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<title>microSpace - microRoom</title>
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<language>it-it</language>
<copyright>microbo.net</copyright>
<itunes:subtitle>microbo.net</itunes:subtitle>
<itunes:author>microbo.net</itunes:author>
<itunes:summary>Tutte le mostre realizzate da microbo.net</itunes:summary>
<description>Tutte le mostre realizzate da microbo.net: mostre personali microSpace dedicate ai giovani artisti vincitori del concorso microSpaceCompetition e mostre collettive microRoom aperte a tutti gli artisti selezionati dai curatori</description>
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	<itunes:name>microbo.net</itunes:name>
	<itunes:email>info@microbo.net</itunes:email>
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<itunes:category text="Arts">
	<itunes:category text="Visual Arts" />
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<title>microRoom: Finestra temporale</title>
<description>Nel momento in cui il confronto con la realtà complessa e molteplice si fa arduo si sente la necessità di ripensarla.
Nei lavori presentati, si adopera un’operazione conoscitiva della realtà di riferimento che non è data. Operazione che non consiste in una rappresentazione o descrizione del mondo e di conseguenza un necessario allontanarsi da esso per verificare la corrispondenza tra le rappresentazioni mentali del soggetto e l’oggetto reale. Vi è appunto un’operazione iniziale di ripensamento della realtà di riferimento.
La realtà è sfondo/immagine, campo d’azione per la conoscenza: l’attenzione si focalizza non più sul “chi” e sul “che cosa” viene conosciuto, ma sul modo attraverso il quale si conosce, identificando l’azione conoscitiva con un processo circolare di continua creazione di conoscenza, efficace sintesi tra realtà e possibilità, ovvero tra realtà di riferimento e possibilità evolutiva della stessa.
Attraverso tale operazione si crea una “finestra temporale” in grado di sintetizzare le tre dimensioni del tempo passato-presente-futuro in modo tale che esse non siano viste fluire, quanto piuttosto coesistere in un’unica dimensione temporale, il presente, che si dilata nel passato mediante il ricordo, nell’avvenire mediante l’attesa.
Si instilla un postulato della realtà del futuro, o meglio della possibilità capace di diventare realtà, che può essere allora spiegato individuando lo scarto che divide il reale/possibile dal presente concreto, appunto nella sua realizzazione.
Il progetto sotteso nelle immagini che vediamo non è dunque il piano per la realizzazione di qualcosa, ma esso stesso è la realizzazione, è il presente. Testo critico di Antonia Guglielmo, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Sonic Mystery</itunes:author>
<itunes:subtitle>Associazione B.R.I.O., Ricardo Alvarez, Marco Bellomi, Rita Carioti, Valeria Mauri, Gianna Servello</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Nel momento in cui il confronto con la realtà complessa e molteplice si fa arduo si sente la necessità di ripensarla.
Nei lavori presentati, si adopera un’operazione conoscitiva della realtà di riferimento che non è data. Operazione che non consiste in una rappresentazione o descrizione del mondo e di conseguenza un necessario allontanarsi da esso per verificare la corrispondenza tra le rappresentazioni mentali del soggetto e l’oggetto reale. Vi è appunto un’operazione iniziale di ripensamento della realtà di riferimento.
La realtà è sfondo/immagine, campo d’azione per la conoscenza: l’attenzione si focalizza non più sul “chi” e sul “che cosa” viene conosciuto, ma sul modo attraverso il quale si conosce, identificando l’azione conoscitiva con un processo circolare di continua creazione di conoscenza, efficace sintesi tra realtà e possibilità, ovvero tra realtà di riferimento e possibilità evolutiva della stessa.
Attraverso tale operazione si crea una “finestra temporale” in grado di sintetizzare le tre dimensioni del tempo passato-presente-futuro in modo tale che esse non siano viste fluire, quanto piuttosto coesistere in un’unica dimensione temporale, il presente, che si dilata nel passato mediante il ricordo, nell’avvenire mediante l’attesa.
Si instilla un postulato della realtà del futuro, o meglio della possibilità capace di diventare realtà, che può essere allora spiegato individuando lo scarto che divide il reale/possibile dal presente concreto, appunto nella sua realizzazione.
Il progetto sotteso nelle immagini che vediamo non è dunque il piano per la realizzazione di qualcosa, ma esso stesso è la realizzazione, è il presente. Testo critico di Antonia Guglielmo, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Thu, 15 Jul 2010 01:22:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microroom, anna epis, aldo torrebruno, Associazione B.R.I.O., Ricardo Alvarez, Marco Bellomi, Rita Carioti, Valeria Mauri, Gianna Servello, Antonia Guglielmo</itunes:keywords>
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<title>microSpace: Ludovica Cupi</title>
<description>Ludovica Cupi è un'illustratrice che ci conduce, attraverso le sue opere, all'interno di un mondo fantastico, popolato di personaggi favolosi che narrano racconti intimi, personali. Questi racconti per immagini richiamano alla mente la creatività di Joan Mirò, la sua capacità di partecipare delle emozioni poetiche, reinterpretandole attraverso l'arte.
Così un semplice tratto di mouse, un segno grafico preciso, netto e senza incertezze, assieme ad un oggetto umile, quotidiano, diventano un personaggio della storia, fondendo il piano del reale e quello del virtuale, compenetrandoli con grande efficacia comunicativa. Non si riesce (e tutto sommato non vogliamo riuscirci!) a distinguere dove l'oggetto di giustapponga alla grafica computerizzata, perché oggetto fisico e segno virtuale divengono nell'opera dell'artista disegno, e si animano, diventano personaggi della favola che Ludovica Cupi ci racconta. Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Artnchiprod</itunes:author>
<itunes:subtitle>powered by microbo.net</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Ludovica Cupi è un'illustratrice che ci conduce, attraverso le sue opere, all'interno di un mondo fantastico, popolato di personaggi favolosi che narrano racconti intimi, personali. Questi racconti per immagini richiamano alla mente la creatività di Joan Mirò, la sua capacità di partecipare delle emozioni poetiche, reinterpretandole attraverso l'arte.
Così un semplice tratto di mouse, un segno grafico preciso, netto e senza incertezze, assieme ad un oggetto umile, quotidiano, diventano un personaggio della storia, fondendo il piano del reale e quello del virtuale, compenetrandoli con grande efficacia comunicativa. Non si riesce (e tutto sommato non vogliamo riuscirci!) a distinguere dove l'oggetto di giustapponga alla grafica computerizzata, perché oggetto fisico e segno virtuale divengono nell'opera dell'artista disegno, e si animano, diventano personaggi della favola che Ludovica Cupi ci racconta. Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Fri, 02 Jul 2010 00:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, anna epis, aldo torrebruno, Ludovica Cupi</itunes:keywords>
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<title>microSpace: Elisa Mearelli</title>
<description>Le opere che Elisa Mearelli presenta in questa MicroSpaceCompetition sono dichiaratamente ispirate al racconto Avis Soleus, di Neil Gaiman. E in effetti la cifra distintiva di queste opere è proprio l’atmosfera fiabesca, che anima i piccoli gesti quotidiani, fino a stravolgerli completamente, fino a trasformare il mondo che conosciamo in un mondo nuovo, diverso, un mondo altro, dove le regole della fisica e della logica non hanno alcun valore. E così il gesto di bere un caffè, o di pranzare, cambiano completamente, vuoi perché le proporzioni tra gli oggetti mutano fino a rendere una tazza piccola come un ditale, mentre la forchetta si ingigantisce a dismisura - ma deve semplicemente prendere una carota, oppure perché il caffé rovesciandosi dalla tazza diviene un vortice di un grande lago, nei cui gorghi naviga sparuta una barchetta, che però si rivela essere di carta. E che dire di chi vive tranquillo nel proprio paesello, ignorando di essere in realtà - case e montagne comprese - in una enorme padella?
Questo alternarsi e sovrapporsi di piani onirici crea un mondo che richiama alla mente il racconto “Le rovine circolari” di Jorge Luis Borges, perché si ha l’impressione che anche chi sta sognando possa essere null’altro che il sogno di qualcuno, in un vertiginoso gioco di specchi che si riflettono l’un l’altro, spostando sempre un passo avanti la realtà, rendendo vera la favola. Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Felixid</itunes:author>
<itunes:subtitle>powered by microbo.net</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Le opere che Elisa Mearelli presenta in questa MicroSpaceCompetition sono dichiaratamente ispirate al racconto Avis Soleus, di Neil Gaiman. E in effetti la cifra distintiva di queste opere è proprio l’atmosfera fiabesca, che anima i piccoli gesti quotidiani, fino a stravolgerli completamente, fino a trasformare il mondo che conosciamo in un mondo nuovo, diverso, un mondo altro, dove le regole della fisica e della logica non hanno alcun valore. E così il gesto di bere un caffè, o di pranzare, cambiano completamente, vuoi perché le proporzioni tra gli oggetti mutano fino a rendere una tazza piccola come un ditale, mentre la forchetta si ingigantisce a dismisura - ma deve semplicemente prendere una carota, oppure perché il caffé rovesciandosi dalla tazza diviene un vortice di un grande lago, nei cui gorghi naviga sparuta una barchetta, che però si rivela essere di carta. E che dire di chi vive tranquillo nel proprio paesello, ignorando di essere in realtà - case e montagne comprese - in una enorme padella?
Questo alternarsi e sovrapporsi di piani onirici crea un mondo che richiama alla mente il racconto “Le rovine circolari” di Jorge Luis Borges, perché si ha l’impressione che anche chi sta sognando possa essere null’altro che il sogno di qualcuno, in un vertiginoso gioco di specchi che si riflettono l’un l’altro, spostando sempre un passo avanti la realtà, rendendo vera la favola. Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Wed, 02 Jun 2010 03:11:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, anna epis, aldo torrebruno, Elisa Mearelli</itunes:keywords>
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<title>microRoom:Essere o non esserci</title>
<description>Riconoscere se stessi nello specchio della propria anima è compito arduo, divenire consapevoli di quello che si nasconde sotto la carne, dentro le ossa è un processo lungo una vita ... Una vita per seguire le tracce del nostro impercettibile sfuggire a noi stessi... Quanti volti offriamo al mondo, una maschera replicata all'infinito nei cui tratti tesi, nel cui sguardo compreso si riflette soltanto un impercettibile barlume del nostro desiderio. Gli occhi attraversano la superficie delle cose quasi fosse un vetro curvo, guardano senza vedere, deformando lo spazio, il significato delle cose e aprendo dentro di noi uno squarcio attraverso il quale gli altri ci guardano senza comprendere. Creature in una terra straniera cerchiamo uno spazio in cui diventare invisibili o impalpabili. Resta un silenzio innaturale a sovrastare le parole, un silenzio che avvolge anche gli oggetti che ci appartengono ma non parlano per noi, non raccontano la nostra storia. Ci nascondiamo dietro un velo sottile di indifferenza che ci allontana, senza ferire la carne, ammutinando lo spirito Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Redmagik</itunes:author>
<itunes:subtitle>Alfio Catania, Ilaria Floris, Daniela Mari, Barbara Pece, Sabrina Sciortino</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Riconoscere se stessi nello specchio della propria anima è compito arduo, divenire consapevoli di quello che si nasconde sotto la carne, dentro le ossa è un processo lungo una vita ... Una vita per seguire le tracce del nostro impercettibile sfuggire a noi stessi... Quanti volti offriamo al mondo, una maschera replicata all'infinito nei cui tratti tesi, nel cui sguardo compreso si riflette soltanto un impercettibile barlume del nostro desiderio. Gli occhi attraversano la superficie delle cose quasi fosse un vetro curvo, guardano senza vedere, deformando lo spazio, il significato delle cose e aprendo dentro di noi uno squarcio attraverso il quale gli altri ci guardano senza comprendere. Creature in una terra straniera cerchiamo uno spazio in cui diventare invisibili o impalpabili. Resta un silenzio innaturale a sovrastare le parole, un silenzio che avvolge anche gli oggetti che ci appartengono ma non parlano per noi, non raccontano la nostra storia. Ci nascondiamo dietro un velo sottile di indifferenza che ci allontana, senza ferire la carne, ammutinando lo spirito Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Fri, 14 May 2010 22:22:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microroom, anna epis, aldo torrebruno, Alfio Catania, Ilaria Floris, Daniela Mari, Barbara Pece, Sabrina Sciortino, barbara di santo</itunes:keywords>
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<item>
<title>microSpace: Simon Ostan</title>
<description>Simon Ostan, il protagonista della microSpaceCompetition del mese è un artista che ama sia i contrasti sia le esplorazioni. Ama il contrasto tra bianco e nero, il contrasto forte, deciso tra pieno e vuoto, tra la precisione quasi maniacale del segno, tipica della grafica e l'esplosione creativa della pittura. Ama però anche l'esplorazione, soprattutto delle forme di comunicazione, che si affiancano e si combinano nelle sue opere. Comunicare, ecco il messaggio che informa la sua opera, comunicare in tutti i modi e le declinazioni possibili, con codici segreti che devono essere decodificati, con dei simboli che sembrano quasi musicali, o fornendo di un volto - con il quale possa dire la sua -  il segno grafico, oppure comunicare con il corpo, tenendosi per mano. Nelle sue opere la lettera A, la prima lettera dell’alfabeto, l'alfa simbolo dell’inizio di tutte le cose utilizza un intreccio di mani per uscire allo scoperto, per emergere dal terreno, per mostrarsi e parlare a chi, affascinato, saprà prestare orecchio. Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Sinamohseni</itunes:author>
<itunes:subtitle>powered by microbo.net</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Simon Ostan, il protagonista della microSpaceCompetition del mese è un artista che ama sia i contrasti sia le esplorazioni. Ama il contrasto tra bianco e nero, il contrasto forte, deciso tra pieno e vuoto, tra la precisione quasi maniacale del segno, tipica della grafica e l'esplosione creativa della pittura. Ama però anche l'esplorazione, soprattutto delle forme di comunicazione, che si affiancano e si combinano nelle sue opere. Comunicare, ecco il messaggio che informa la sua opera, comunicare in tutti i modi e le declinazioni possibili, con codici segreti che devono essere decodificati, con dei simboli che sembrano quasi musicali, o fornendo di un volto - con il quale possa dire la sua -  il segno grafico, oppure comunicare con il corpo, tenendosi per mano. Nelle sue opere la lettera A, la prima lettera dell’alfabeto, l'alfa simbolo dell’inizio di tutte le cose utilizza un intreccio di mani per uscire allo scoperto, per emergere dal terreno, per mostrarsi e parlare a chi, affascinato, saprà prestare orecchio. Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Sun, 02 May 2010 18:01:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, anna epis, aldo torrebruno, Simon Ostan</itunes:keywords>
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<item>
<title>microRoom: Sei cose impossibili prima di colazione</title>
<description>La nuova collettiva microroom è caratterizzata da una levità che riecheggia il linguaggio tipico delle fiabe: ci vengono proposti, grazie alle opere di quattro artisti, diverse variazioni sullesistenza, una moltitudine di mondi (im)possibili in cui immergerci. Ma la fiaba che ci viene raccontata è caratterizzata anche da sottili e non immediati giochi stilistici: è una fiaba per adulti. Così osserviamo mondi in cui lordine viene sovvertito, in cui i tavoli appoggiano sulle nuvole, ed un gatto è molto più grande di una sedia ed un candido volatile si staglia contro un mare nero come petrolio, mondi in cui un modellino di treno elettrico aggira una rosa - che pare un albero, persino mondi in cui ciò che era senza vita, scartato, torna ad assumere una forma di animale, torna in vita grazie allarte. Ma sono anche mondi popolati da animali fantastici, e non sempre dallaspetto rassicurante, draghi dai colori sgargianti e mostri dai denti aguzzi... Ovviamente questi universi parelleli, in cui tutto è possibile ed in cui accade di tutto sono caratterizzati anche da dialoghi surreali, quali quello che avviene tra una gallina, la sua ombra e il suo alter-ego, sullo sfondo della pagina scritta, già di per sé potente metafora che crea il mondo, o quello a cui sembra invitarci un viso che - come il gatto del Chesire - esiste solo in virtù dellapparire di occhi e bocca, gli strumenti che maggiormente siamo soliti usare per comunicare. Il viaggio tra le immagini di questi mondi da fiaba stuzzica la nostra curiosità: la creazione artistica ci permette di provare a credere a sei cose impossibili prima di fare colazione. Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Virtualman</itunes:author>
<itunes:subtitle>Maurizio Boz, Anna Caser, Associazione culturale b.r.i.o., Enrico Piras</itunes:subtitle>
<itunes:summary>La nuova collettiva microroom è caratterizzata da una levità che riecheggia il linguaggio tipico delle fiabe: ci vengono proposti, grazie alle opere di quattro artisti, diverse variazioni sullesistenza, una moltitudine di mondi (im)possibili in cui immergerci. Ma la fiaba che ci viene raccontata è caratterizzata anche da sottili e non immediati giochi stilistici: è una fiaba per adulti. Così osserviamo mondi in cui lordine viene sovvertito, in cui i tavoli appoggiano sulle nuvole, ed un gatto è molto più grande di una sedia ed un candido volatile si staglia contro un mare nero come petrolio, mondi in cui un modellino di treno elettrico aggira una rosa - che pare un albero, persino mondi in cui ciò che era senza vita, scartato, torna ad assumere una forma di animale, torna in vita grazie allarte. Ma sono anche mondi popolati da animali fantastici, e non sempre dallaspetto rassicurante, draghi dai colori sgargianti e mostri dai denti aguzzi... Ovviamente questi universi parelleli, in cui tutto è possibile ed in cui accade di tutto sono caratterizzati anche da dialoghi surreali, quali quello che avviene tra una gallina, la sua ombra e il suo alter-ego, sullo sfondo della pagina scritta, già di per sé potente metafora che crea il mondo, o quello a cui sembra invitarci un viso che - come il gatto del Chesire - esiste solo in virtù dellapparire di occhi e bocca, gli strumenti che maggiormente siamo soliti usare per comunicare. Il viaggio tra le immagini di questi mondi da fiaba stuzzica la nostra curiosità: la creazione artistica ci permette di provare a credere a sei cose impossibili prima di fare colazione. Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis</itunes:summary>
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<pubDate>Fri, 16 Apr 2010 01:19:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microroom, anna epis, aldo torrebruno, Maurizio Boz, Anna Caser, Associazione culturale b.r.i.o., Enrico Piras</itunes:keywords>
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<item>
<title>microSpace: Paolo Baraldi</title>
<description>Le opere di Paolo Baroni, aka ilbaro, sono caratterizzate da alcune peculiarità tutt'altro che banali, che rappresentano la cifra distintiva di questo artista. Da un lato, infatti, ilbaro è un graffitaro che sceglie per le proprie opere non muri esposti al quotidiano passaggio di persone, quanto piuttosto luoghi dimenticati, in cui la vita un tempo pulsava, ma di cui nessuno ora sembra più ricordarsi. D'altro canto, proprio in questi spazi, attraverso la dominanza del bianco, l'artista riporta la vita: crea forme che sembrano espandersi, crescere senza limiti, fino ad occupare tutto lo spazio disponibile in una sorta di promessa di crescita senza fine, siano radici che scalano una ciminiera fino alla sommità, siano misteriose creature che allungano le proprie appendici lungo il letto prosciugato di un canale, siano dita che si riprendono una fabbrica abbandonata, riportando una forma organica laddove la vita ed il lavoro non sono più.
Attraverso questi tratti caratterizzanti, attraverso questi recuperi estetici, l’artista porta a compimento una sorta di coraggiosa rivoluzione personale, e così un motto tipico dell’umanesimo, homo artifex fotunae suae, sembra riecheggiare nella tag che accompagna molte opere de ilbaro: "be your revolution". Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di SoLaRiS</itunes:author>
<itunes:subtitle>powered by microbo.net</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Le opere di Paolo Baroni, aka ilbaro, sono caratterizzate da alcune peculiarità tutt'altro che banali, che rappresentano la cifra distintiva di questo artista. Da un lato, infatti, ilbaro è un graffitaro che sceglie per le proprie opere non muri esposti al quotidiano passaggio di persone, quanto piuttosto luoghi dimenticati, in cui la vita un tempo pulsava, ma di cui nessuno ora sembra più ricordarsi. D'altro canto, proprio in questi spazi, attraverso la dominanza del bianco, l'artista riporta la vita: crea forme che sembrano espandersi, crescere senza limiti, fino ad occupare tutto lo spazio disponibile in una sorta di promessa di crescita senza fine, siano radici che scalano una ciminiera fino alla sommità, siano misteriose creature che allungano le proprie appendici lungo il letto prosciugato di un canale, siano dita che si riprendono una fabbrica abbandonata, riportando una forma organica laddove la vita ed il lavoro non sono più.
Attraverso questi tratti caratterizzanti, attraverso questi recuperi estetici, l’artista porta a compimento una sorta di coraggiosa rivoluzione personale, e così un motto tipico dell’umanesimo, homo artifex fotunae suae, sembra riecheggiare nella tag che accompagna molte opere de ilbaro: "be your revolution". Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Thu, 1 Apr 2010 00:16:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, anna epis, aldo torrebruno, Paolo Baraldi, ilbaro</itunes:keywords>
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<item>
<title>microSpace: Laura Ronca</title>
<description>È la comunicazione visiva, in tutte le sue forme ed in particolare il linguaggio del cinema e della pubblicità ad informare l’opera di Laura Ronca. Le immagini presentate in questa mostra virtuale offrono una visione del mondo molto attuale, che ci è facile, oserei dire naturale, fare nostra: è il mondo come lo conosciamo attraverso il punto di vista del cinema, un mondo che – come insegna Derrick De Kerchove – osserviamo quotidianamente attraverso il brainframe della comunicazione visiva e che al contempo è diventato per noi immediatamente riconoscibile e fruibile, poiché anche noi parliamo il suo linguaggio. Questa immediatezza è facilitata anche dalla presenza dei brand, i marchi, che rendono il messaggio dell’artista ancora più riconoscibile, immediato, diretto. Ciononostante, ad una più approfondita analisi la semplicità apparente svela la complessità sottostante: sia perché le immagini si divertono a giocare con le metafore (la artist drive non a caso è una strada sterrata ed impervia da percorrere!) sia perché non si accontentano della perfezione formale, ma si mettono costantemente in discussione (e così la macchina da american dream si ritrova in una discarica, pronta per la demolizione). Il gioco sottile che si genera tra immediatezza e complessità, l’ironia insita in questo gioco concorrono e creano il fascino di questa mostra virtuale. Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di JT Bruce</itunes:author>
<itunes:subtitle>powered by microbo.net</itunes:subtitle>
<itunes:summary>È la comunicazione visiva, in tutte le sue forme ed in particolare il linguaggio del cinema e della pubblicità ad informare l’opera di Laura Ronca. Le immagini presentate in questa mostra virtuale offrono una visione del mondo molto attuale, che ci è facile, oserei dire naturale, fare nostra: è il mondo come lo conosciamo attraverso il punto di vista del cinema, un mondo che – come insegna Derrick De Kerchove – osserviamo quotidianamente attraverso il brainframe della comunicazione visiva e che al contempo è diventato per noi immediatamente riconoscibile e fruibile, poiché anche noi parliamo il suo linguaggio. Questa immediatezza è facilitata anche dalla presenza dei brand, i marchi, che rendono il messaggio dell’artista ancora più riconoscibile, immediato, diretto. Ciononostante, ad una più approfondita analisi la semplicità apparente svela la complessità sottostante: sia perché le immagini si divertono a giocare con le metafore (la artist drive non a caso è una strada sterrata ed impervia da percorrere!) sia perché non si accontentano della perfezione formale, ma si mettono costantemente in discussione (e così la macchina da american dream si ritrova in una discarica, pronta per la demolizione). Il gioco sottile che si genera tra immediatezza e complessità, l’ironia insita in questo gioco concorrono e creano il fascino di questa mostra virtuale. Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Fri, 5 Mar 2010 15:46:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, anna epis, aldo torrebruno, Laura Ronca</itunes:keywords>
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<title>microRoom: I corpi dell'anima</title>
<description>Immersi nello strepito di un mondo a tinte forti ma senza troppi colori, restiamo sordi e cupi, insensibili alla melodia che si agita lieve dentro il nostro sangue immobile, indifferenti all’armonia cui aneliamo per istinto, ma senza convinzione. Comunicazione, mass media, propaganda ci incalzano da ogni parte, ci opprimono e ci ricollocano nella nostra quotidianità facendo di noi ombre discoste su una scena senza protagonisti. L’ironia di uno sguardo consapevole sulla confusione delle nostre vite parla attraverso l’opera degli artisti di questa mostra. Senza scampo, accartocciata l’anima nella malinconia di un sorriso in bianco e nero, abbozziamo il nostro desiderio di essere su una copertina patinata che scivola ambigua al contatto con le dita. Corpi smembrati, robotizzati, ricomposti ad hoc per il consumo insensato e incessante dei nostri sensi atterrati e scarnificati nell’abbandono. Corpi si frantumano, volti, pezzi di carne replicati in serie diventano parte per il tutto … e per il niente. E nell’inchiostro dell’usura crudele del tempo attuale, ci troviamo a riscrivere le linee curve della nostra esistenza, mentre parole angolose si affacciano sulle nostre labbra socchiuse, mentre l’impronta che vorremmo lasciare sul destino resta imprigionata sulle mani nude. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Xcyril</itunes:author>
<itunes:subtitle>Valentina Berna Berionni, Cecilia De Lucia, Roberta De Min, Raffaella Formenti, Luca Mainini, Pietro Mancini</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Immersi nello strepito di un mondo a tinte forti ma senza troppi colori, restiamo sordi e cupi, insensibili alla melodia che si agita lieve dentro il nostro sangue immobile, indifferenti all’armonia cui aneliamo per istinto, ma senza convinzione. Comunicazione, mass media, propaganda ci incalzano da ogni parte, ci opprimono e ci ricollocano nella nostra quotidianità facendo di noi ombre discoste su una scena senza protagonisti. L’ironia di uno sguardo consapevole sulla confusione delle nostre vite parla attraverso l’opera degli artisti di questa mostra. Senza scampo, accartocciata l’anima nella malinconia di un sorriso in bianco e nero, abbozziamo il nostro desiderio di essere su una copertina patinata che scivola ambigua al contatto con le dita. Corpi smembrati, robotizzati, ricomposti ad hoc per il consumo insensato e incessante dei nostri sensi atterrati e scarnificati nell’abbandono. Corpi si frantumano, volti, pezzi di carne replicati in serie diventano parte per il tutto … e per il niente. E nell’inchiostro dell’usura crudele del tempo attuale, ci troviamo a riscrivere le linee curve della nostra esistenza, mentre parole angolose si affacciano sulle nostre labbra socchiuse, mentre l’impronta che vorremmo lasciare sul destino resta imprigionata sulle mani nude. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis</itunes:summary>
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<pubDate>Sun, 20 Feb 2010 23:58:00 +0100</pubDate>
<itunes:duration>01:32</itunes:duration>
<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microroom, barbara di santo, anna epis, aldo torrebruno, Valentina Berna Berionni, Cecilia De Lucia, Roberta De Min, Raffaella Formenti, Luca Mainini, Pietro Mancini</itunes:keywords>
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<title>microSpace: Andrea D'Antrassi</title>
<description>La superficie curva e liscia della nostra indifferenza si confonde nel biancore lattiginoso dell’indifferenza altrui. Un guscio sottile avviluppato intorno alla nostra percezione improvvisa, alla nostra fragile esistenza, una membrana che ci chiude e ci protegge, ci isola e ci accomuna. Specchio involontario di una paura arcaica che ci abita inconsapevoli, la levigatezza imperfetta dell’uovo scivola intorno a noi e ci fa scudo mentre cresciamo in un universo di cuori custoditi da una camera d’aria. E al ritmo del nostro incedere inquieto, mentre la nostra vita trascorre e si riempie dell’orgoglio vano di essere diversi, attraversiamo questo sogno indistinto, varchiamo la soglia della coscienza e nel clamore del mondo ci ritroviamo a cercare il conforto di una solitudine gemella che abbia lo stesso colore del nostro vuoto dolente. Restiamo sospesi sui nostri dubbi a divorare con rancore freddo e crudele il tempo che ci è concesso, chiusi in una nuova gabbia che ci offre riparo dalla fatica di essere davvero, di raggiungere gli altri. E nella nebbia di giorni che si ripetono, camminiamo gli uni accanto agli altri, ombre più o meno delineate, distorte nello spazio aperto ma soffocante di un destino abbozzato. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Greg Baumant</itunes:author>
<itunes:subtitle>powered by microbo.net</itunes:subtitle>
<itunes:summary>La superficie curva e liscia della nostra indifferenza si confonde nel biancore lattiginoso dell’indifferenza altrui. Un guscio sottile avviluppato intorno alla nostra percezione improvvisa, alla nostra fragile esistenza, una membrana che ci chiude e ci protegge, ci isola e ci accomuna. Specchio involontario di una paura arcaica che ci abita inconsapevoli, la levigatezza imperfetta dell’uovo scivola intorno a noi e ci fa scudo mentre cresciamo in un universo di cuori custoditi da una camera d’aria. E al ritmo del nostro incedere inquieto, mentre la nostra vita trascorre e si riempie dell’orgoglio vano di essere diversi, attraversiamo questo sogno indistinto, varchiamo la soglia della coscienza e nel clamore del mondo ci ritroviamo a cercare il conforto di una solitudine gemella che abbia lo stesso colore del nostro vuoto dolente. Restiamo sospesi sui nostri dubbi a divorare con rancore freddo e crudele il tempo che ci è concesso, chiusi in una nuova gabbia che ci offre riparo dalla fatica di essere davvero, di raggiungere gli altri. E nella nebbia di giorni che si ripetono, camminiamo gli uni accanto agli altri, ombre più o meno delineate, distorte nello spazio aperto ma soffocante di un destino abbozzato. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Tue, 9 Feb 2010 10:11:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, anna epis, aldo torrebruno, andrea antrassi, barbara di santo</itunes:keywords>
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<title>No war, please! Anteprima</title>
<description>Anteprima della mostra No war, please! ospitata presso il Circolo Culturale Bertolt Brecht di Milano dall'11 gennaio 2010. Opere di: Alberto Maria Maderna, Aleksandra Erderljan, Alessandro Bombardini, Alessia Brozzetti, Alma Islambegovic, Andrea Margheriti, Andreina Argiolas, Anna Epis, Antonella Prota Giurleo, Antonio Eusebio, Antonio La Malfa, Antonio Marciano, Antonio Sassu, Barbara Crimella, Cadi Salama, Calogero Marrali, Calogero Tuzze', Claudio Parentela, Claus (Claudia Lauro), Cristina Cattaneo, Cristina De Marchi, Davide Di Taranto, Domenico Severino, Eleonora Pullano, Elidon Mucaj, Elvira Vera Mauri, Erika Riehle, Fran Forman, Frances Crocetti, Francesco Lasalandra, Gabriela Diana Gavrilas, Gerardo Marzullo, Giada Fioramonti, Gian Paolo Ciurlo, Gianluca Centrone, Gianna Maria Pesce, Giuliano Cotellessa, Giuseppe D'Alia, Ilaria Dolino, Leo Nilde Carabba, Lia Battaglia, Luca Biondi, Luca Squarcialupi, Luigi Caiffa, Marcella Zardini, Marco Bellomi, Marco Lamanna, Margherita Calzoni, Maria Elena Borsato, Maria Sabina Segatori, Marianna Mendozza, Mariano Bellarosa, Marilde Magni, Marta Idda Maryse Marconi, Me and Jesus (Salvatore Palazzo), Meliha Druzic, Michele Cutrano, Mirta Caccaro, Nadia Magnabosco, Nadia Sabbioni, Olga Vanoncini, Ornella Garbin, Paolo Camplone, Paolo Chirco, Paolo Ollano, Patrizia Pecorella, Roberto Contini, Rosa Maria Taffaro, Rosalba Cutrano, Rosanna Giani, Ruggero Maggi, Santina Chirulli, Santo Giunta, Sebastiana Vitello, Simona Vajana, Stefania Recalcati, Stefano Vitellaro, Tijana Kojic, Tiziana Rosmini, Valentina Berna Berionni, Valentina Majer, Veronica Menni, Vincenzo Inrgasci', Vincenzo Todaro. A cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Mindthings</itunes:author>
<itunes:subtitle>powered by microbo.net</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Anteprima della mostra No war, please! ospitata presso il Circolo Culturale Bertolt Brecht di Milano dall'11 gennaio 2010. Opere di: Alberto Maria Maderna, Aleksandra Erderljan, Alessandro Bombardini, Alessia Brozzetti, Alma Islambegovic, Andrea Margheriti, Andreina Argiolas, Anna Epis, Antonella Prota Giurleo, Antonio Eusebio, Antonio La Malfa, Antonio Marciano, Antonio Sassu, Barbara Crimella, Cadi Salama, Calogero Marrali, Calogero Tuzze', Claudio Parentela, Claus (Claudia Lauro), Cristina Cattaneo, Cristina De Marchi, Davide Di Taranto, Domenico Severino, Eleonora Pullano, Elidon Mucaj, Elvira Vera Mauri, Erika Riehle, Fran Forman, Frances Crocetti, Francesco Lasalandra, Gabriela Diana Gavrilas, Gerardo Marzullo, Giada Fioramonti, Gian Paolo Ciurlo, Gianluca Centrone, Gianna Maria Pesce, Giuliano Cotellessa, Giuseppe D'Alia, Ilaria Dolino, Leo Nilde Carabba, Lia Battaglia, Luca Biondi, Luca Squarcialupi, Luigi Caiffa, Marcella Zardini, Marco Bellomi, Marco Lamanna, Margherita Calzoni, Maria Elena Borsato, Maria Sabina Segatori, Marianna Mendozza, Mariano Bellarosa, Marilde Magni, Marta Idda Maryse Marconi, Me and Jesus (Salvatore Palazzo), Meliha Druzic, Michele Cutrano, Mirta Caccaro, Nadia Magnabosco, Nadia Sabbioni, Olga Vanoncini, Ornella Garbin, Paolo Camplone, Paolo Chirco, Paolo Ollano, Patrizia Pecorella, Roberto Contini, Rosa Maria Taffaro, Rosalba Cutrano, Rosanna Giani, Ruggero Maggi, Santina Chirulli, Santo Giunta, Sebastiana Vitello, Simona Vajana, Stefania Recalcati, Stefano Vitellaro, Tijana Kojic, Tiziana Rosmini, Valentina Berna Berionni, Valentina Majer, Veronica Menni, Vincenzo Inrgasci', Vincenzo Todaro. A cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Sun, 10 Jan 2010 20:11:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, anna epis, aldo torrebruno, no war</itunes:keywords>
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<title>microRoom: L'uomo nuovo</title>
<description>Subliminale, idealizzato, quantizzato, schematizzato, scomposto e ricomposto, mutato di forma, cambiato di posto, di destinazione, d’uso, renderizzato, elettrificato, bioingegnerizzato. Questo è l’uomo di oggi, come viene descritto dai giovani artisti che danno vita a questa collettiva microRoom.
Il percorso può partire da Alessia Gatti, che scompone nella logica da settimana enigmistica sia il luogo principe del pensiero, sia il suo strumento. Così la testa annega nel nitore ottico di definizioni orizzontali e verticali, che permeano l’ambiente circostante. Ambiente che trae la propria energia, come è ovvio, dalla presa di corrente elettrica - oggettivata e portata ad una sorta di dimensione sovra-reale, nell’opera di Linda Antonietti. Così, dall’uomo ridotto a schema e dall’energia elettrica, prende forma l’uomo privato dei suoi orpelli, schematizzato e computerizzato, in fase di pre-rendering che ci offre Luca Lillo. Ma una volta digitalizzato - secondo le caratteristiche proprie del medium - Massimiliano Pelletti ci mostra che l’uomo può diventare altro: la forma resta la stessa, è vero, ma può cambiare sia la destinazione (perché non produrre crani surgelati precotti, da tenere in frigo pronti per l’uso?) sia la forma da montare sulla struttura base, ed ecco quindi una pelle fatta di biscotti per cani. Ovviamente questo uomo nuovo, tecnologico, reigegnerizzato, non può rivolgersi per i suoi bisogni spirituali alle divinità tradizionali, ma ha bisogno di idoli nuovi, adatti a lui e alla sua “augmeted reality”. Vader Vroom ci propone - a tal fine - interessanti sincretismi: dalla donna con tre tette santificata dal contatto con una scultura sacra lignea, fino all’angelo dall’aureola al neon, più moderno e al passo coi tempi. Difficile dare un giudizio di valore, o etico a queste visioni: forse è meglio lasciare che ci provochino, che ci pongano delle domande su ciò che siamo, su ciò che possiamo diventare, su ciò che saremo. Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Massimo Teggi</itunes:author>
<itunes:subtitle>Linda Antonietti, Alessai Gatti, Luca Lillo, Massimiliano Pelletti, Vader Vroom</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Subliminale, idealizzato, quantizzato, schematizzato, scomposto e ricomposto, mutato di forma, cambiato di posto, di destinazione, d’uso, renderizzato, elettrificato, bioingegnerizzato. Questo è l’uomo di oggi, come viene descritto dai giovani artisti che danno vita a questa collettiva microRoom.
Il percorso può partire da Alessia Gatti, che scompone nella logica da settimana enigmistica sia il luogo principe del pensiero, sia il suo strumento. Così la testa annega nel nitore ottico di definizioni orizzontali e verticali, che permeano l’ambiente circostante. Ambiente che trae la propria energia, come è ovvio, dalla presa di corrente elettrica - oggettivata e portata ad una sorta di dimensione sovra-reale, nell’opera di Linda Antonietti. Così, dall’uomo ridotto a schema e dall’energia elettrica, prende forma l’uomo privato dei suoi orpelli, schematizzato e computerizzato, in fase di pre-rendering che ci offre Luca Lillo. Ma una volta digitalizzato - secondo le caratteristiche proprie del medium - Massimiliano Pelletti ci mostra che l’uomo può diventare altro: la forma resta la stessa, è vero, ma può cambiare sia la destinazione (perché non produrre crani surgelati precotti, da tenere in frigo pronti per l’uso?) sia la forma da montare sulla struttura base, ed ecco quindi una pelle fatta di biscotti per cani. Ovviamente questo uomo nuovo, tecnologico, reigegnerizzato, non può rivolgersi per i suoi bisogni spirituali alle divinità tradizionali, ma ha bisogno di idoli nuovi, adatti a lui e alla sua “augmeted reality”. Vader Vroom ci propone - a tal fine - interessanti sincretismi: dalla donna con tre tette santificata dal contatto con una scultura sacra lignea, fino all’angelo dall’aureola al neon, più moderno e al passo coi tempi. Difficile dare un giudizio di valore, o etico a queste visioni: forse è meglio lasciare che ci provochino, che ci pongano delle domande su ciò che siamo, su ciò che possiamo diventare, su ciò che saremo. Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis</itunes:summary>
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<pubDate>Sun, 15 Nov 2009 00:01:00 +0100</pubDate>
<itunes:duration>02:21</itunes:duration>
<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, anna epis, aldo torrebruno, Linda Antonietti, Alessai Gatti, Luca Lillo, Massimiliano Pelletti, Vader Vroom, Massimo Teggi</itunes:keywords>
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<title>microSpace: Claudia Matta</title>
<description>Il filo del discorso è il titolo di questa serie di opere di Claudia Matta. Attraverso la gestualità delle mani, e attraverso il filo che le collega, che rappresenta - anche graficamente - il trait d'union, l'artista intreccia un dialogo con Anna. Tale dialogo si svolge in due lingue, e percorre i due fronti delle mani, utilizzando caratteri corsivi latini e maiuscoli cirillici. Anche i gesti delle mani (che riecheggiano, nella loro rappresentazione quasi in fotocopia, le avanguardie russe, aggiungendo suggestione al dialogo) concorrono ad unire i due linguaggi, creano il dialogo. Dialogo che è da un lato il seguire del filo logico (anche etimologicamente: dia-logos, ovvero attraverso la logica lineare, nel nostro caso tracciata dal filo) e dall'altro è poesia, introspezione, sensazioni appena accennate lungo il palmo e il dorso delle mani. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno
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<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Stidiek</itunes:author>
<itunes:subtitle>Vincitore Novembre 2009</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Il filo del discorso è il titolo di questa serie di opere di Claudia Matta. Attraverso la gestualità delle mani, e attraverso il filo che le collega, che rappresenta - anche graficamente - il trait d'union, l'artista intreccia un dialogo con Anna. Tale dialogo si svolge in due lingue, e percorre i due fronti delle mani, utilizzando caratteri corsivi latini e maiuscoli cirillici. Anche i gesti delle mani (che riecheggiano, nella loro rappresentazione quasi in fotocopia, le avanguardie russe, aggiungendo suggestione al dialogo) concorrono ad unire i due linguaggi, creano il dialogo. Dialogo che è da un lato il seguire del filo logico (anche etimologicamente: dia-logos, ovvero attraverso la logica lineare, nel nostro caso tracciata dal filo) e dall'altro è poesia, introspezione, sensazioni appena accennate lungo il palmo e il dorso delle mani. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno
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<pubDate>Tue, 10 Nov 2009 14:12:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, claudia matta, anna epis, aldo torrebruno</itunes:keywords>
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<title>microRoom: Un ambiguo malanno alla luce del sole</title>
<description>"O Zeus, perché dunque hai messo fra gli uomini un ambiguo malanno, portando le donne alla luce del sole?" Così, Ippolito si rivolgeva al padre degli dei, in nome di Euripide, apostrofando le donne, amaro e inesorabile. Un "ambiguo malanno" alla luce del sole. Le donne attraversano la storia, l’hanno fatta e l’hanno cambiata, ne sono uscite mutate esse stesse. Eppure il segreto più vivido dell’animo femminile è nascosto in un universo delicato e selvaggio, un mondo a sé, incompreso e a volte incomprensibile persino a se stesso. Fantasmagoria di luci e ombre, voci di dentro e silenzi improvvisi che ci lasciano confusi, interdetti, ammaliati. Stranezze e follie leggere ci tengono aggrappate alle nostre fissazioni come un lucchetto intorno al cuore gelato. Colori accesi di energia sempre nuova inondano il nostro spazio dell’anima ritraendosi poi in una eterna risacca, rinnovandosi pur nella caducità delle cose. Una donna è il suo cuore vagante, legato all’istinto come un aquilone cullato dalla brezza. Una donna è nel contempo bambina e madre di se stessa, realista e sognatrice, tanto impaurita del mondo da doverlo guardare attraverso un vetro, eppure curiosa di librarsi sulla realtà, di misurarla dall’alto. Una donna è il suo pensiero ribelle, non sempre e, per fortuna non sempre, “fatina” agli occhi del mondo. Inafferrabile e bugiarda, cuore cangiante, eppure pronta a riscattarsi, come il burattino alla fine della storia. Un universo parallelo, dunque, quello femminile, forte e fantasioso, vivificato da una passione creativa a volte assopita, ma sempre pronta a rinascere, zampillare feconda alla luce del sole. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Frozen Silence</itunes:author>
<itunes:subtitle>Maria Grazia Canale, Anna Godeassi, Nadia Magnabosco, Barbara Mancini, Vincenzo Pioggia</itunes:subtitle>
<itunes:summary>"O Zeus, perché dunque hai messo fra gli uomini un ambiguo malanno, portando le donne alla luce del sole?" Così, Ippolito si rivolgeva al padre degli dei, in nome di Euripide, apostrofando le donne, amaro e inesorabile. Un "ambiguo malanno" alla luce del sole. Le donne attraversano la storia, l’hanno fatta e l’hanno cambiata, ne sono uscite mutate esse stesse. Eppure il segreto più vivido dell’animo femminile è nascosto in un universo delicato e selvaggio, un mondo a sé, incompreso e a volte incomprensibile persino a se stesso. Fantasmagoria di luci e ombre, voci di dentro e silenzi improvvisi che ci lasciano confusi, interdetti, ammaliati. Stranezze e follie leggere ci tengono aggrappate alle nostre fissazioni come un lucchetto intorno al cuore gelato. Colori accesi di energia sempre nuova inondano il nostro spazio dell’anima ritraendosi poi in una eterna risacca, rinnovandosi pur nella caducità delle cose. Una donna è il suo cuore vagante, legato all’istinto come un aquilone cullato dalla brezza. Una donna è nel contempo bambina e madre di se stessa, realista e sognatrice, tanto impaurita del mondo da doverlo guardare attraverso un vetro, eppure curiosa di librarsi sulla realtà, di misurarla dall’alto. Una donna è il suo pensiero ribelle, non sempre e, per fortuna non sempre, “fatina” agli occhi del mondo. Inafferrabile e bugiarda, cuore cangiante, eppure pronta a riscattarsi, come il burattino alla fine della storia. Un universo parallelo, dunque, quello femminile, forte e fantasioso, vivificato da una passione creativa a volte assopita, ma sempre pronta a rinascere, zampillare feconda alla luce del sole. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis</itunes:summary>
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<pubDate>Sun, 18 Oct 2009 23:58:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, barbara di santo, anna epis, aldo torrebruno, Maria Grazia Canale, Anna Godeassi, Nadia Magnabosco, Barbara Mancini, Vincenzo Pioggia</itunes:keywords>
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<title>microSpace: Aleph Tonetto</title>
<description>Le opere di Aleph Tonetto appaiono come liminali: spazi in cui il confine tra uomo e cosmo che lo circonda diviene visibile. La medesima materia, il ferro, assume i contorni dell'infinito geometrico, razionale della prospettiva e si fa piano cartesiano - estremamente umano nella suo essere denso di significato, chiaro e distinto - ma al contempo, oltre il confine, al di là del limes, grazie all'azione corrosiva dell'acido, richiama alla mente l'infinito di maggiore e straordinaria potenza della natura, in tutte le sue rappresentazioni. Basta osservare il confronto tra la prospettiva del suolo e ciò che fluttua nella zona aerea delle opere di Tonetto, per restare impressionati dall'equilibrio che si crea tra queste due zone, per percepire il confine come luogo di conoscenza e scambio. La stessa natura del ferro diviene ambivalente, attraverso una doppia metafora: da un lato l'azione "naturale" dell'ossidazione, dall'altro la capacità dell'artista di orientarla verso la ricerca di significati precisi. Attraverso queste opere si ha la sensazione di "sporgersi oltre", di "affacciarsi sull'ulteriore". Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno
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<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Djad</itunes:author>
<itunes:subtitle>Vincitore Ottobre 2009</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Le opere di Aleph Tonetto appaiono come liminali: spazi in cui il confine tra uomo e cosmo che lo circonda diviene visibile. La medesima materia, il ferro, assume i contorni dell'infinito geometrico, razionale della prospettiva e si fa piano cartesiano - estremamente umano nella suo essere denso di significato, chiaro e distinto - ma al contempo, oltre il confine, al di là del limes, grazie all'azione corrosiva dell'acido, richiama alla mente l'infinito di maggiore e straordinaria potenza della natura, in tutte le sue rappresentazioni. Basta osservare il confronto tra la prospettiva del suolo e ciò che fluttua nella zona aerea delle opere di Tonetto, per restare impressionati dall'equilibrio che si crea tra queste due zone, per percepire il confine come luogo di conoscenza e scambio. La stessa natura del ferro diviene ambivalente, attraverso una doppia metafora: da un lato l'azione "naturale" dell'ossidazione, dall'altro la capacità dell'artista di orientarla verso la ricerca di significati precisi. Attraverso queste opere si ha la sensazione di "sporgersi oltre", di "affacciarsi sull'ulteriore". Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno
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<pubDate>Sat, 3 Oct 2009 19:11:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, aleph tonetto, anna epis, aldo torrebruno</itunes:keywords>
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<title>microRoom: In mutante divenire</title>
<description>Siamo il tempo che viviamo. Siamo il tempo che attraversiamo, in bilico sui nostri pensieri incerti. Siamo i giorni accesi di attesa, gli orizzonti che si colorano di un futuro che diventa presente. Ma cosa resta di noi nel soffio di questa eterna trasformazione? Cosa diventiamo? È la domanda che sembra percorrere lo spazio sotterraneo di questa mostra diventando, nel contempo, soluzione a se stessa nell’interpretazione personale di ciascun artista. La fotografia viene usata per indagare, parafrasare una realtà altrimenti intangibile, conferendole con lo scatto l’asprezza che le conviene, prestandole l’ambiguità che le necessita. Il tempo cambia velocità, cambia i colori e le forme, trasforma il nostro corpo e il nostro vissuto, dentro e fuori. L’obiettivo crudele fruga nei pensieri scomposti, lasciandoci a fissare l’intimità viscerale della risposta. Siamo cellule, incorniciate sul vetrino di un microscopio, corpi mutanti, capaci di avviluppare la nostra coscienza in un bozzolo da cui non verrà fuori come farfalla, ma come parte di scarto, roba da buttare, pronti a barattare la nostra carne e il nostro sentire con delle protesi. La nostra identità mutante macchia della sua imperfezione l’eterna ricerca di un ideale di simmetria. E di noi resta l’angoscia di due occhi fossili che da una parete sembrano fissare ombre narcotizzate, perdute in un’oscurità senza spessore. Una macchia cupa rimane del nostro cuore. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Stidiek</itunes:author>
<itunes:subtitle>Giovanni Albore, Martha Baggetta, Juri A. Cristini, Matteo Emery, Matteo Farolfi, Antonino Milotta, Matteo Varsi</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Siamo il tempo che viviamo. Siamo il tempo che attraversiamo, in bilico sui nostri pensieri incerti. Siamo i giorni accesi di attesa, gli orizzonti che si colorano di un futuro che diventa presente. Ma cosa resta di noi nel soffio di questa eterna trasformazione? Cosa diventiamo? È la domanda che sembra percorrere lo spazio sotterraneo di questa mostra diventando, nel contempo, soluzione a se stessa nell’interpretazione personale di ciascun artista. La fotografia viene usata per indagare, parafrasare una realtà altrimenti intangibile, conferendole con lo scatto l’asprezza che le conviene, prestandole l’ambiguità che le necessita. Il tempo cambia velocità, cambia i colori e le forme, trasforma il nostro corpo e il nostro vissuto, dentro e fuori. L’obiettivo crudele fruga nei pensieri scomposti, lasciandoci a fissare l’intimità viscerale della risposta. Siamo cellule, incorniciate sul vetrino di un microscopio, corpi mutanti, capaci di avviluppare la nostra coscienza in un bozzolo da cui non verrà fuori come farfalla, ma come parte di scarto, roba da buttare, pronti a barattare la nostra carne e il nostro sentire con delle protesi. La nostra identità mutante macchia della sua imperfezione l’eterna ricerca di un ideale di simmetria. E di noi resta l’angoscia di due occhi fossili che da una parete sembrano fissare ombre narcotizzate, perdute in un’oscurità senza spessore. Una macchia cupa rimane del nostro cuore. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis
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<pubDate>Tue, 15 Sep 2009 20:08:00 +0100</pubDate>
<itunes:duration>02:12</itunes:duration>
<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, barbara di santo, anna epis, aldo torrebruno, Giovanni Albore, Martha Baggetta, Juri A. Cristini, Matteo Emery, Matteo Farolfi, Antonino Milotta, Matteo Varsi</itunes:keywords>
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<title>microSpace: GEC e Halo-Halo</title>
<description>Le foto di Ramona Vada testimoniano il primo esperimento di Graffiti luminosi italiano, messo in scena da Gec e Halo-Halo il 18 luglio 2009 a Torino. Suggestioni newyorkesi (dove i light-writers disegnano coi laser su interi grattacieli), voglia di lasciare una traccia che - contrariamente al solito - svanisce al termine della performance, quando la notte si fa giorno, desiderio di realizzare graffiti di enorme impatto visivo e di dimensioni considerevoli. Il segno sul muro lasciato dai due writers si trasforma: neppure il più feroce teorico del graffito-imbratta-muro potrebbe lamentarsi, è la luce che disegna su superfici enormi i disegni dei due giovani artisti urbani. Il writer non deve più lasciare le proprie tracce quasi di nascosto, ma diviene performer, ha l'occasione di vedere immediatamente l'impatto dei suoi segni sugli spettatori. Non è possibile sapere dove condurrà questo esperimento, ma sicuramente una traccia è segnata... Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di wasaru</itunes:author>
<itunes:subtitle>Vincitore Settembre 2009</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Le foto di Ramona Vada testimoniano il primo esperimento di Graffiti luminosi italiano, messo in scena da Gec e Halo-Halo il 18 luglio 2009 a Torino. Suggestioni newyorkesi (dove i light-writers disegnano coi laser su interi grattacieli), voglia di lasciare una traccia che - contrariamente al solito - svanisce al termine della performance, quando la notte si fa giorno, desiderio di realizzare graffiti di enorme impatto visivo e di dimensioni considerevoli. Il segno sul muro lasciato dai due writers si trasforma: neppure il più feroce teorico del graffito-imbratta-muro potrebbe lamentarsi, è la luce che disegna su superfici enormi i disegni dei due giovani artisti urbani. Il writer non deve più lasciare le proprie tracce quasi di nascosto, ma diviene performer, ha l'occasione di vedere immediatamente l'impatto dei suoi segni sugli spettatori. Non è possibile sapere dove condurrà questo esperimento, ma sicuramente una traccia è segnata... Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno
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<pubDate>Tue, 1 Sep 2009 23:29:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, GEC, halo-halo, anna epis, aldo torrebruno</itunes:keywords>
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<title>microRoom: Inverso</title>
<description>Dentro labirinti difficili da camminare ci chiudiamo, spesso confortati dal disegno contorto che noi stessi abbiamo creato. Prigionieri volontari di un modello che preferiamo eternare, ascoltiamo raramente la voce piccola che attraversa i nostri giorni e ci chiede di guardarci dentro e intorno, di rompere lo schema in cui siamo abituati a riconoscere noi stessi. Dove sta la risposta? In quello che i nostri sensi interpretano come la realtà o piuttosto nella domanda? La consapevolezza di sé nasce da un processo doloroso che ci abituiamo a nascondere per istinto di autoconservazione. Invece, è proprio questo che le opere raccolte in questa mostra, sembrano indurci a fare. Ci interrogano sul mondo, sembrano chiederci in cosa crediamo davvero. In questa esplorazione, gli oggetti, le storie, la materia  stessa si prestano a un gioco di rivelazione. Nella fatica, troviamo una sedia che minaccia di mangiarci; dove potremo riposare, finalmente? Una spirale accesa sembra separarci dallo spazio infinitamente lontano eppure, in attimo, ci apre gli occhi su uno spiraglio di luce. Il colore diventa materia, invade lo spazio e lo colma chiedendoci di ascoltare anziché guardare. Cappuccetto rosso ha finalmente compiuto il suo rito di passaggio, non più una bambina spaurita ma una donna adulta soggiogata da una passione antica. Il silenzio ovattato del mare si rompe nel verso dissonante di un pescecane. Uno scritto che non si fa leggere raccoglie le risposte alla nostra domanda, sospese dentro di noi. Cappuccetto rosso ha finalmente compiuto il suo rito di passaggio, non più una bambina spaurita ma una donna adulta soggiogata da una passione antica. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Revolution Void</itunes:author>
<itunes:subtitle>Franco Ariaudo, Fausta Dossi, Stefano Momentè, Ina Nikolic, Massimo Sirelli, Francesca Vezzani </itunes:subtitle>
<itunes:summary>Dentro labirinti difficili da camminare ci chiudiamo, spesso confortati dal disegno contorto che noi stessi abbiamo creato. Prigionieri volontari di un modello che preferiamo eternare, ascoltiamo raramente la voce piccola che attraversa i nostri giorni e ci chiede di guardarci dentro e intorno, di rompere lo schema in cui siamo abituati a riconoscere noi stessi. Dove sta la risposta? In quello che i nostri sensi interpretano come la realtà o piuttosto nella domanda? La consapevolezza di sé nasce da un processo doloroso che ci abituiamo a nascondere per istinto di autoconservazione. Invece, è proprio questo che le opere raccolte in questa mostra, sembrano indurci a fare. Ci interrogano sul mondo, sembrano chiederci in cosa crediamo davvero. In questa esplorazione, gli oggetti, le storie, la materia  stessa si prestano a un gioco di rivelazione. Nella fatica, troviamo una sedia che minaccia di mangiarci; dove potremo riposare, finalmente? Una spirale accesa sembra separarci dallo spazio infinitamente lontano eppure, in attimo, ci apre gli occhi su uno spiraglio di luce. Il colore diventa materia, invade lo spazio e lo colma chiedendoci di ascoltare anziché guardare. Cappuccetto rosso ha finalmente compiuto il suo rito di passaggio, non più una bambina spaurita ma una donna adulta soggiogata da una passione antica. Il silenzio ovattato del mare si rompe nel verso dissonante di un pescecane. Uno scritto che non si fa leggere raccoglie le risposte alla nostra domanda, sospese dentro di noi. Cappuccetto rosso ha finalmente compiuto il suo rito di passaggio, non più una bambina spaurita ma una donna adulta soggiogata da una passione antica. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis
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<pubDate>Wed, 15 Jul 2009 16:01:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, barbara di santo, anna epis, aldo torrebruno, Franco Ariaudo, Fausta Dossi, Stefano Momentè, Ina Nikolic, Massimo Sirelli, Francesca Vezzani</itunes:keywords>
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<title>microSpace: Giulia Tamanini</title>
<description>Le opere di Giulia Tamanini sono caratterizzate da grande eterogeneità, che coinvolge sia i soggetti, sia i materiali che l'artista unisce nei diversi riquadri che compongono (anche in senso genuinamente etimologico: cum ponere) le sue opere. Tale eterogenità si combina però in un  intero e diviene un racconto surreale, all'interno del quale raffigurazioni apparentemente distanti dialogano: il sottile filo che unisce i riquadri trasforma le rappresentazioni solitarie in un tutto significativo. Le opere fanno pensare al circolo ermeneutico, perché nascono e si possono comprendere a partire dal rapporto tra il tutto e le parti che lo compongono, rapporto di equilibrio in cui ogni frammento occupa la giusta porzione rispetto al tutto, dove ogni frammento sostiene l'altro. Il risultato complessivo è una narrazione unica, ma dalle forme innumerevoli. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Sonic Mistery</itunes:author>
<itunes:subtitle>Vincitore Luglio 2009</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Le opere di Giulia Tamanini sono caratterizzate da grande eterogeneità, che coinvolge sia i soggetti, sia i materiali che l'artista unisce nei diversi riquadri che compongono (anche in senso genuinamente etimologico: cum ponere) le sue opere. Tale eterogenità si combina però in un  intero e diviene un racconto surreale, all'interno del quale raffigurazioni apparentemente distanti dialogano: il sottile filo che unisce i riquadri trasforma le rappresentazioni solitarie in un tutto significativo. Le opere fanno pensare al circolo ermeneutico, perché nascono e si possono comprendere a partire dal rapporto tra il tutto e le parti che lo compongono, rapporto di equilibrio in cui ogni frammento occupa la giusta porzione rispetto al tutto, dove ogni frammento sostiene l'altro. Il risultato complessivo è una narrazione unica, ma dalle forme innumerevoli. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno
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<pubDate>Tue, 30 Jun 2009 20:14:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, giulia tamanini, anna epis, aldo torrebruno</itunes:keywords>
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<title>microRoom: Dreambox d'autore</title>
<description>Di quanti sogni abbiamo bisogno per avere la forza di realizzarne almeno uno? Di quanti incubi deve essere popolato il nostro sonno per riuscire a dimenticare una ferita? Di quante paure deve cibarsi il nostro spirito, ogni giorno, per riuscire a superarne almeno una? 
Sembrano nascondersi queste domande appena dietro il velo dell’arte che queste opere ci sollevano innanzi. Vaghiamo intorno, come in una sorta di scatola dei sogni, prezioso simulacro costruito intorno alle emozioni di uno soffio vitale unico e molteplice, specchio caleidoscopico del cuore di ciascuno di questi artisti e nello stesso tempo di un cuore solo, il nostro. 
Quanti oggetti e quante situazioni ci inchiodano alla terra, tirando i fili della nostra quotidianità, togliendoci la voglia di spezzare le convenzioni da cui siamo assorbiti. Quanto sforzo dobbiamo fare per vincere noi stessi, per combattere la battaglia più dura, la più cruenta, in cui vittima e carnefice sono la stessa persona. Ma è proprio in quello spazio chiuso in cui vive rannicchiato e ripiegato su stesso, che lo spirito si affama del nostro desiderio di liberazione, della nostra ricerca efferata di un orizzonte nuovo e aperto, di uno spazio sconfinato da esplorare, di un piccolo fiore da mantenere in vita... e si solleva ancora. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Project Divinity</itunes:author>
<itunes:subtitle>Rossella Fava, Lemeh42, Paolo Liggeri, Rocca Maffia, Nadia Magnabosco, Riccardo Paracchini, Gisella Sorrentino, Silvia Spinetta </itunes:subtitle>
<itunes:summary>Di quanti sogni abbiamo bisogno per avere la forza di realizzarne almeno uno? Di quanti incubi deve essere popolato il nostro sonno per riuscire a dimenticare una ferita? Di quante paure deve cibarsi il nostro spirito, ogni giorno, per riuscire a superarne almeno una? 
Sembrano nascondersi queste domande appena dietro il velo dell’arte che queste opere ci sollevano innanzi. Vaghiamo intorno, come in una sorta di scatola dei sogni, prezioso simulacro costruito intorno alle emozioni di uno soffio vitale unico e molteplice, specchio caleidoscopico del cuore di ciascuno di questi artisti e nello stesso tempo di un cuore solo, il nostro. 
Quanti oggetti e quante situazioni ci inchiodano alla terra, tirando i fili della nostra quotidianità, togliendoci la voglia di spezzare le convenzioni da cui siamo assorbiti. Quanto sforzo dobbiamo fare per vincere noi stessi, per combattere la battaglia più dura, la più cruenta, in cui vittima e carnefice sono la stessa persona. Ma è proprio in quello spazio chiuso in cui vive rannicchiato e ripiegato su stesso, che lo spirito si affama del nostro desiderio di liberazione, della nostra ricerca efferata di un orizzonte nuovo e aperto, di uno spazio sconfinato da esplorare, di un piccolo fiore da mantenere in vita... e si solleva ancora. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis
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<pubDate>Sun, 14 Jun 2009 16:01:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, barbara di santo, anna epis, aldo torrebruno, Gisella Sorrentino, Lemeh42, Nadia Magnabosco, Paolo Liggeri, Riccardo Paracchini, Rocca Maffia, Rossella Fava, Silvia Spinetta</itunes:keywords>
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<title>microSpace: Willow</title>
<description>Willow ci trasporta in un mondo parallelo, densamente abitato e popoloso, fatto di colori piatti e di un segno grafico preciso, lineare, senza interruzioni, dove ogni elemento ha le sue linee chiuse - ma comunque c’è spazio per tutti! Questo mondo è abitato da esseri molto particolari, a metà tra il microorganismo e il virus, che si &quot;parlano&quot;, attraverso i baloons, ma senza utilizzare le onomatopee codificate del fumetto, quanto piuttosto attraverso suoni che finiscono per identificare, nominare e definire l'essere che lo pronuncia. In questo mondo densamente popolato, non mancano le sfide sociali, ed è interessante vedere come – in un moto di ribellione all'ordine costituito, siano gli esseri più piccoli a protestare contro i maggiorenti tentacolati -  che rimangono afasici davanti a tale arditezza verbale. 
Le immagini che Willow ci propone sono apparentemente ludiche, ma grazie alla serietà di fondo – anche formale – che le caratterizza, sono dotate di indubbia forza comunicativa e di grande, divertente fascino. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Wasaru</itunes:author>
<itunes:subtitle>Vincitore Giugno 2009</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Willow ci trasporta in un mondo parallelo, densamente abitato e popoloso, fatto di colori piatti e di un segno grafico preciso, lineare, senza interruzioni, dove ogni elemento ha le sue linee chiuse - ma comunque c’è spazio per tutti! Questo mondo è abitato da esseri molto particolari, a metà tra il microorganismo e il virus, che si &quot;parlano&quot;, attraverso i baloons, ma senza utilizzare le onomatopee codificate del fumetto, quanto piuttosto attraverso suoni che finiscono per identificare, nominare e definire l'essere che lo pronuncia. In questo mondo densamente popolato, non mancano le sfide sociali, ed è interessante vedere come – in un moto di ribellione all'ordine costituito, siano gli esseri più piccoli a protestare contro i maggiorenti tentacolati -  che rimangono afasici davanti a tale arditezza verbale. 
Le immagini che Willow ci propone sono apparentemente ludiche, ma grazie alla serietà di fondo – anche formale – che le caratterizza, sono dotate di indubbia forza comunicativa e di grande, divertente fascino. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno
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<pubDate>Sat, 30 May 2009 23:59:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, willow, anna epis, aldo torrebruno</itunes:keywords>
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<title>microRoom: L'inquietante estraneità</title>
<description>Paradosso, non-essere e surreale: questi i tratti distintivi della nuova collettiva microRoom. Le immagini presentate dagli artisti dialogano attraverso la mancanza: dalla mancanza di logica, all’assenza del protagonista, al surreale che può; essere cromatico o semantico: queste opere sono legate da quella strana sensazione che Sigmund Freud chiamava unheimlich, ovvero ci mostrano situazioni che sembrano essere familiari, ma che presentano segni di una inquietante estraneità. Le sedie vuote attendono i fedeli, le uova di gesso trovano il proprio nido appese ad un lampione, la signora delle pulizie sembra sostituita dal suo alter ego figurato, i bicchieri si trasformano in unità abitative, una chiave non trova più nessuna porta da aprire, un surreale spostamento cromatico ha luogo tra un viso e la vettura del tram, una mostra d’arte (che i condannati non possono guardare) diviene un’esecuzione, una tela nascosta è quasi clandestina rispetto alla vita quotidiana: cifre stilistiche diverse sembrano raccontarci, ciascuna secondo le proprie prospettive, un comune sentire. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di N0x3o</itunes:author>
<itunes:subtitle>Anna Epis, Gruppo Sinestetico, Francesca Loprieno, Claudia Maina, Rocco Paladino, Daniele Pelacani, Bettina Scalvini, Alessandro Zulberti</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Paradosso, non-essere e surreale: questi i tratti distintivi della nuova collettiva microRoom. Le immagini presentate dagli artisti dialogano attraverso la mancanza: dalla mancanza di logica, all’assenza del protagonista, al surreale che può; essere cromatico o semantico: queste opere sono legate da quella strana sensazione che Sigmund Freud chiamava unheimlich, ovvero ci mostrano situazioni che sembrano essere familiari, ma che presentano segni di una inquietante estraneità. Le sedie vuote attendono i fedeli, le uova di gesso trovano il proprio nido appese ad un lampione, la signora delle pulizie sembra sostituita dal suo alter ego figurato, i bicchieri si trasformano in unità abitative, una chiave non trova più nessuna porta da aprire, un surreale spostamento cromatico ha luogo tra un viso e la vettura del tram, una mostra d’arte (che i condannati non possono guardare) diviene un’esecuzione, una tela nascosta è quasi clandestina rispetto alla vita quotidiana: cifre stilistiche diverse sembrano raccontarci, ciascuna secondo le proprie prospettive, un comune sentire. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Fri, 15 May 2009 00:43:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microroom, fotografia, Alessandro Zulberti, Anna Epis, Bettina Scalvini, Claudia Maina, Daniele Pelacani, Francesca Loprieno, Gruppo Sinestetico, Rocco Paladino, aldo torrebruno</itunes:keywords>
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<title>microSpace: Maria Barbara De Marco</title>
<description>Arte organica. La stoffa, il materiale utilizzato da Maria Barbara De Marco per creare le sue opere diviene al contempo maschera che modifica il corpo di chi le indossa, e ne muta lo sguardo, e costume che tramuta il corpo dell'uomo in quello di un angelo, o di un cavaliere medievale. Le sue opere ci parlano di un'artista che si avvicina all'arte intesa come creatività, ma non dimentica l'accezione greca di arte come techné, che si avvicina alla tradizione e all'artigianato, che diventa design innovativo e scultura.
La stoffa, a cui l'artista da forma, viene trattata con grande rispetto, la sua natura malleabile non subisce alcuna violenza: l'avvicendarsi di morbidezza e parti dure non è realizzato con artifici, ma con il lavoro manuale dell'artista: le cuciture modellano e danno forma e vita alle opere. E' un'arte viva, ma anche un'arte da indossare e vivere, perfetto complemento del nostro corpo, costume e maschera: "Arte organica" è il nome che l'artista stessa ha coniato per le sue opere. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Speedsound</itunes:author>
<itunes:subtitle>Vincitore Maggio 2009</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Arte organica. La stoffa, il materiale utilizzato da Maria Barbara De Marco per creare le sue opere diviene al contempo maschera che modifica il corpo di chi le indossa, e ne muta lo sguardo, e costume che tramuta il corpo dell'uomo in quello di un angelo, o di un cavaliere medievale. Le sue opere ci parlano di un'artista che si avvicina all'arte intesa come creatività, ma non dimentica l'accezione greca di arte come techné, che si avvicina alla tradizione e all'artigianato, che diventa design innovativo e scultura.
La stoffa, a cui l'artista da forma, viene trattata con grande rispetto, la sua natura malleabile non subisce alcuna violenza: l'avvicendarsi di morbidezza e parti dure non è realizzato con artifici, ma con il lavoro manuale dell'artista: le cuciture modellano e danno forma e vita alle opere. E' un'arte viva, ma anche un'arte da indossare e vivere, perfetto complemento del nostro corpo, costume e maschera: "Arte organica" è il nome che l'artista stessa ha coniato per le sue opere. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno
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<pubDate>Thu, 30 Apr 2009 20:06:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, maria barbara de marco, anna epis, aldo torrebruno</itunes:keywords>
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<title>microRoom: In fondo...Rosso</title>
<description>Forse mai, come nel caso delle sei opere di questa mostra, possiamo riconoscere con la stessa semplicità il cosiddetto fil rouge che le unisce e le attraversa. Un gioco di parole, in questo caso, che ben rappresenta il legame che sottende e pervade ogni singola opera, accompagnandoci dall’una all’altra. Rosso ... Rosso ovunque. Non ci sono spazi definiti. Un rosso che toglie peso alle forme, che diventa quasi tutta l’opera, sinonimo di stabilità nel gioco delle molteplici sfumature che si sovrappongono. Sottile e arguto, nell’intrico dell’anima di Silvia Cacciatori. Superbo e rutilante sullo sfondo, insieme leggero e profondo, nelle sfumature aeree e luminose delle tele di Cristina Cattaneo ed Elisabetta Fontana. Nel contrasto del bianco e del nero, il rosso esplode, unico, intenso e indubitabile colore nella pittura di Daniela Baldo e Giacomo Taddeucci. Diventa acceso e vitale centro d’attenzione del nostro sguardo appuntato sul mondo malinconico di Masazumi Nishino. Un tratto fresco, leggero, ma non improvvisato, contraddistingue queste opere, una gestualità veloce e immediata che si fa espressione di un momento creativo meditato, ma senza artificio. Testo critico di Barbara Di Santo</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Adult Only</itunes:author>
<itunes:subtitle>Daniela Baldo, Silvia Cacciatore, Cristina Cattaneo, Elisabetta Fontana, Masazumi Nishino, Giacomo Taddeucci</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Forse mai, come nel caso delle sei opere di questa mostra, possiamo riconoscere con la stessa semplicità il cosiddetto fil rouge che le unisce e le attraversa. Un gioco di parole, in questo caso, che ben rappresenta il legame che sottende e pervade ogni singola opera, accompagnandoci dall’una all’altra. Rosso ... Rosso ovunque. Non ci sono spazi definiti. Un rosso che toglie peso alle forme, che diventa quasi tutta l’opera, sinonimo di stabilità nel gioco delle molteplici sfumature che si sovrappongono. Sottile e arguto, nell’intrico dell’anima di Silvia Cacciatori. Superbo e rutilante sullo sfondo, insieme leggero e profondo, nelle sfumature aeree e luminose delle tele di Cristina Cattaneo ed Elisabetta Fontana. Nel contrasto del bianco e del nero, il rosso esplode, unico, intenso e indubitabile colore nella pittura di Daniela Baldo e Giacomo Taddeucci. Diventa acceso e vitale centro d’attenzione del nostro sguardo appuntato sul mondo malinconico di Masazumi Nishino. Un tratto fresco, leggero, ma non improvvisato, contraddistingue queste opere, una gestualità veloce e immediata che si fa espressione di un momento creativo meditato, ma senza artificio. Testo critico di Barbara Di Santo
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<pubDate>Wed, 15 Apr 2009 00:01:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, barbara di santo, anna epis, aldo torrebruno, Daniela Baldo, Silvia Cacciatore, Cristina Cattaneo, Elisabetta Fontana, Masazumi Nishino, Giacomo Taddeucci</itunes:keywords>
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<title>microSpace: Angelo Pacifico</title>
<description>Le opere presentate da Angelo Pacifico per la mostra personale microSpace ci offrono quattro viste sulla città, originali ed accattivanti. Se da un lato, infatti, la città viene vista come un agglomerato urbano di mostri, quasi spersonalizzanti, che si estendono sia in verticale sia in orizzontale, dall’altro Pacifico evidenzia con forza l’invisibile presenza dell’uomo, che abitando lo spazio urbano lo rende vivo.
Il rapporto tra vita della città e vita dell’individuo è costante e la presenza umana, pur non essendo mai esplicita, è evidente in tutte le opere: a fianco del mostro di cemento sorge il luogo di ritrovo per eccellenza, il bar, che cromaticamente e figurativamente aggiunge vitalità allo spazio opprimente che lo circonda, oppure come nel caso del grattacielo che viene accudito e restaurato - mentre sembra sanguinare. 
L’artista interpreta le città del mondo e - come nel caso di Barcellona - riesce a creare rapporti sinestesici tra colori, suoni e sensazioni, per restituirci la propria lettura dello spazio urbano. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Ehma</itunes:author>
<itunes:subtitle>Vincitore Aprile 2009</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Le opere presentate da Angelo Pacifico per la mostra personale microSpace ci offrono quattro viste sulla città, originali ed accattivanti. Se da un lato, infatti, la città viene vista come un agglomerato urbano di mostri, quasi spersonalizzanti, che si estendono sia in verticale sia in orizzontale, dall’altro Pacifico evidenzia con forza l’invisibile presenza dell’uomo, che abitando lo spazio urbano lo rende vivo.
Il rapporto tra vita della città e vita dell’individuo è costante e la presenza umana, pur non essendo mai esplicita, è evidente in tutte le opere: a fianco del mostro di cemento sorge il luogo di ritrovo per eccellenza, il bar, che cromaticamente e figurativamente aggiunge vitalità allo spazio opprimente che lo circonda, oppure come nel caso del grattacielo che viene accudito e restaurato - mentre sembra sanguinare. 
L’artista interpreta le città del mondo e - come nel caso di Barcellona - riesce a creare rapporti sinestesici tra colori, suoni e sensazioni, per restituirci la propria lettura dello spazio urbano. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno
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<pubDate>Wed, 1 Apr 2009 00:01:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, angelo pacifico, anna epis, aldo torrebruno</itunes:keywords>
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<title>microRoom: Spazi sospesi</title>
<description>E’ la sospensione nello spazio, la cifra che contraddistingue questa collettiva microRoom. Gli artisti che partecipano definiscono infatti, nelle proprie opere, lo spazio a partire dagli oggetti che lo popolano: spazi indefiniti o infiniti, spazi organici e irreali, rapporto tra palpabili fisicità e dimensione eterea. Così i fiori di Cecilia Mansi sembrano sospesi nella luce che li definisce, cancellando lo sfondo fisico, le nuvole di Egle Picozzi risultano sospese nello spazio infinito del cielo, che le definisce e che definiscono, e la materica fisicità dei nodi creati da Gaia Clerici gioca con lo spazio che li circonda, sia esso un indeterminato bianco, o il blu del feltro da cui tridimensionalmente emergono le sue figure.Le opere di Elisa Cella, di Lorenzo Longhi e di Elena Bottari sembrano invece richiamare spazi indeterminati ma quasi-cellulari: se nel caso di Elisa Cella si ha la sensazione di osservare un’opera di precisione chimica, i lavori di Lorenzo Longhi ed Elena Bottari sembrano richiamare, in uno spazio mentale, caratterizzato dal fondo bianco, elementi biologici, e porsi in un frammezzo tra macro e micro, tra mondo che ci circonda e noi stessi.In generale, che sia l’infinità del cielo, o l’infinitamente piccolo delle cellule, è lo spazio e la sospensione spaziale il sottile fil rouge che mette in comunicazione le opere di questi sei artisti. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Santah</itunes:author>
<itunes:subtitle>Elena Bottari, Elisa Cella, Gaia Clerici, Lorenzo Longhi, Cecilia Mansi, Egle Picozzi</itunes:subtitle>
<itunes:summary>E’ la sospensione nello spazio, la cifra che contraddistingue questa collettiva microRoom. Gli artisti che partecipano definiscono infatti, nelle proprie opere, lo spazio a partire dagli oggetti che lo popolano: spazi indefiniti o infiniti, spazi organici e irreali, rapporto tra palpabili fisicità e dimensione eterea. Così i fiori di Cecilia Mansi sembrano sospesi nella luce che li definisce, cancellando lo sfondo fisico, le nuvole di Egle Picozzi risultano sospese nello spazio infinito del cielo, che le definisce e che definiscono, e la materica fisicità dei nodi creati da Gaia Clerici gioca con lo spazio che li circonda, sia esso un indeterminato bianco, o il blu del feltro da cui tridimensionalmente emergono le sue figure.Le opere di Elisa Cella, di Lorenzo Longhi e di Elena Bottari sembrano invece richiamare spazi indeterminati ma quasi-cellulari: se nel caso di Elisa Cella si ha la sensazione di osservare un’opera di precisione chimica, i lavori di Lorenzo Longhi ed Elena Bottari sembrano richiamare, in uno spazio mentale, caratterizzato dal fondo bianco, elementi biologici, e porsi in un frammezzo tra macro e micro, tra mondo che ci circonda e noi stessi.In generale, che sia l’infinità del cielo, o l’infinitamente piccolo delle cellule, è lo spazio e la sospensione spaziale il sottile fil rouge che mette in comunicazione le opere di questi sei artisti. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Sun, 15 Mar 2009 17:00:00 +0100</pubDate>
<itunes:duration>02:06</itunes:duration>
<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microroom, fotografia, Elena Bottari, Elisa Cella, Gaia Clerici, Lorenzo Longhi, Cecilia Mansi, Egle Picozzi, anna epis, aldo torrebruno</itunes:keywords>
</item>

<item>
<title>microSpace: Elisa Talentino</title>
<description>Elisa Talentino è una giovane artista che vive tra il Piemonte e Valencia, in Spagna. Le opere proposte per microspacecompetition trattano il tema delle sirene e dei mostri d’acqua, temi simbolici carichi di richiami: dalla simbologia omerica, che disegna le sirene da un lato come dispensatrici di conoscenza, ma dall’altro come pericolose per l’uomo, fino alla simbologia cristiana, che introduce lo spettro della donna seduttrice, lussuriosa e perfida.Queste Sirene sono però molto particolari, poiché rispetto all’iconografia cui siamo abituati, sono invertite le parti: gambe di donna e testa di pesce. Queste nuove sirene sembrano richiamare un nuovo canone di bellezza (e non a caso le gambe sono seducenti, da modella), e confermare la propria pericolosità. I mostri marini proposti da Elisa Talentino hanno grande capacità di dialogo, poiché si trovano a proprio agio nel mare, tra gli uomini, tra le pagine di giornali e libri e soprattutto all’interno di uno spazio onirico che non ha confini... Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Adult Only</itunes:author>
<itunes:subtitle>Vincitrice Marzo 2009</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Elisa Talentino è una giovane artista che vive tra il Piemonte e Valencia, in Spagna. Le opere proposte per microspacecompetition trattano il tema delle sirene e dei mostri d’acqua, temi simbolici carichi di richiami: dalla simbologia omerica, che disegna le sirene da un lato come dispensatrici di conoscenza, ma dall’altro come pericolose per l’uomo, fino alla simbologia cristiana, che introduce lo spettro della donna seduttrice, lussuriosa e perfida.Queste Sirene sono però molto particolari, poiché rispetto all’iconografia cui siamo abituati, sono invertite le parti: gambe di donna e testa di pesce. Queste nuove sirene sembrano richiamare un nuovo canone di bellezza (e non a caso le gambe sono seducenti, da modella), e confermare la propria pericolosità. I mostri marini proposti da Elisa Talentino hanno grande capacità di dialogo, poiché si trovano a proprio agio nel mare, tra gli uomini, tra le pagine di giornali e libri e soprattutto all’interno di uno spazio onirico che non ha confini... Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Tue, 3 Mar 2009 23:53:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, competition, pittura, elisa talentino, anna epis, aldo torrebruno</itunes:keywords>
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<title>microRoom: Limiti</title>
<description>La mostra collettiva indaga, attraverso il dialogo tra opere di artisti diversi, il tema dei legami, dei limiti, delle imposizioni che la società prescrive all’uomo ed in particolare al suo corpo, alla sua fisicità.I corpi, nelle opere presentate dall’eterogeneo gruppo di giovani artisti, sono sempre rinchiusi, limitati, legati, impediti nei movimenti e nelle azioni da qualcosa che paradossalmente potrebbe o dovrebbe proteggerli, ma che al contempo finisce per disegnare uno spazio costrittivo, per limitarne le possibilità. Sia il filo spinato, contro cui sembra lanciare un muto urlo di ribellione il prigioniero di Alex Antonini, siano le ossessive strisce verticali del letto o quella che sembra essere una tenda ed in realtà è la veste di Alessandra Giotto, siano i fili che sembrano legare alla tela, in un gioco tra dipinto e realtà, le donne di Anasor Ed Searom, sia infine il vetro da cui cercano di fuggire i corpi intrappolati di Viola e Attila, che finiscono per deformarsi nel contatto con la superficie che li limita, è in ogni caso una pulsione verso la libertà quella che muove i corpi di questa collettiva microroom.In tutti i casi non ci è dato sapere se il filo spinato, il vetro, la veste, rappresentino una minaccia o una forma di difesa, ciò che è certo è che l’effetto complessivo che si ottiene dalle opere che animano questa collettiva virtuale sia segnato dalle barriere che l’uomo frappone sempre più spesso tra il nostro essere e la realtà che ci circonda, e che finiscono però per mortificare i nostri corpi, che si ribellano e chiedono – senza voce – di essere lasciati andare... Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Roger Subirana</itunes:author>
<itunes:subtitle>Alex Antonini, Alessandra Giotto, Anasor ed Searom, Viola e Attila</itunes:subtitle>
<itunes:summary>La mostra collettiva indaga, attraverso il dialogo tra opere di artisti diversi, il tema dei legami, dei limiti, delle imposizioni che la società prescrive all’uomo ed in particolare al suo corpo, alla sua fisicità.I corpi, nelle opere presentate dall’eterogeneo gruppo di giovani artisti, sono sempre rinchiusi, limitati, legati, impediti nei movimenti e nelle azioni da qualcosa che paradossalmente potrebbe o dovrebbe proteggerli, ma che al contempo finisce per disegnare uno spazio costrittivo, per limitarne le possibilità. Sia il filo spinato, contro cui sembra lanciare un muto urlo di ribellione il prigioniero di Alex Antonini, siano le ossessive strisce verticali del letto o quella che sembra essere una tenda ed in realtà è la veste di Alessandra Giotto, siano i fili che sembrano legare alla tela, in un gioco tra dipinto e realtà, le donne di Anasor Ed Searom, sia infine il vetro da cui cercano di fuggire i corpi intrappolati di Viola e Attila, che finiscono per deformarsi nel contatto con la superficie che li limita, è in ogni caso una pulsione verso la libertà quella che muove i corpi di questa collettiva microroom.In tutti i casi non ci è dato sapere se il filo spinato, il vetro, la veste, rappresentino una minaccia o una forma di difesa, ciò che è certo è che l’effetto complessivo che si ottiene dalle opere che animano questa collettiva virtuale sia segnato dalle barriere che l’uomo frappone sempre più spesso tra il nostro essere e la realtà che ci circonda, e che finiscono però per mortificare i nostri corpi, che si ribellano e chiedono – senza voce – di essere lasciati andare... Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Sun, 12 Feb 2009 23:53:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, competition, fotografia, Alex Antonini, Alessandra Giotto, Anasor ed Searom, Viola e Attila, anna epis, aldo torrebruno</itunes:keywords>
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<title>microSpace: Maria Cavagnero</title>
<description>Maria Cavagnero è una giovane fotografa, nata nel 1981. Ha compiuto studi di fotografia in spagna, a Barcellona, dove vive e lavora. Ha al suo attivo alcune mostre in Spagna e in Italia.Il progetto presentato per microSpaceCompetition si intitola Barcelona. La città, solitamente piena di gente, si ritrova sola, abbandonata dalla gente che è scappata, alla ricerca di un luogo migliore e sembra contorcersi su sé stessa.Tutte le foto sono state scattate in zone di recente costruzione, che hanno preso il posto di campi o, nel peggiore dei casi, di spazi e luoghi di aggregazione sociale. Maria,che ha intenzione di proseguire la sua indagine in altre metropoli, denuncia il processo di omologazione di tutte le grandi città del mondo che, in fasi di speculazione edilizia, sembrano essere costruite secondo uno schema prefissato e indifferenziato, che rende omogenee le città di ogni zona del mondo, in un avanzare del cemento, a scapito del verde.La critica alla cementificazione e all’omologazione diviene critica sociale, l’artista denuncia il piegarsi della volontà individuale alle scelte della società, e attraverso la distorsione visiva ci mostra una città curva e primordiale, in una visione onirica, che però assume i contorni dell’incubo. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Strange space</itunes:author>
<itunes:subtitle>Vincitrice febbraio 2009</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Maria Cavagnero è una giovane fotografa, nata nel 1981. Ha compiuto studi di fotografia in spagna, a Barcellona, dove vive e lavora. Ha al suo attivo alcune mostre in Spagna e in Italia.Il progetto presentato per microSpaceCompetition si intitola Barcelona. La città, solitamente piena di gente, si ritrova sola, abbandonata dalla gente che è scappata, alla ricerca di un luogo migliore e sembra contorcersi su sé stessa.Tutte le foto sono state scattate in zone di recente costruzione, che hanno preso il posto di campi o, nel peggiore dei casi, di spazi e luoghi di aggregazione sociale. Maria,che ha intenzione di proseguire la sua indagine in altre metropoli, denuncia il processo di omologazione di tutte le grandi città del mondo che, in fasi di speculazione edilizia, sembrano essere costruite secondo uno schema prefissato e indifferenziato, che rende omogenee le città di ogni zona del mondo, in un avanzare del cemento, a scapito del verde.La critica alla cementificazione e all’omologazione diviene critica sociale, l’artista denuncia il piegarsi della volontà individuale alle scelte della società, e attraverso la distorsione visiva ci mostra una città curva e primordiale, in una visione onirica, che però assume i contorni dell’incubo. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Sun, 25 Jan 2009 00:53:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, competition, fotografia, maria cavagnero, anna epis, aldo torrebruno</itunes:keywords>
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