Un viaggio tra le città dei segni
Le tracce di segni sulle superfici, città immaginarie, che sorgono dal segno e si fanno parola, segno che diviene astratto e mutevole fin quasi a negarsi e poi torna potentemente, diviene trama e come tale torna alla città: molti sono i fili e le suggestioni visive che si intrecciano in questa collettiva microRoom.
Si inizia con i segni di Francesca Modotti, con la loro fisicità, con la loro granularità che sembra invitarci a sfiorarli, a sentirne la consistenza sotto le dita, per passare poi alle città di Fulvio Dot, alle sue case lunghissime che sembrano essere in cerca di fondamenta che non ci sono, e che sfumano in segni che diventano parole. La stessa parola scritta che perde il suo significato ed entra in gioco solo come significante, e quindi ancora come segno, nell’opera di Gian Luca Maggiani, fa da confine e al contempo da contraltare - con la sua nitidezza bianca e nera - al gioco di segni fragili appena intellegibili che le parole circondano. Fragilità ed instabilità che ci conducono alle mutevoli sculture di Maffia Rocca: in questo caso il segno è cangiante, pronto a modificarsi sotto i nostri occhi, sensibile all’ambiente che lo può trasformare. Il processo di astrazione si compie grazie a Rita Mari: se da un lato il segno, pixelato, finisce col perdere ancora una volta una sua intelligibilità significativa, dall’altro diviene trama, una trama quasi biologica, una corteccia d’albero, quegli stessi alberi che, con Silvia Rossi, vediamo collocarsi - come segni - davanti ai palazzoni di una città altrimenti senza vita. Presentazione | Aldo Torrebruno