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SAVE THE DATE! Silvia Majocchi | 14.01.2024

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La mostra che ospitiamo nelle nostre piccole bacheche, le “Wunderkammern Effimere”, accoglie le intriganti opere di Silvia Majocchi, mettendo in evidenza, in particolare, la sua serie scultorea “44 gatti”. Queste sculture, realizzate in cartapesta, nascono da un percorso artistico unico e diversificato. Silvia, attraverso le sue esperienze in contesti geografici vari, ha infatti sapientemente integrato influenze e limitazioni di ogni luogo in cui ha vissuto e operato, nel proprio processo creativo. Questa serie nasce sulla scorta di un’esigenza, maturata nell’artista di superare, tramite un processo di sublimazione, la perdita del proprio gatto, compagno di vita per 20 anni, e al contempo vengono concepite in risposta ad una situazione concreta. Le prime sculture delle serie vengono infatti realizzate a Mumbai, concepite in risposta alle difficoltà logistiche incontrate dall’artista nella prosecuzione del proprio lavoro precedente con la ceramica, a causa della difficoltà nel reperire strumenti e materiali adeguati nella metropoli indiana. Ma l’artista non si ferma davanti a condizionamenti logistici, così in queste opere, Majocchi utilizza materiale riciclato e disponibile nel contesto in cui si trova, come le pagine del Mumbai Mirror, creando figure di gatti che combinano una struttura interna di carta e scotch con una finitura in cartapesta.

Il realismo è da sempre un aspetto distintivo delle sculture di Majocchi, che cerca di avvicinarsi il più possibile al vero, di catturare non solo l’aspetto fisico dei gatti, ma anche le loro espressioni, gli atteggiamenti e le emozioni quotidiane. 

Inoltre, se da un lato è naturale pensare alla dicotomia gatto-topo, non è possibile ignorare il richiamo, nell’utilizzo dei topi, all’uso simbolico di questi animali in opere come quelle di Banksy, dove il topo è spesso rappresentato come una coscienza critica della società. Questo parallelismo rinforza ulteriormente le tematiche di Majocchi sulla connessione e la convivenza piuttosto che la dominanza nell’interazione tra umani e animali, aprendo interessanti riflessioni su questo rapporto, in particolare nel contesto della filosofia di Derrida sulla distinzione antropocentrica tra uomo e animale, analizzata nel testo L’animale che dunque sono. Majocchi, attraverso le sue opere, solleva domande provocatorie sulla presunta superiorità umana e sul modo in cui definiamo e utilizziamo gli animali nella nostra cultura. Noi, sostiene Derrida, abbiamo preteso di prendere le distanze, come umani, dal resto del regno animale, ci siamo arrogati il diritto di essere superiori. Nella cultura occidentale, infatti, abbiamo sin dagli albori definito gli animali come qualcosa di totalmente altro da noi, e inevitabilmente inferiore a noi e in un certo senso funzionale alla nostra esistenza (il gatto come cacciatore di topi, il cane come ausilio nella caccia, il bue come forza motrice dell’aratro), dimenticandoci la nostra stessa natura. La domanda che ribalta la prospettiva è quindi: “non si tratta solo di domandarsi se abbiamo il diritto di rifiutare questo o quel diritto all’animale […], ma si tratta anche di domandarsi se ciò che si chiama uomo ha il diritto di attribuire all’uomo, quindi di attribuirsi, ciò che egli rifiuta all’animale, e se ne ha mai il concetto puro, rigoroso, indivisibile, in quanto tale”. 

La mostra ci invita a un’osservazione libera da preconcetti, esortandoci a riconoscere la rappresentazione animale non come un “altro” da noi, ma piuttosto come un riflesso, un’interrogazione, e un accompagnamento al nostro essere nel mondo. Questo richiamo a una prospettiva più olistica e inclusiva è ciò che rende queste opere non solo esteticamente affascinanti, ma anche profondamente significative.

Aldo Torrebruno

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VERNICE Domenica 14 gennaio, ore 18
Circuiti Dinamici, via Giovanola 21/C Milano

CURATELA microbo.net
La mostra rimarrà aperta nei giorni di: mercoledì (ore 15-17), giovedì e venerdì (ore 17-19) fino al 1 febbraio e dal 4 al 16 febbraio 2024.

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