epoca ossessionata dalla post-produzione, dove ogni immagine è levigata fino all’irrealtà e ogni ruga viene bandita come un errore di sistema, le nostre Wunderkammern ospitano la mostra collettiva “Imperfetto”, una sorta di atto di resistenza visiva. Non è una celebrazione della sciatteria, ma una ricerca archeologica e profonda dell’umano. L’imperfezione qui non è intesa come mancanza, ma come aggiunta: è quel “di più” di vita che sborda dai contorni rigidi dei canoni estetici, è la crepa attraverso cui, come cantava Leonard Cohen, entra la luce.
“Ring the bells that still can ring Forget your perfect offering There is a crack, a crack in everything That’s how the light gets in.”
A guidare questa indagine sono le opere della vincitrice, Daisy Peluso. Il suo lavoro colpisce per la capacità di trasformare il corpo in un manifesto politico ed estetico. Peluso non si limita a ricreare classici della pittura mostrandone il belletto, ma inscena un dialogo ironico e tagliente tra il passato (le nostre radici, la cultura che ci ha plasmato) e un futuro che rischia di essere asettico. Le sue opere sono un monito contro i “modelli innaturali e plastici” che generano esclusione. C’è una consapevolezza quasi teatrale: il corpo imperfetto diventa custode di fragilità e, proprio per questo, di unicità inestimabile. L’artista stessa dichiara: “paragonando l’essere umano ad un’opera d’arte, bella, profonda e dal valore inestimabile, accentuando gli aspetti caratterizzanti il soggetto (nonché la stessa artista) e la cultura di appartenenza, gli scatti nonostante la velata ironia, indagano sugli effetti del presente sul passato e sulle ripercussioni del primo sul futuro, a favore di una riscoperta del bello imperfetto e di una valorizzazione del corpo, custode di fragilità e unicità. Un ciclo in cui solo la giusta consapevolezza di sé stessi e l’amore verso il diverso, può portare all’epilogo per un finale diverso”
Attorno a questo nucleo centrale, ruotano quattro voci che, come in un coro polifonico, declinano l’imperfezione in sfumature intime e materiche.
Giovanna Del Magno ci porta davanti allo specchio, l’oggetto più temuto e amato. Nella sua opera “Lo specchio incrinato”, il difetto dell’oggetto (la crepa fisica del vetro) diventa metafora della condizione umana. Del Magno frammenta il riflesso per ricomporre l’identità: le cicatrici e le rughe non sono incidenti di percorso, ma la mappa del viaggio. La sua è una poetica della resistenza quotidiana, dove la “perfezione nemica della felicità” viene sconfitta dalla bellezza e dal conforto che l’imperfezione ci regala. Afferma Del Magno che l’imperfezione parte dallo specchio medesimo, ma proprio questo suo difetto lo rende consueto, routinario: “lo specchio stesso è imperfetto – ha una sottile crepa nell’angolo superiore destro, risultato di un trasloco maldestro. A volte penso di sostituirlo, ma poi mi rendo conto che quella crepa è diventata parte della mia routine quotidiana, come le macchie di caffè sulla tovaglia della colazione o il cigolìo della porta del bagno.”
Su una frequenza simile vibra il lavoro di Valeria Di Santo, che focalizza il suo obiettivo sul corpo come archivio biologico. Per Di Santo, le rughe sono “parole non dette”. C’è una dolcezza disarmante nel suo approccio: l’imperfezione qui diventa sinonimo di pienezza. Una pelle liscia, levigata è una pagina bianca; il braccio di chi da anni si dedica al lavoro è un romanzo. La sua ricerca è un omaggio alla verità della carne, alle mani segnate dalla fatica e dalle storie che hanno vissuto, al duro lavoro quotidiano che modifica, assieme al tempo, i nostri corpi, rendendoli veri, concreti. Scrive Di Santo:” Non esiste bellezza più autentica di questa: quella che non insegue la perfezione, ma abbraccia ogni sfumatura dell’essere umano. Vorrei rendere omaggio a chi porta con sé il fascino delle proprie storie, delle proprie cicatrici, della propria unicità. Perché è proprio nell’imperfetto che brilla la vera essenza della vita”.
Isabella Ghilarducci introduce la variabile fondamentale di questa equazione: il Tempo. In “Sentimenti diacronici”, l’artista ci suggerisce che l’imperfezione è figlia del divenire. Vivere significa consumarsi, cambiare, evolvere. La saggezza non è statica, e la consapevolezza che Ghilarducci mette in scena è quella di chi ha capito che l’errore è necessario per la crescita. Il suo lavoro è un invito ad accettare la “diacronia”, lo scorrere inesorabile che ci rende imperfetti ma vivi. Ancora una volta è la pelle delle mani a essere protagonista: mani che hanno una vita da raccontare, capelli in cui i fili bianchi significano passioni, preoccupazioni, gioie e dolori. Scrive l’artista che “Vivere presuppone necessariamente tempo: tempo per amare, per sentire, per incontrare. Questo tempo ci rende saggi, consapevoli delle imperfezioni…”
Infine, Donatella Sarchini allarga lo sguardo dall’intimità del corpo allo spazio che abitiamo. Con la sua opera “Riflessi invadenti”, Sarchini interpreta l’imperfezione come un “tradimento” delle aspettative che si rivela salvifico. È il riflesso che sporca e confonde la vetrina impedendoci di guardare oltre, costringendoci a guardare noi stessi e in noi stessi. L’imperfezione è la scintilla del caos che riorganizza l’armonia, l’elemento di discontinuità che ci ricorda quanto siamo effimeri e cangianti, la necessità di andare oltre. Scrive l’artista: “Un riflesso di luce sui vetri, che impedisce al nostro sguardo di soddisfare la curiosità per l’ambiente che traspare all’interno, è comunque utile per indagare la nostra immagine riflessa…”
In conclusione, questa mostra ci insegna che l’imperfezione non è un difetto da correggere con un filtro digitale, ma l’unica prova tangibile della nostra esistenza. Come dimostrano Daisy Peluso e i quattro artisti segnalati, l’arte non deve aspirare alla perfezione, ma provare ad avvicinarci il più possibile alla verità, sempre e comunque con la v minuscola. E tale verità, per fortuna, è magnificamente, storicamente, immancabilmente imperfetta.
Aldo Torrebruno

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