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<title>microSpace - microRoom</title><description> </description>
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<copyright>microbo.net</copyright>
<itunes:subtitle>microbo.net</itunes:subtitle>
<itunes:author>microbo.net</itunes:author>
<itunes:summary>Tutte le mostre realizzate da microbo.net</itunes:summary>
<description>Tutte le mostre realizzate da microbo.net: mostre personali microSpace dedicate ai giovani artisti vincitori del concorso microSpaceCompetition e mostre collettive microRoom aperte a tutti gli artisti selezionati dai curatori</description>
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	<itunes:name>microbo.net</itunes:name>
	<itunes:email>info@microbo.net</itunes:email>
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<title>No war, please! Anteprima</title>
<description>Anteprima della mostra No war, please! ospitata presso il Circolo Culturale Bertolt Brecht di Milano dall'11 gennaio 2010. Opere di: Alberto Maria Maderna, Aleksandra Erderljan, Alessandro Bombardini, Alessia Brozzetti, Alma Islambegovic, Andrea Margheriti, Andreina Argiolas, Anna Epis, Antonella Prota Giurleo, Antonio Eusebio, Antonio La Malfa, Antonio Marciano, Antonio Sassu, Barbara Crimella, Cadi Salama, Calogero Marrali, Calogero Tuzze', Claudio Parentela, Claus (Claudia Lauro), Cristina Cattaneo, Cristina De Marchi, Davide Di Taranto, Domenico Severino, Eleonora Pullano, Elidon Mucaj, Elvira Vera Mauri, Erika Riehle, Fran Forman, Frances Crocetti, Francesco Lasalandra, Gabriela Diana Gavrilas, Gerardo Marzullo, Giada Fioramonti, Gian Paolo Ciurlo, Gianluca Centrone, Gianna Maria Pesce, Giuliano Cotellessa, Giuseppe D'Alia, Ilaria Dolino, Leo Nilde Carabba, Lia Battaglia, Luca Biondi, Luca Squarcialupi, Luigi Caiffa, Marcella Zardini, Marco Bellomi, Marco Lamanna, Margherita Calzoni, Maria Elena Borsato, Maria Sabina Segatori, Marianna Mendozza, Mariano Bellarosa, Marilde Magni, Marta Idda Maryse Marconi, Me and Jesus (Salvatore Palazzo), Meliha Druzic, Michele Cutrano, Mirta Caccaro, Nadia Magnabosco, Nadia Sabbioni, Olga Vanoncini, Ornella Garbin, Paolo Camplone, Paolo Chirco, Paolo Ollano, Patrizia Pecorella, Roberto Contini, Rosa Maria Taffaro, Rosalba Cutrano, Rosanna Giani, Ruggero Maggi, Santina Chirulli, Santo Giunta, Sebastiana Vitello, Simona Vajana, Stefania Recalcati, Stefano Vitellaro, Tijana Kojic, Tiziana Rosmini, Valentina Berna Berionni, Valentina Majer, Veronica Menni, Vincenzo Inrgasci', Vincenzo Todaro. A cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Mindthings</itunes:author>
<itunes:subtitle>powered by microbo.net</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Anteprima della mostra No war, please! ospitata presso il Circolo Culturale Bertolt Brecht di Milano dall'11 gennaio 2010. Opere di: Alberto Maria Maderna, Aleksandra Erderljan, Alessandro Bombardini, Alessia Brozzetti, Alma Islambegovic, Andrea Margheriti, Andreina Argiolas, Anna Epis, Antonella Prota Giurleo, Antonio Eusebio, Antonio La Malfa, Antonio Marciano, Antonio Sassu, Barbara Crimella, Cadi Salama, Calogero Marrali, Calogero Tuzze', Claudio Parentela, Claus (Claudia Lauro), Cristina Cattaneo, Cristina De Marchi, Davide Di Taranto, Domenico Severino, Eleonora Pullano, Elidon Mucaj, Elvira Vera Mauri, Erika Riehle, Fran Forman, Frances Crocetti, Francesco Lasalandra, Gabriela Diana Gavrilas, Gerardo Marzullo, Giada Fioramonti, Gian Paolo Ciurlo, Gianluca Centrone, Gianna Maria Pesce, Giuliano Cotellessa, Giuseppe D'Alia, Ilaria Dolino, Leo Nilde Carabba, Lia Battaglia, Luca Biondi, Luca Squarcialupi, Luigi Caiffa, Marcella Zardini, Marco Bellomi, Marco Lamanna, Margherita Calzoni, Maria Elena Borsato, Maria Sabina Segatori, Marianna Mendozza, Mariano Bellarosa, Marilde Magni, Marta Idda Maryse Marconi, Me and Jesus (Salvatore Palazzo), Meliha Druzic, Michele Cutrano, Mirta Caccaro, Nadia Magnabosco, Nadia Sabbioni, Olga Vanoncini, Ornella Garbin, Paolo Camplone, Paolo Chirco, Paolo Ollano, Patrizia Pecorella, Roberto Contini, Rosa Maria Taffaro, Rosalba Cutrano, Rosanna Giani, Ruggero Maggi, Santina Chirulli, Santo Giunta, Sebastiana Vitello, Simona Vajana, Stefania Recalcati, Stefano Vitellaro, Tijana Kojic, Tiziana Rosmini, Valentina Berna Berionni, Valentina Majer, Veronica Menni, Vincenzo Inrgasci', Vincenzo Todaro. A cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Sun, 10 Jan 2010 20:11:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, anna epis, aldo torrebruno, no war</itunes:keywords>
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<title>microRoom: L'uomo nuovo</title>
<description>Subliminale, idealizzato, quantizzato, schematizzato, scomposto e ricomposto, mutato di forma, cambiato di posto, di destinazione, d’uso, renderizzato, elettrificato, bioingegnerizzato. Questo è l’uomo di oggi, come viene descritto dai giovani artisti che danno vita a questa collettiva microRoom.
Il percorso può partire da Alessia Gatti, che scompone nella logica da settimana enigmistica sia il luogo principe del pensiero, sia il suo strumento. Così la testa annega nel nitore ottico di definizioni orizzontali e verticali, che permeano l’ambiente circostante. Ambiente che trae la propria energia, come è ovvio, dalla presa di corrente elettrica - oggettivata e portata ad una sorta di dimensione sovra-reale, nell’opera di Linda Antonietti. Così, dall’uomo ridotto a schema e dall’energia elettrica, prende forma l’uomo privato dei suoi orpelli, schematizzato e computerizzato, in fase di pre-rendering che ci offre Luca Lillo. Ma una volta digitalizzato - secondo le caratteristiche proprie del medium - Massimiliano Pelletti ci mostra che l’uomo può diventare altro: la forma resta la stessa, è vero, ma può cambiare sia la destinazione (perché non produrre crani surgelati precotti, da tenere in frigo pronti per l’uso?) sia la forma da montare sulla struttura base, ed ecco quindi una pelle fatta di biscotti per cani. Ovviamente questo uomo nuovo, tecnologico, reigegnerizzato, non può rivolgersi per i suoi bisogni spirituali alle divinità tradizionali, ma ha bisogno di idoli nuovi, adatti a lui e alla sua “augmeted reality”. Vader Vroom ci propone - a tal fine - interessanti sincretismi: dalla donna con tre tette santificata dal contatto con una scultura sacra lignea, fino all’angelo dall’aureola al neon, più moderno e al passo coi tempi. Difficile dare un giudizio di valore, o etico a queste visioni: forse è meglio lasciare che ci provochino, che ci pongano delle domande su ciò che siamo, su ciò che possiamo diventare, su ciò che saremo. Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Massimo Teggi</itunes:author>
<itunes:subtitle>Linda Antonietti, Alessai Gatti, Luca Lillo, Massimiliano Pelletti, Vader Vroom</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Subliminale, idealizzato, quantizzato, schematizzato, scomposto e ricomposto, mutato di forma, cambiato di posto, di destinazione, d’uso, renderizzato, elettrificato, bioingegnerizzato. Questo è l’uomo di oggi, come viene descritto dai giovani artisti che danno vita a questa collettiva microRoom.
Il percorso può partire da Alessia Gatti, che scompone nella logica da settimana enigmistica sia il luogo principe del pensiero, sia il suo strumento. Così la testa annega nel nitore ottico di definizioni orizzontali e verticali, che permeano l’ambiente circostante. Ambiente che trae la propria energia, come è ovvio, dalla presa di corrente elettrica - oggettivata e portata ad una sorta di dimensione sovra-reale, nell’opera di Linda Antonietti. Così, dall’uomo ridotto a schema e dall’energia elettrica, prende forma l’uomo privato dei suoi orpelli, schematizzato e computerizzato, in fase di pre-rendering che ci offre Luca Lillo. Ma una volta digitalizzato - secondo le caratteristiche proprie del medium - Massimiliano Pelletti ci mostra che l’uomo può diventare altro: la forma resta la stessa, è vero, ma può cambiare sia la destinazione (perché non produrre crani surgelati precotti, da tenere in frigo pronti per l’uso?) sia la forma da montare sulla struttura base, ed ecco quindi una pelle fatta di biscotti per cani. Ovviamente questo uomo nuovo, tecnologico, reigegnerizzato, non può rivolgersi per i suoi bisogni spirituali alle divinità tradizionali, ma ha bisogno di idoli nuovi, adatti a lui e alla sua “augmeted reality”. Vader Vroom ci propone - a tal fine - interessanti sincretismi: dalla donna con tre tette santificata dal contatto con una scultura sacra lignea, fino all’angelo dall’aureola al neon, più moderno e al passo coi tempi. Difficile dare un giudizio di valore, o etico a queste visioni: forse è meglio lasciare che ci provochino, che ci pongano delle domande su ciò che siamo, su ciò che possiamo diventare, su ciò che saremo. Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis</itunes:summary>
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<pubDate>Sun, 15 Nov 2009 00:01:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, anna epis, aldo torrebruno, Linda Antonietti, Alessai Gatti, Luca Lillo, Massimiliano Pelletti, Vader Vroom, Massimo Teggi</itunes:keywords>
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<title>microSpace: Claudia Matta</title>
<description>Il filo del discorso è il titolo di questa serie di opere di Claudia Matta. Attraverso la gestualità delle mani, e attraverso il filo che le collega, che rappresenta - anche graficamente - il trait d'union, l'artista intreccia un dialogo con Anna. Tale dialogo si svolge in due lingue, e percorre i due fronti delle mani, utilizzando caratteri corsivi latini e maiuscoli cirillici. Anche i gesti delle mani (che riecheggiano, nella loro rappresentazione quasi in fotocopia, le avanguardie russe, aggiungendo suggestione al dialogo) concorrono ad unire i due linguaggi, creano il dialogo. Dialogo che è da un lato il seguire del filo logico (anche etimologicamente: dia-logos, ovvero attraverso la logica lineare, nel nostro caso tracciata dal filo) e dall'altro è poesia, introspezione, sensazioni appena accennate lungo il palmo e il dorso delle mani. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno
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<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Stidiek</itunes:author>
<itunes:subtitle>Vincitore Novembre 2009</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Il filo del discorso è il titolo di questa serie di opere di Claudia Matta. Attraverso la gestualità delle mani, e attraverso il filo che le collega, che rappresenta - anche graficamente - il trait d'union, l'artista intreccia un dialogo con Anna. Tale dialogo si svolge in due lingue, e percorre i due fronti delle mani, utilizzando caratteri corsivi latini e maiuscoli cirillici. Anche i gesti delle mani (che riecheggiano, nella loro rappresentazione quasi in fotocopia, le avanguardie russe, aggiungendo suggestione al dialogo) concorrono ad unire i due linguaggi, creano il dialogo. Dialogo che è da un lato il seguire del filo logico (anche etimologicamente: dia-logos, ovvero attraverso la logica lineare, nel nostro caso tracciata dal filo) e dall'altro è poesia, introspezione, sensazioni appena accennate lungo il palmo e il dorso delle mani. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno
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<pubDate>Tue, 10 Nov 2009 14:12:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, claudia matta, anna epis, aldo torrebruno</itunes:keywords>
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<title>microRoom: Un ambiguo malanno alla luce del sole</title>
<description>"O Zeus, perché dunque hai messo fra gli uomini un ambiguo malanno, portando le donne alla luce del sole?" Così, Ippolito si rivolgeva al padre degli dei, in nome di Euripide, apostrofando le donne, amaro e inesorabile. Un "ambiguo malanno" alla luce del sole. Le donne attraversano la storia, l’hanno fatta e l’hanno cambiata, ne sono uscite mutate esse stesse. Eppure il segreto più vivido dell’animo femminile è nascosto in un universo delicato e selvaggio, un mondo a sé, incompreso e a volte incomprensibile persino a se stesso. Fantasmagoria di luci e ombre, voci di dentro e silenzi improvvisi che ci lasciano confusi, interdetti, ammaliati. Stranezze e follie leggere ci tengono aggrappate alle nostre fissazioni come un lucchetto intorno al cuore gelato. Colori accesi di energia sempre nuova inondano il nostro spazio dell’anima ritraendosi poi in una eterna risacca, rinnovandosi pur nella caducità delle cose. Una donna è il suo cuore vagante, legato all’istinto come un aquilone cullato dalla brezza. Una donna è nel contempo bambina e madre di se stessa, realista e sognatrice, tanto impaurita del mondo da doverlo guardare attraverso un vetro, eppure curiosa di librarsi sulla realtà, di misurarla dall’alto. Una donna è il suo pensiero ribelle, non sempre e, per fortuna non sempre, “fatina” agli occhi del mondo. Inafferrabile e bugiarda, cuore cangiante, eppure pronta a riscattarsi, come il burattino alla fine della storia. Un universo parallelo, dunque, quello femminile, forte e fantasioso, vivificato da una passione creativa a volte assopita, ma sempre pronta a rinascere, zampillare feconda alla luce del sole. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Frozen Silence</itunes:author>
<itunes:subtitle>Maria Grazia Canale, Anna Godeassi, Nadia Magnabosco, Barbara Mancini, Vincenzo Pioggia</itunes:subtitle>
<itunes:summary>"O Zeus, perché dunque hai messo fra gli uomini un ambiguo malanno, portando le donne alla luce del sole?" Così, Ippolito si rivolgeva al padre degli dei, in nome di Euripide, apostrofando le donne, amaro e inesorabile. Un "ambiguo malanno" alla luce del sole. Le donne attraversano la storia, l’hanno fatta e l’hanno cambiata, ne sono uscite mutate esse stesse. Eppure il segreto più vivido dell’animo femminile è nascosto in un universo delicato e selvaggio, un mondo a sé, incompreso e a volte incomprensibile persino a se stesso. Fantasmagoria di luci e ombre, voci di dentro e silenzi improvvisi che ci lasciano confusi, interdetti, ammaliati. Stranezze e follie leggere ci tengono aggrappate alle nostre fissazioni come un lucchetto intorno al cuore gelato. Colori accesi di energia sempre nuova inondano il nostro spazio dell’anima ritraendosi poi in una eterna risacca, rinnovandosi pur nella caducità delle cose. Una donna è il suo cuore vagante, legato all’istinto come un aquilone cullato dalla brezza. Una donna è nel contempo bambina e madre di se stessa, realista e sognatrice, tanto impaurita del mondo da doverlo guardare attraverso un vetro, eppure curiosa di librarsi sulla realtà, di misurarla dall’alto. Una donna è il suo pensiero ribelle, non sempre e, per fortuna non sempre, “fatina” agli occhi del mondo. Inafferrabile e bugiarda, cuore cangiante, eppure pronta a riscattarsi, come il burattino alla fine della storia. Un universo parallelo, dunque, quello femminile, forte e fantasioso, vivificato da una passione creativa a volte assopita, ma sempre pronta a rinascere, zampillare feconda alla luce del sole. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis</itunes:summary>
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<pubDate>Sun, 18 Oct 2009 23:58:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, barbara di santo, anna epis, aldo torrebruno, Maria Grazia Canale, Anna Godeassi, Nadia Magnabosco, Barbara Mancini, Vincenzo Pioggia</itunes:keywords>
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<title>microSpace: Aleph Tonetto</title>
<description>Le opere di Aleph Tonetto appaiono come liminali: spazi in cui il confine tra uomo e cosmo che lo circonda diviene visibile. La medesima materia, il ferro, assume i contorni dell'infinito geometrico, razionale della prospettiva e si fa piano cartesiano - estremamente umano nella suo essere denso di significato, chiaro e distinto - ma al contempo, oltre il confine, al di là del limes, grazie all'azione corrosiva dell'acido, richiama alla mente l'infinito di maggiore e straordinaria potenza della natura, in tutte le sue rappresentazioni. Basta osservare il confronto tra la prospettiva del suolo e ciò che fluttua nella zona aerea delle opere di Tonetto, per restare impressionati dall'equilibrio che si crea tra queste due zone, per percepire il confine come luogo di conoscenza e scambio. La stessa natura del ferro diviene ambivalente, attraverso una doppia metafora: da un lato l'azione "naturale" dell'ossidazione, dall'altro la capacità dell'artista di orientarla verso la ricerca di significati precisi. Attraverso queste opere si ha la sensazione di "sporgersi oltre", di "affacciarsi sull'ulteriore". Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno
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<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Djad</itunes:author>
<itunes:subtitle>Vincitore Ottobre 2009</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Le opere di Aleph Tonetto appaiono come liminali: spazi in cui il confine tra uomo e cosmo che lo circonda diviene visibile. La medesima materia, il ferro, assume i contorni dell'infinito geometrico, razionale della prospettiva e si fa piano cartesiano - estremamente umano nella suo essere denso di significato, chiaro e distinto - ma al contempo, oltre il confine, al di là del limes, grazie all'azione corrosiva dell'acido, richiama alla mente l'infinito di maggiore e straordinaria potenza della natura, in tutte le sue rappresentazioni. Basta osservare il confronto tra la prospettiva del suolo e ciò che fluttua nella zona aerea delle opere di Tonetto, per restare impressionati dall'equilibrio che si crea tra queste due zone, per percepire il confine come luogo di conoscenza e scambio. La stessa natura del ferro diviene ambivalente, attraverso una doppia metafora: da un lato l'azione "naturale" dell'ossidazione, dall'altro la capacità dell'artista di orientarla verso la ricerca di significati precisi. Attraverso queste opere si ha la sensazione di "sporgersi oltre", di "affacciarsi sull'ulteriore". Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno
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<pubDate>Sat, 3 Oct 2009 19:11:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, aleph tonetto, anna epis, aldo torrebruno</itunes:keywords>
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<title>microRoom: In mutante divenire</title>
<description>Siamo il tempo che viviamo. Siamo il tempo che attraversiamo, in bilico sui nostri pensieri incerti. Siamo i giorni accesi di attesa, gli orizzonti che si colorano di un futuro che diventa presente. Ma cosa resta di noi nel soffio di questa eterna trasformazione? Cosa diventiamo? È la domanda che sembra percorrere lo spazio sotterraneo di questa mostra diventando, nel contempo, soluzione a se stessa nell’interpretazione personale di ciascun artista. La fotografia viene usata per indagare, parafrasare una realtà altrimenti intangibile, conferendole con lo scatto l’asprezza che le conviene, prestandole l’ambiguità che le necessita. Il tempo cambia velocità, cambia i colori e le forme, trasforma il nostro corpo e il nostro vissuto, dentro e fuori. L’obiettivo crudele fruga nei pensieri scomposti, lasciandoci a fissare l’intimità viscerale della risposta. Siamo cellule, incorniciate sul vetrino di un microscopio, corpi mutanti, capaci di avviluppare la nostra coscienza in un bozzolo da cui non verrà fuori come farfalla, ma come parte di scarto, roba da buttare, pronti a barattare la nostra carne e il nostro sentire con delle protesi. La nostra identità mutante macchia della sua imperfezione l’eterna ricerca di un ideale di simmetria. E di noi resta l’angoscia di due occhi fossili che da una parete sembrano fissare ombre narcotizzate, perdute in un’oscurità senza spessore. Una macchia cupa rimane del nostro cuore. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Stidiek</itunes:author>
<itunes:subtitle>Giovanni Albore, Martha Baggetta, Juri A. Cristini, Matteo Emery, Matteo Farolfi, Antonino Milotta, Matteo Varsi</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Siamo il tempo che viviamo. Siamo il tempo che attraversiamo, in bilico sui nostri pensieri incerti. Siamo i giorni accesi di attesa, gli orizzonti che si colorano di un futuro che diventa presente. Ma cosa resta di noi nel soffio di questa eterna trasformazione? Cosa diventiamo? È la domanda che sembra percorrere lo spazio sotterraneo di questa mostra diventando, nel contempo, soluzione a se stessa nell’interpretazione personale di ciascun artista. La fotografia viene usata per indagare, parafrasare una realtà altrimenti intangibile, conferendole con lo scatto l’asprezza che le conviene, prestandole l’ambiguità che le necessita. Il tempo cambia velocità, cambia i colori e le forme, trasforma il nostro corpo e il nostro vissuto, dentro e fuori. L’obiettivo crudele fruga nei pensieri scomposti, lasciandoci a fissare l’intimità viscerale della risposta. Siamo cellule, incorniciate sul vetrino di un microscopio, corpi mutanti, capaci di avviluppare la nostra coscienza in un bozzolo da cui non verrà fuori come farfalla, ma come parte di scarto, roba da buttare, pronti a barattare la nostra carne e il nostro sentire con delle protesi. La nostra identità mutante macchia della sua imperfezione l’eterna ricerca di un ideale di simmetria. E di noi resta l’angoscia di due occhi fossili che da una parete sembrano fissare ombre narcotizzate, perdute in un’oscurità senza spessore. Una macchia cupa rimane del nostro cuore. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis
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<pubDate>Tue, 15 Sep 2009 20:08:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, barbara di santo, anna epis, aldo torrebruno, Giovanni Albore, Martha Baggetta, Juri A. Cristini, Matteo Emery, Matteo Farolfi, Antonino Milotta, Matteo Varsi</itunes:keywords>
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<title>microSpace: GEC e Halo-Halo</title>
<description>Le foto di Ramona Vada testimoniano il primo esperimento di Graffiti luminosi italiano, messo in scena da Gec e Halo-Halo il 18 luglio 2009 a Torino. Suggestioni newyorkesi (dove i light-writers disegnano coi laser su interi grattacieli), voglia di lasciare una traccia che - contrariamente al solito - svanisce al termine della performance, quando la notte si fa giorno, desiderio di realizzare graffiti di enorme impatto visivo e di dimensioni considerevoli. Il segno sul muro lasciato dai due writers si trasforma: neppure il più feroce teorico del graffito-imbratta-muro potrebbe lamentarsi, è la luce che disegna su superfici enormi i disegni dei due giovani artisti urbani. Il writer non deve più lasciare le proprie tracce quasi di nascosto, ma diviene performer, ha l'occasione di vedere immediatamente l'impatto dei suoi segni sugli spettatori. Non è possibile sapere dove condurrà questo esperimento, ma sicuramente una traccia è segnata... Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di wasaru</itunes:author>
<itunes:subtitle>Vincitore Settembre 2009</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Le foto di Ramona Vada testimoniano il primo esperimento di Graffiti luminosi italiano, messo in scena da Gec e Halo-Halo il 18 luglio 2009 a Torino. Suggestioni newyorkesi (dove i light-writers disegnano coi laser su interi grattacieli), voglia di lasciare una traccia che - contrariamente al solito - svanisce al termine della performance, quando la notte si fa giorno, desiderio di realizzare graffiti di enorme impatto visivo e di dimensioni considerevoli. Il segno sul muro lasciato dai due writers si trasforma: neppure il più feroce teorico del graffito-imbratta-muro potrebbe lamentarsi, è la luce che disegna su superfici enormi i disegni dei due giovani artisti urbani. Il writer non deve più lasciare le proprie tracce quasi di nascosto, ma diviene performer, ha l'occasione di vedere immediatamente l'impatto dei suoi segni sugli spettatori. Non è possibile sapere dove condurrà questo esperimento, ma sicuramente una traccia è segnata... Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno
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<pubDate>Tue, 1 Sep 2009 23:29:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, GEC, halo-halo, anna epis, aldo torrebruno</itunes:keywords>
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<title>microRoom: Inverso</title>
<description>Dentro labirinti difficili da camminare ci chiudiamo, spesso confortati dal disegno contorto che noi stessi abbiamo creato. Prigionieri volontari di un modello che preferiamo eternare, ascoltiamo raramente la voce piccola che attraversa i nostri giorni e ci chiede di guardarci dentro e intorno, di rompere lo schema in cui siamo abituati a riconoscere noi stessi. Dove sta la risposta? In quello che i nostri sensi interpretano come la realtà o piuttosto nella domanda? La consapevolezza di sé nasce da un processo doloroso che ci abituiamo a nascondere per istinto di autoconservazione. Invece, è proprio questo che le opere raccolte in questa mostra, sembrano indurci a fare. Ci interrogano sul mondo, sembrano chiederci in cosa crediamo davvero. In questa esplorazione, gli oggetti, le storie, la materia  stessa si prestano a un gioco di rivelazione. Nella fatica, troviamo una sedia che minaccia di mangiarci; dove potremo riposare, finalmente? Una spirale accesa sembra separarci dallo spazio infinitamente lontano eppure, in attimo, ci apre gli occhi su uno spiraglio di luce. Il colore diventa materia, invade lo spazio e lo colma chiedendoci di ascoltare anziché guardare. Cappuccetto rosso ha finalmente compiuto il suo rito di passaggio, non più una bambina spaurita ma una donna adulta soggiogata da una passione antica. Il silenzio ovattato del mare si rompe nel verso dissonante di un pescecane. Uno scritto che non si fa leggere raccoglie le risposte alla nostra domanda, sospese dentro di noi. Cappuccetto rosso ha finalmente compiuto il suo rito di passaggio, non più una bambina spaurita ma una donna adulta soggiogata da una passione antica. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Revolution Void</itunes:author>
<itunes:subtitle>Franco Ariaudo, Fausta Dossi, Stefano Momentè, Ina Nikolic, Massimo Sirelli, Francesca Vezzani </itunes:subtitle>
<itunes:summary>Dentro labirinti difficili da camminare ci chiudiamo, spesso confortati dal disegno contorto che noi stessi abbiamo creato. Prigionieri volontari di un modello che preferiamo eternare, ascoltiamo raramente la voce piccola che attraversa i nostri giorni e ci chiede di guardarci dentro e intorno, di rompere lo schema in cui siamo abituati a riconoscere noi stessi. Dove sta la risposta? In quello che i nostri sensi interpretano come la realtà o piuttosto nella domanda? La consapevolezza di sé nasce da un processo doloroso che ci abituiamo a nascondere per istinto di autoconservazione. Invece, è proprio questo che le opere raccolte in questa mostra, sembrano indurci a fare. Ci interrogano sul mondo, sembrano chiederci in cosa crediamo davvero. In questa esplorazione, gli oggetti, le storie, la materia  stessa si prestano a un gioco di rivelazione. Nella fatica, troviamo una sedia che minaccia di mangiarci; dove potremo riposare, finalmente? Una spirale accesa sembra separarci dallo spazio infinitamente lontano eppure, in attimo, ci apre gli occhi su uno spiraglio di luce. Il colore diventa materia, invade lo spazio e lo colma chiedendoci di ascoltare anziché guardare. Cappuccetto rosso ha finalmente compiuto il suo rito di passaggio, non più una bambina spaurita ma una donna adulta soggiogata da una passione antica. Il silenzio ovattato del mare si rompe nel verso dissonante di un pescecane. Uno scritto che non si fa leggere raccoglie le risposte alla nostra domanda, sospese dentro di noi. Cappuccetto rosso ha finalmente compiuto il suo rito di passaggio, non più una bambina spaurita ma una donna adulta soggiogata da una passione antica. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis
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<pubDate>Wed, 15 Jul 2009 16:01:00 +0100</pubDate>
<itunes:duration>02:03</itunes:duration>
<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, barbara di santo, anna epis, aldo torrebruno, Franco Ariaudo, Fausta Dossi, Stefano Momentè, Ina Nikolic, Massimo Sirelli, Francesca Vezzani</itunes:keywords>
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<title>microSpace: Giulia Tamanini</title>
<description>Le opere di Giulia Tamanini sono caratterizzate da grande eterogeneità, che coinvolge sia i soggetti, sia i materiali che l'artista unisce nei diversi riquadri che compongono (anche in senso genuinamente etimologico: cum ponere) le sue opere. Tale eterogenità si combina però in un  intero e diviene un racconto surreale, all'interno del quale raffigurazioni apparentemente distanti dialogano: il sottile filo che unisce i riquadri trasforma le rappresentazioni solitarie in un tutto significativo. Le opere fanno pensare al circolo ermeneutico, perché nascono e si possono comprendere a partire dal rapporto tra il tutto e le parti che lo compongono, rapporto di equilibrio in cui ogni frammento occupa la giusta porzione rispetto al tutto, dove ogni frammento sostiene l'altro. Il risultato complessivo è una narrazione unica, ma dalle forme innumerevoli. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Sonic Mistery</itunes:author>
<itunes:subtitle>Vincitore Luglio 2009</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Le opere di Giulia Tamanini sono caratterizzate da grande eterogeneità, che coinvolge sia i soggetti, sia i materiali che l'artista unisce nei diversi riquadri che compongono (anche in senso genuinamente etimologico: cum ponere) le sue opere. Tale eterogenità si combina però in un  intero e diviene un racconto surreale, all'interno del quale raffigurazioni apparentemente distanti dialogano: il sottile filo che unisce i riquadri trasforma le rappresentazioni solitarie in un tutto significativo. Le opere fanno pensare al circolo ermeneutico, perché nascono e si possono comprendere a partire dal rapporto tra il tutto e le parti che lo compongono, rapporto di equilibrio in cui ogni frammento occupa la giusta porzione rispetto al tutto, dove ogni frammento sostiene l'altro. Il risultato complessivo è una narrazione unica, ma dalle forme innumerevoli. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno
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<pubDate>Tue, 30 Jun 2009 20:14:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, giulia tamanini, anna epis, aldo torrebruno</itunes:keywords>
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<title>microRoom: Dreambox d'autore</title>
<description>Di quanti sogni abbiamo bisogno per avere la forza di realizzarne almeno uno? Di quanti incubi deve essere popolato il nostro sonno per riuscire a dimenticare una ferita? Di quante paure deve cibarsi il nostro spirito, ogni giorno, per riuscire a superarne almeno una? 
Sembrano nascondersi queste domande appena dietro il velo dell’arte che queste opere ci sollevano innanzi. Vaghiamo intorno, come in una sorta di scatola dei sogni, prezioso simulacro costruito intorno alle emozioni di uno soffio vitale unico e molteplice, specchio caleidoscopico del cuore di ciascuno di questi artisti e nello stesso tempo di un cuore solo, il nostro. 
Quanti oggetti e quante situazioni ci inchiodano alla terra, tirando i fili della nostra quotidianità, togliendoci la voglia di spezzare le convenzioni da cui siamo assorbiti. Quanto sforzo dobbiamo fare per vincere noi stessi, per combattere la battaglia più dura, la più cruenta, in cui vittima e carnefice sono la stessa persona. Ma è proprio in quello spazio chiuso in cui vive rannicchiato e ripiegato su stesso, che lo spirito si affama del nostro desiderio di liberazione, della nostra ricerca efferata di un orizzonte nuovo e aperto, di uno spazio sconfinato da esplorare, di un piccolo fiore da mantenere in vita... e si solleva ancora. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Project Divinity</itunes:author>
<itunes:subtitle>Rossella Fava, Lemeh42, Paolo Liggeri, Rocca Maffia, Nadia Magnabosco, Riccardo Paracchini, Gisella Sorrentino, Silvia Spinetta </itunes:subtitle>
<itunes:summary>Di quanti sogni abbiamo bisogno per avere la forza di realizzarne almeno uno? Di quanti incubi deve essere popolato il nostro sonno per riuscire a dimenticare una ferita? Di quante paure deve cibarsi il nostro spirito, ogni giorno, per riuscire a superarne almeno una? 
Sembrano nascondersi queste domande appena dietro il velo dell’arte che queste opere ci sollevano innanzi. Vaghiamo intorno, come in una sorta di scatola dei sogni, prezioso simulacro costruito intorno alle emozioni di uno soffio vitale unico e molteplice, specchio caleidoscopico del cuore di ciascuno di questi artisti e nello stesso tempo di un cuore solo, il nostro. 
Quanti oggetti e quante situazioni ci inchiodano alla terra, tirando i fili della nostra quotidianità, togliendoci la voglia di spezzare le convenzioni da cui siamo assorbiti. Quanto sforzo dobbiamo fare per vincere noi stessi, per combattere la battaglia più dura, la più cruenta, in cui vittima e carnefice sono la stessa persona. Ma è proprio in quello spazio chiuso in cui vive rannicchiato e ripiegato su stesso, che lo spirito si affama del nostro desiderio di liberazione, della nostra ricerca efferata di un orizzonte nuovo e aperto, di uno spazio sconfinato da esplorare, di un piccolo fiore da mantenere in vita... e si solleva ancora. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis
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<pubDate>Sun, 14 Jun 2009 16:01:00 +0100</pubDate>
<itunes:duration>01:40</itunes:duration>
<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, barbara di santo, anna epis, aldo torrebruno, Gisella Sorrentino, Lemeh42, Nadia Magnabosco, Paolo Liggeri, Riccardo Paracchini, Rocca Maffia, Rossella Fava, Silvia Spinetta</itunes:keywords>
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<title>microSpace: Willow</title>
<description>Willow ci trasporta in un mondo parallelo, densamente abitato e popoloso, fatto di colori piatti e di un segno grafico preciso, lineare, senza interruzioni, dove ogni elemento ha le sue linee chiuse - ma comunque c’è spazio per tutti! Questo mondo è abitato da esseri molto particolari, a metà tra il microorganismo e il virus, che si &quot;parlano&quot;, attraverso i baloons, ma senza utilizzare le onomatopee codificate del fumetto, quanto piuttosto attraverso suoni che finiscono per identificare, nominare e definire l'essere che lo pronuncia. In questo mondo densamente popolato, non mancano le sfide sociali, ed è interessante vedere come – in un moto di ribellione all'ordine costituito, siano gli esseri più piccoli a protestare contro i maggiorenti tentacolati -  che rimangono afasici davanti a tale arditezza verbale. 
Le immagini che Willow ci propone sono apparentemente ludiche, ma grazie alla serietà di fondo – anche formale – che le caratterizza, sono dotate di indubbia forza comunicativa e di grande, divertente fascino. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Wasaru</itunes:author>
<itunes:subtitle>Vincitore Giugno 2009</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Willow ci trasporta in un mondo parallelo, densamente abitato e popoloso, fatto di colori piatti e di un segno grafico preciso, lineare, senza interruzioni, dove ogni elemento ha le sue linee chiuse - ma comunque c’è spazio per tutti! Questo mondo è abitato da esseri molto particolari, a metà tra il microorganismo e il virus, che si &quot;parlano&quot;, attraverso i baloons, ma senza utilizzare le onomatopee codificate del fumetto, quanto piuttosto attraverso suoni che finiscono per identificare, nominare e definire l'essere che lo pronuncia. In questo mondo densamente popolato, non mancano le sfide sociali, ed è interessante vedere come – in un moto di ribellione all'ordine costituito, siano gli esseri più piccoli a protestare contro i maggiorenti tentacolati -  che rimangono afasici davanti a tale arditezza verbale. 
Le immagini che Willow ci propone sono apparentemente ludiche, ma grazie alla serietà di fondo – anche formale – che le caratterizza, sono dotate di indubbia forza comunicativa e di grande, divertente fascino. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno
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<pubDate>Sat, 30 May 2009 23:59:00 +0100</pubDate>
<itunes:duration>01:19</itunes:duration>
<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, willow, anna epis, aldo torrebruno</itunes:keywords>
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<title>microRoom: L'inquietante estraneità</title>
<description>Paradosso, non-essere e surreale: questi i tratti distintivi della nuova collettiva microRoom. Le immagini presentate dagli artisti dialogano attraverso la mancanza: dalla mancanza di logica, all’assenza del protagonista, al surreale che può; essere cromatico o semantico: queste opere sono legate da quella strana sensazione che Sigmund Freud chiamava unheimlich, ovvero ci mostrano situazioni che sembrano essere familiari, ma che presentano segni di una inquietante estraneità. Le sedie vuote attendono i fedeli, le uova di gesso trovano il proprio nido appese ad un lampione, la signora delle pulizie sembra sostituita dal suo alter ego figurato, i bicchieri si trasformano in unità abitative, una chiave non trova più nessuna porta da aprire, un surreale spostamento cromatico ha luogo tra un viso e la vettura del tram, una mostra d’arte (che i condannati non possono guardare) diviene un’esecuzione, una tela nascosta è quasi clandestina rispetto alla vita quotidiana: cifre stilistiche diverse sembrano raccontarci, ciascuna secondo le proprie prospettive, un comune sentire. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di N0x3o</itunes:author>
<itunes:subtitle>Anna Epis, Gruppo Sinestetico, Francesca Loprieno, Claudia Maina, Rocco Paladino, Daniele Pelacani, Bettina Scalvini, Alessandro Zulberti</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Paradosso, non-essere e surreale: questi i tratti distintivi della nuova collettiva microRoom. Le immagini presentate dagli artisti dialogano attraverso la mancanza: dalla mancanza di logica, all’assenza del protagonista, al surreale che può; essere cromatico o semantico: queste opere sono legate da quella strana sensazione che Sigmund Freud chiamava unheimlich, ovvero ci mostrano situazioni che sembrano essere familiari, ma che presentano segni di una inquietante estraneità. Le sedie vuote attendono i fedeli, le uova di gesso trovano il proprio nido appese ad un lampione, la signora delle pulizie sembra sostituita dal suo alter ego figurato, i bicchieri si trasformano in unità abitative, una chiave non trova più nessuna porta da aprire, un surreale spostamento cromatico ha luogo tra un viso e la vettura del tram, una mostra d’arte (che i condannati non possono guardare) diviene un’esecuzione, una tela nascosta è quasi clandestina rispetto alla vita quotidiana: cifre stilistiche diverse sembrano raccontarci, ciascuna secondo le proprie prospettive, un comune sentire. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Fri, 15 May 2009 00:43:00 +0100</pubDate>
<itunes:duration>01:45</itunes:duration>
<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microroom, fotografia, Alessandro Zulberti, Anna Epis, Bettina Scalvini, Claudia Maina, Daniele Pelacani, Francesca Loprieno, Gruppo Sinestetico, Rocco Paladino, aldo torrebruno</itunes:keywords>
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<title>microSpace: Maria Barbara De Marco</title>
<description>Arte organica. La stoffa, il materiale utilizzato da Maria Barbara De Marco per creare le sue opere diviene al contempo maschera che modifica il corpo di chi le indossa, e ne muta lo sguardo, e costume che tramuta il corpo dell'uomo in quello di un angelo, o di un cavaliere medievale. Le sue opere ci parlano di un'artista che si avvicina all'arte intesa come creatività, ma non dimentica l'accezione greca di arte come techné, che si avvicina alla tradizione e all'artigianato, che diventa design innovativo e scultura.
La stoffa, a cui l'artista da forma, viene trattata con grande rispetto, la sua natura malleabile non subisce alcuna violenza: l'avvicendarsi di morbidezza e parti dure non è realizzato con artifici, ma con il lavoro manuale dell'artista: le cuciture modellano e danno forma e vita alle opere. E' un'arte viva, ma anche un'arte da indossare e vivere, perfetto complemento del nostro corpo, costume e maschera: "Arte organica" è il nome che l'artista stessa ha coniato per le sue opere. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Speedsound</itunes:author>
<itunes:subtitle>Vincitore Maggio 2009</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Arte organica. La stoffa, il materiale utilizzato da Maria Barbara De Marco per creare le sue opere diviene al contempo maschera che modifica il corpo di chi le indossa, e ne muta lo sguardo, e costume che tramuta il corpo dell'uomo in quello di un angelo, o di un cavaliere medievale. Le sue opere ci parlano di un'artista che si avvicina all'arte intesa come creatività, ma non dimentica l'accezione greca di arte come techné, che si avvicina alla tradizione e all'artigianato, che diventa design innovativo e scultura.
La stoffa, a cui l'artista da forma, viene trattata con grande rispetto, la sua natura malleabile non subisce alcuna violenza: l'avvicendarsi di morbidezza e parti dure non è realizzato con artifici, ma con il lavoro manuale dell'artista: le cuciture modellano e danno forma e vita alle opere. E' un'arte viva, ma anche un'arte da indossare e vivere, perfetto complemento del nostro corpo, costume e maschera: "Arte organica" è il nome che l'artista stessa ha coniato per le sue opere. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno
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<pubDate>Thu, 30 Apr 2009 20:06:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, maria barbara de marco, anna epis, aldo torrebruno</itunes:keywords>
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<title>microRoom: In fondo...Rosso</title>
<description>Forse mai, come nel caso delle sei opere di questa mostra, possiamo riconoscere con la stessa semplicità il cosiddetto fil rouge che le unisce e le attraversa. Un gioco di parole, in questo caso, che ben rappresenta il legame che sottende e pervade ogni singola opera, accompagnandoci dall’una all’altra. Rosso ... Rosso ovunque. Non ci sono spazi definiti. Un rosso che toglie peso alle forme, che diventa quasi tutta l’opera, sinonimo di stabilità nel gioco delle molteplici sfumature che si sovrappongono. Sottile e arguto, nell’intrico dell’anima di Silvia Cacciatori. Superbo e rutilante sullo sfondo, insieme leggero e profondo, nelle sfumature aeree e luminose delle tele di Cristina Cattaneo ed Elisabetta Fontana. Nel contrasto del bianco e del nero, il rosso esplode, unico, intenso e indubitabile colore nella pittura di Daniela Baldo e Giacomo Taddeucci. Diventa acceso e vitale centro d’attenzione del nostro sguardo appuntato sul mondo malinconico di Masazumi Nishino. Un tratto fresco, leggero, ma non improvvisato, contraddistingue queste opere, una gestualità veloce e immediata che si fa espressione di un momento creativo meditato, ma senza artificio. Testo critico di Barbara Di Santo</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Adult Only</itunes:author>
<itunes:subtitle>Daniela Baldo, Silvia Cacciatore, Cristina Cattaneo, Elisabetta Fontana, Masazumi Nishino, Giacomo Taddeucci</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Forse mai, come nel caso delle sei opere di questa mostra, possiamo riconoscere con la stessa semplicità il cosiddetto fil rouge che le unisce e le attraversa. Un gioco di parole, in questo caso, che ben rappresenta il legame che sottende e pervade ogni singola opera, accompagnandoci dall’una all’altra. Rosso ... Rosso ovunque. Non ci sono spazi definiti. Un rosso che toglie peso alle forme, che diventa quasi tutta l’opera, sinonimo di stabilità nel gioco delle molteplici sfumature che si sovrappongono. Sottile e arguto, nell’intrico dell’anima di Silvia Cacciatori. Superbo e rutilante sullo sfondo, insieme leggero e profondo, nelle sfumature aeree e luminose delle tele di Cristina Cattaneo ed Elisabetta Fontana. Nel contrasto del bianco e del nero, il rosso esplode, unico, intenso e indubitabile colore nella pittura di Daniela Baldo e Giacomo Taddeucci. Diventa acceso e vitale centro d’attenzione del nostro sguardo appuntato sul mondo malinconico di Masazumi Nishino. Un tratto fresco, leggero, ma non improvvisato, contraddistingue queste opere, una gestualità veloce e immediata che si fa espressione di un momento creativo meditato, ma senza artificio. Testo critico di Barbara Di Santo
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<pubDate>Wed, 15 Apr 2009 00:01:00 +0100</pubDate>
<itunes:duration>01:40</itunes:duration>
<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, barbara di santo, anna epis, aldo torrebruno, Daniela Baldo, Silvia Cacciatore, Cristina Cattaneo, Elisabetta Fontana, Masazumi Nishino, Giacomo Taddeucci</itunes:keywords>
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<title>microSpace: Angelo Pacifico</title>
<description>Le opere presentate da Angelo Pacifico per la mostra personale microSpace ci offrono quattro viste sulla città, originali ed accattivanti. Se da un lato, infatti, la città viene vista come un agglomerato urbano di mostri, quasi spersonalizzanti, che si estendono sia in verticale sia in orizzontale, dall’altro Pacifico evidenzia con forza l’invisibile presenza dell’uomo, che abitando lo spazio urbano lo rende vivo.
Il rapporto tra vita della città e vita dell’individuo è costante e la presenza umana, pur non essendo mai esplicita, è evidente in tutte le opere: a fianco del mostro di cemento sorge il luogo di ritrovo per eccellenza, il bar, che cromaticamente e figurativamente aggiunge vitalità allo spazio opprimente che lo circonda, oppure come nel caso del grattacielo che viene accudito e restaurato - mentre sembra sanguinare. 
L’artista interpreta le città del mondo e - come nel caso di Barcellona - riesce a creare rapporti sinestesici tra colori, suoni e sensazioni, per restituirci la propria lettura dello spazio urbano. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Ehma</itunes:author>
<itunes:subtitle>Vincitore Aprile 2009</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Le opere presentate da Angelo Pacifico per la mostra personale microSpace ci offrono quattro viste sulla città, originali ed accattivanti. Se da un lato, infatti, la città viene vista come un agglomerato urbano di mostri, quasi spersonalizzanti, che si estendono sia in verticale sia in orizzontale, dall’altro Pacifico evidenzia con forza l’invisibile presenza dell’uomo, che abitando lo spazio urbano lo rende vivo.
Il rapporto tra vita della città e vita dell’individuo è costante e la presenza umana, pur non essendo mai esplicita, è evidente in tutte le opere: a fianco del mostro di cemento sorge il luogo di ritrovo per eccellenza, il bar, che cromaticamente e figurativamente aggiunge vitalità allo spazio opprimente che lo circonda, oppure come nel caso del grattacielo che viene accudito e restaurato - mentre sembra sanguinare. 
L’artista interpreta le città del mondo e - come nel caso di Barcellona - riesce a creare rapporti sinestesici tra colori, suoni e sensazioni, per restituirci la propria lettura dello spazio urbano. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno
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<pubDate>Wed, 1 Apr 2009 00:01:00 +0100</pubDate>
<itunes:duration>01:20</itunes:duration>
<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, angelo pacifico, anna epis, aldo torrebruno</itunes:keywords>
</item>


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<title>microRoom: Spazi sospesi</title>
<description>E’ la sospensione nello spazio, la cifra che contraddistingue questa collettiva microRoom. Gli artisti che partecipano definiscono infatti, nelle proprie opere, lo spazio a partire dagli oggetti che lo popolano: spazi indefiniti o infiniti, spazi organici e irreali, rapporto tra palpabili fisicità e dimensione eterea. Così i fiori di Cecilia Mansi sembrano sospesi nella luce che li definisce, cancellando lo sfondo fisico, le nuvole di Egle Picozzi risultano sospese nello spazio infinito del cielo, che le definisce e che definiscono, e la materica fisicità dei nodi creati da Gaia Clerici gioca con lo spazio che li circonda, sia esso un indeterminato bianco, o il blu del feltro da cui tridimensionalmente emergono le sue figure.Le opere di Elisa Cella, di Lorenzo Longhi e di Elena Bottari sembrano invece richiamare spazi indeterminati ma quasi-cellulari: se nel caso di Elisa Cella si ha la sensazione di osservare un’opera di precisione chimica, i lavori di Lorenzo Longhi ed Elena Bottari sembrano richiamare, in uno spazio mentale, caratterizzato dal fondo bianco, elementi biologici, e porsi in un frammezzo tra macro e micro, tra mondo che ci circonda e noi stessi.In generale, che sia l’infinità del cielo, o l’infinitamente piccolo delle cellule, è lo spazio e la sospensione spaziale il sottile fil rouge che mette in comunicazione le opere di questi sei artisti. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Santah</itunes:author>
<itunes:subtitle>Elena Bottari, Elisa Cella, Gaia Clerici, Lorenzo Longhi, Cecilia Mansi, Egle Picozzi</itunes:subtitle>
<itunes:summary>E’ la sospensione nello spazio, la cifra che contraddistingue questa collettiva microRoom. Gli artisti che partecipano definiscono infatti, nelle proprie opere, lo spazio a partire dagli oggetti che lo popolano: spazi indefiniti o infiniti, spazi organici e irreali, rapporto tra palpabili fisicità e dimensione eterea. Così i fiori di Cecilia Mansi sembrano sospesi nella luce che li definisce, cancellando lo sfondo fisico, le nuvole di Egle Picozzi risultano sospese nello spazio infinito del cielo, che le definisce e che definiscono, e la materica fisicità dei nodi creati da Gaia Clerici gioca con lo spazio che li circonda, sia esso un indeterminato bianco, o il blu del feltro da cui tridimensionalmente emergono le sue figure.Le opere di Elisa Cella, di Lorenzo Longhi e di Elena Bottari sembrano invece richiamare spazi indeterminati ma quasi-cellulari: se nel caso di Elisa Cella si ha la sensazione di osservare un’opera di precisione chimica, i lavori di Lorenzo Longhi ed Elena Bottari sembrano richiamare, in uno spazio mentale, caratterizzato dal fondo bianco, elementi biologici, e porsi in un frammezzo tra macro e micro, tra mondo che ci circonda e noi stessi.In generale, che sia l’infinità del cielo, o l’infinitamente piccolo delle cellule, è lo spazio e la sospensione spaziale il sottile fil rouge che mette in comunicazione le opere di questi sei artisti. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Sun, 15 Mar 2009 17:00:00 +0100</pubDate>
<itunes:duration>02:06</itunes:duration>
<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microroom, fotografia, Elena Bottari, Elisa Cella, Gaia Clerici, Lorenzo Longhi, Cecilia Mansi, Egle Picozzi, anna epis, aldo torrebruno</itunes:keywords>
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<item>
<title>microSpace: Elisa Talentino</title>
<description>Elisa Talentino è una giovane artista che vive tra il Piemonte e Valencia, in Spagna. Le opere proposte per microspacecompetition trattano il tema delle sirene e dei mostri d’acqua, temi simbolici carichi di richiami: dalla simbologia omerica, che disegna le sirene da un lato come dispensatrici di conoscenza, ma dall’altro come pericolose per l’uomo, fino alla simbologia cristiana, che introduce lo spettro della donna seduttrice, lussuriosa e perfida.Queste Sirene sono però molto particolari, poiché rispetto all’iconografia cui siamo abituati, sono invertite le parti: gambe di donna e testa di pesce. Queste nuove sirene sembrano richiamare un nuovo canone di bellezza (e non a caso le gambe sono seducenti, da modella), e confermare la propria pericolosità. I mostri marini proposti da Elisa Talentino hanno grande capacità di dialogo, poiché si trovano a proprio agio nel mare, tra gli uomini, tra le pagine di giornali e libri e soprattutto all’interno di uno spazio onirico che non ha confini... Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Adult Only</itunes:author>
<itunes:subtitle>Vincitrice Marzo 2009</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Elisa Talentino è una giovane artista che vive tra il Piemonte e Valencia, in Spagna. Le opere proposte per microspacecompetition trattano il tema delle sirene e dei mostri d’acqua, temi simbolici carichi di richiami: dalla simbologia omerica, che disegna le sirene da un lato come dispensatrici di conoscenza, ma dall’altro come pericolose per l’uomo, fino alla simbologia cristiana, che introduce lo spettro della donna seduttrice, lussuriosa e perfida.Queste Sirene sono però molto particolari, poiché rispetto all’iconografia cui siamo abituati, sono invertite le parti: gambe di donna e testa di pesce. Queste nuove sirene sembrano richiamare un nuovo canone di bellezza (e non a caso le gambe sono seducenti, da modella), e confermare la propria pericolosità. I mostri marini proposti da Elisa Talentino hanno grande capacità di dialogo, poiché si trovano a proprio agio nel mare, tra gli uomini, tra le pagine di giornali e libri e soprattutto all’interno di uno spazio onirico che non ha confini... Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Tue, 3 Mar 2009 23:53:00 +0100</pubDate>
<itunes:duration>01:26</itunes:duration>
<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, competition, pittura, elisa talentino, anna epis, aldo torrebruno</itunes:keywords>
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<title>microRoom: Limiti</title>
<description>La mostra collettiva indaga, attraverso il dialogo tra opere di artisti diversi, il tema dei legami, dei limiti, delle imposizioni che la società prescrive all’uomo ed in particolare al suo corpo, alla sua fisicità.I corpi, nelle opere presentate dall’eterogeneo gruppo di giovani artisti, sono sempre rinchiusi, limitati, legati, impediti nei movimenti e nelle azioni da qualcosa che paradossalmente potrebbe o dovrebbe proteggerli, ma che al contempo finisce per disegnare uno spazio costrittivo, per limitarne le possibilità. Sia il filo spinato, contro cui sembra lanciare un muto urlo di ribellione il prigioniero di Alex Antonini, siano le ossessive strisce verticali del letto o quella che sembra essere una tenda ed in realtà è la veste di Alessandra Giotto, siano i fili che sembrano legare alla tela, in un gioco tra dipinto e realtà, le donne di Anasor Ed Searom, sia infine il vetro da cui cercano di fuggire i corpi intrappolati di Viola e Attila, che finiscono per deformarsi nel contatto con la superficie che li limita, è in ogni caso una pulsione verso la libertà quella che muove i corpi di questa collettiva microroom.In tutti i casi non ci è dato sapere se il filo spinato, il vetro, la veste, rappresentino una minaccia o una forma di difesa, ciò che è certo è che l’effetto complessivo che si ottiene dalle opere che animano questa collettiva virtuale sia segnato dalle barriere che l’uomo frappone sempre più spesso tra il nostro essere e la realtà che ci circonda, e che finiscono però per mortificare i nostri corpi, che si ribellano e chiedono – senza voce – di essere lasciati andare... Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Roger Subirana</itunes:author>
<itunes:subtitle>Alex Antonini, Alessandra Giotto, Anasor ed Searom, Viola e Attila</itunes:subtitle>
<itunes:summary>La mostra collettiva indaga, attraverso il dialogo tra opere di artisti diversi, il tema dei legami, dei limiti, delle imposizioni che la società prescrive all’uomo ed in particolare al suo corpo, alla sua fisicità.I corpi, nelle opere presentate dall’eterogeneo gruppo di giovani artisti, sono sempre rinchiusi, limitati, legati, impediti nei movimenti e nelle azioni da qualcosa che paradossalmente potrebbe o dovrebbe proteggerli, ma che al contempo finisce per disegnare uno spazio costrittivo, per limitarne le possibilità. Sia il filo spinato, contro cui sembra lanciare un muto urlo di ribellione il prigioniero di Alex Antonini, siano le ossessive strisce verticali del letto o quella che sembra essere una tenda ed in realtà è la veste di Alessandra Giotto, siano i fili che sembrano legare alla tela, in un gioco tra dipinto e realtà, le donne di Anasor Ed Searom, sia infine il vetro da cui cercano di fuggire i corpi intrappolati di Viola e Attila, che finiscono per deformarsi nel contatto con la superficie che li limita, è in ogni caso una pulsione verso la libertà quella che muove i corpi di questa collettiva microroom.In tutti i casi non ci è dato sapere se il filo spinato, il vetro, la veste, rappresentino una minaccia o una forma di difesa, ciò che è certo è che l’effetto complessivo che si ottiene dalle opere che animano questa collettiva virtuale sia segnato dalle barriere che l’uomo frappone sempre più spesso tra il nostro essere e la realtà che ci circonda, e che finiscono però per mortificare i nostri corpi, che si ribellano e chiedono – senza voce – di essere lasciati andare... Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Sun, 12 Feb 2009 23:53:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, competition, fotografia, Alex Antonini, Alessandra Giotto, Anasor ed Searom, Viola e Attila, anna epis, aldo torrebruno</itunes:keywords>
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<title>microSpace: Maria Cavagnero</title>
<description>Maria Cavagnero è una giovane fotografa, nata nel 1981. Ha compiuto studi di fotografia in spagna, a Barcellona, dove vive e lavora. Ha al suo attivo alcune mostre in Spagna e in Italia.Il progetto presentato per microSpaceCompetition si intitola Barcelona. La città, solitamente piena di gente, si ritrova sola, abbandonata dalla gente che è scappata, alla ricerca di un luogo migliore e sembra contorcersi su sé stessa.Tutte le foto sono state scattate in zone di recente costruzione, che hanno preso il posto di campi o, nel peggiore dei casi, di spazi e luoghi di aggregazione sociale. Maria,che ha intenzione di proseguire la sua indagine in altre metropoli, denuncia il processo di omologazione di tutte le grandi città del mondo che, in fasi di speculazione edilizia, sembrano essere costruite secondo uno schema prefissato e indifferenziato, che rende omogenee le città di ogni zona del mondo, in un avanzare del cemento, a scapito del verde.La critica alla cementificazione e all’omologazione diviene critica sociale, l’artista denuncia il piegarsi della volontà individuale alle scelte della società, e attraverso la distorsione visiva ci mostra una città curva e primordiale, in una visione onirica, che però assume i contorni dell’incubo. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Strange space</itunes:author>
<itunes:subtitle>Vincitrice febbraio 2009</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Maria Cavagnero è una giovane fotografa, nata nel 1981. Ha compiuto studi di fotografia in spagna, a Barcellona, dove vive e lavora. Ha al suo attivo alcune mostre in Spagna e in Italia.Il progetto presentato per microSpaceCompetition si intitola Barcelona. La città, solitamente piena di gente, si ritrova sola, abbandonata dalla gente che è scappata, alla ricerca di un luogo migliore e sembra contorcersi su sé stessa.Tutte le foto sono state scattate in zone di recente costruzione, che hanno preso il posto di campi o, nel peggiore dei casi, di spazi e luoghi di aggregazione sociale. Maria,che ha intenzione di proseguire la sua indagine in altre metropoli, denuncia il processo di omologazione di tutte le grandi città del mondo che, in fasi di speculazione edilizia, sembrano essere costruite secondo uno schema prefissato e indifferenziato, che rende omogenee le città di ogni zona del mondo, in un avanzare del cemento, a scapito del verde.La critica alla cementificazione e all’omologazione diviene critica sociale, l’artista denuncia il piegarsi della volontà individuale alle scelte della società, e attraverso la distorsione visiva ci mostra una città curva e primordiale, in una visione onirica, che però assume i contorni dell’incubo. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Sun, 25 Jan 2009 00:53:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, competition, fotografia, maria cavagnero, anna epis, aldo torrebruno</itunes:keywords>
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