
Beatrice Raffaele | Fotografa Under35
Nell’era dell’iper-esposizione del volto e del selfie compulsivo, questa serie fotografica compie un atto di sottrazione radicale: elimina l’identità facciale per restituirci l’identità del sentimento. Si tratta di un vero e proprio racconto; non una serie di ritratti di famiglia, ma una grammatica dei legami che costruisce la narrazione a partire dal dettaglio.
Protagoniste assolute sono le mani, in una sorta di focalizzazione dal “chi” al “come”, realizzata attraverso una sineddoche emotiva: la parte per il tutto. Le mani non mentono mai. Se il volto è la maschera sociale – capace, come insegna il famoso effetto Kulesov, di dare senso al montaggio ma anche di camuffare e fingere – le mani sono l’inconscio che agisce. Sono il gesto che ci mette in una comunicazione più reale, tangibile, con l’altro.
La sequenza narrativa si snoda attraverso un bianco e nero denso, quasi materico, che azzera il rumore cromatico per esaltare le texture: la ruvidità della carta di giornale, la morbidezza della maglia, la levigatezza della pelle. Osserviamo una progressione che è, al contempo, biologica e spirituale:
- L’Attesa e la Promessa: Il mazzo di fiori celato dietro la schiena non è solo un dono, è la sospensione del tempo prima dell’incontro. Le mani che si sfiorano camminando raccontano di un equilibrio in via di definizione. Si arriva così all’unione, alla fiducia, alla genesi del nucleo.
- La Custodia: Le immagini del grembo materno, cinto da un intreccio di dita maschili e femminili, trasformano il corpo in architettura. Non è solo carne: è rifugio strutturale, è attesa, è promessa di futuro.
- L’Appartenenza: L’arrivo della nuova vita è documentato attraverso la dimensione scalare. Il pugno minuscolo del neonato, i piedi sorretti dai palmi adulti, il naso che preme contro il petto. Qui si rende evidente l’esperienza di Beatrice Raffaele, capace di indagare come il “micro” possa diventare letteralmente l’unità di misura dell’amore.
Lo stile visivo richiama una certa fotografia umanista, depurata però da ogni vezzo nostalgico. Non si cerca la perfezione estetica astratta, ma l’empatia. Questo non esclude la precisione: c’è una rigorosa geometria negli intrecci, nelle dita che si chiudono, negli anelli che segnano patti silenziosi. I contrasti tattili tra i tessuti (il gessato dell’abito maschile contro la morbidezza della pelle) tentano di restituire allo sguardo ciò che solitamente appartiene al tatto.
Le foto, esposte nelle nostre piccole camere delle meraviglie, ci invitano a guardare “dentro” le cose, oltre la superficie dell’evento celebrativo. Ci ricordano che la vita non accade nei grandi proclami, ma nella pressione impercettibile di un polpastrello, nel calore di un abbraccio dove non serve osservare i volti: ci basta immaginarli. Quella che emerge è una narrazione fatta di contatti. In un mondo che si allontana, queste immagini ci costringono a ricordare la nostra forma di comunicazione originaria: quella basata sulla fiducia dei corpi, fondamento profondo su cui poggia tutto ciò che verrà dopo.
Aldo Torrebruno
VERNICE: Domenica 14 dicembre, ore 16.30
Circuiti Dinamici, Via Giovanola 21/c Milano [MM2 Abbiategrasso]












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