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<title>microSpace - microRoom</title>
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<copyright>microbo.net</copyright>
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<itunes:author>microbo.net</itunes:author>
<itunes:summary>Tutte le mostre realizzate da microbo.net</itunes:summary>
<description>Tutte le mostre realizzate da microbo.net: mostre personali microSpace dedicate ai giovani artisti vincitori del concorso microSpaceCompetition e mostre collettive microRoom aperte a tutti gli artisti selezionati dai curatori</description>
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	<itunes:name>microbo.net</itunes:name>
	<itunes:email>info@microbo.net</itunes:email>
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<title>microRoom: Angeli e diavoli</title>
<description>Angeli e diavoli: sono sì due parole apparentemente antitetiche, ma se dopo di esse poniamo tre puntini di sospensione mettiamo magicamente in discussione tutto. La dicotomia tra di esse, la certezza di qualsiasi definizione morale, il riferimento a concetti religiosi o soprannaturali eterni. Sono le stesse opere qui presentate che accompagnano in immagini questa messa in discussione: soprattutto, per la maggior parte di esse, grazie all’utilizzo della fotografia, media adatto a catturare la realtà e le sue sfuggevoli ambiguità senza necessariamente dovervi porre chiose ulteriori. Nelle fotografie di Diana Debord – difatti - due diafane figure femminili, a occhi chiusi come se fossero autisticamente serrate in una propria dimensione interiore, sono sospese tra angelico e demoniaco, tra occhi drammaticamente bistrati e trasparente esposizione, in modalità ironiche, del proprio cuore e conseguentemente delle proprie linde o peccatrici anime (e sta a noi dare una valutazione in merito, forse). Analogamente avviene nelle immagini fotografiche di Eva Lewarne: nonostante, anche qui, l’interiorità delle due persone ritratte sia palesemente esibita tramite le più comuni iconografie del “bene” (ali angeliche e un’aureola simbolo universale di santità), chi ci garantisce, analizzandone il volto, che le cose siano poi così semplici? Francesca Bonfatti e Maurizio L’Altrella giocano invece con l’immagine dei bambini, associati sempre e comunque all’idea di innocenza e originaria purezza, nonostante nei fatti vadano spesso a smentire tale connotazione; così l’immagine dell’innocente fanciullo fotografato dalla Bonfatti stride immediatamente con quella dei due bambini che costituiscono il soggetto dei dipinti di L’Altrella. Da un lato l’immagine palese di un’anima innocente messa letteralmente a nudo, dall’altro due bambini urlanti, dallo sguardo maligno, dall’immagine tormentata. Ci troviamo quindi di fronte a rappresentazioni dell’umanità nelle quali, come avviene nella realtà e forse in maniera necessariamente amplificata, prevale di volta in volta uno dei due aspetti – il “bene” piuttosto che il “male” – senza però che l’altro resti mai totalmente assopito. Presentazione di Lara Piffari, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Kamix</itunes:author>
<itunes:subtitle>Diana Debord, Eva Lewarne, Francesca Bonfatti, Maurizio L’Altrella</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Angeli e diavoli: sono sì due parole apparentemente antitetiche, ma se dopo di esse poniamo tre puntini di sospensione mettiamo magicamente in discussione tutto. La dicotomia tra di esse, la certezza di qualsiasi definizione morale, il riferimento a concetti religiosi o soprannaturali eterni. Sono le stesse opere qui presentate che accompagnano in immagini questa messa in discussione: soprattutto, per la maggior parte di esse, grazie all’utilizzo della fotografia, media adatto a catturare la realtà e le sue sfuggevoli ambiguità senza necessariamente dovervi porre chiose ulteriori. Nelle fotografie di Diana Debord – difatti - due diafane figure femminili, a occhi chiusi come se fossero autisticamente serrate in una propria dimensione interiore, sono sospese tra angelico e demoniaco, tra occhi drammaticamente bistrati e trasparente esposizione, in modalità ironiche, del proprio cuore e conseguentemente delle proprie linde o peccatrici anime (e sta a noi dare una valutazione in merito, forse). Analogamente avviene nelle immagini fotografiche di Eva Lewarne: nonostante, anche qui, l’interiorità delle due persone ritratte sia palesemente esibita tramite le più comuni iconografie del “bene” (ali angeliche e un’aureola simbolo universale di santità), chi ci garantisce, analizzandone il volto, che le cose siano poi così semplici? Francesca Bonfatti e Maurizio L’Altrella giocano invece con l’immagine dei bambini, associati sempre e comunque all’idea di innocenza e originaria purezza, nonostante nei fatti vadano spesso a smentire tale connotazione; così l’immagine dell’innocente fanciullo fotografato dalla Bonfatti stride immediatamente con quella dei due bambini che costituiscono il soggetto dei dipinti di L’Altrella. Da un lato l’immagine palese di un’anima innocente messa letteralmente a nudo, dall’altro due bambini urlanti, dallo sguardo maligno, dall’immagine tormentata. Ci troviamo quindi di fronte a rappresentazioni dell’umanità nelle quali, come avviene nella realtà e forse in maniera necessariamente amplificata, prevale di volta in volta uno dei due aspetti – il “bene” piuttosto che il “male” – senza però che l’altro resti mai totalmente assopito. Presentazione di Lara Piffari, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Sun, 15 Jan 2012 23:35:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microroom, anna epis, aldo torrebruno, Diana Debord, Eva Lewarne, Francesca Bonfatti, Maurizio L’Altrella</itunes:keywords>
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<title>microSpace: Luisa Carcavale</title>
<description>Sono io che mi specchio nelle foto di Luisa Carcavale. Pezzi del mio corpo di donna, diviso, scomposto, che si riflettono nel suo obiettivo sensibile. Mi nascondo dalla calca, le mani sulla faccia a non guardare, il tempo che mi macina veloce, che mi lima le carni. Cerco il buio, la solitudine fuori dalle convenzioni, dagli sguardi attaccati alla mia pelle, dalle voci che mi tormentano. E in silenzio ascolto il canto delle mie vene… tese sull’anima rattrappita, raccolte, intrecciate intorno al mio ventre vuoto, al mio sogno di dare vita. Concentrata sul mio respiro, lo sento fluire fuori tiepido e amaro, ma non so trattenerlo. Lo sento mentre mi attraversa di un furore muto e si raffredda nell’aria spessa e incolore, mentre una confortevole attesa si adagia piano a strangolare la rabbia. Un fiore d’arcobaleno m’assomiglia, petali screziati, sul limite del suo tempo sospeso ad accogliere un’illusione. Presentazione di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Niphargus</itunes:author>
<itunes:subtitle>powered by microbo.net</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Sono io che mi specchio nelle foto di Luisa Carcavale. Pezzi del mio corpo di donna, diviso, scomposto, che si riflettono nel suo obiettivo sensibile. Mi nascondo dalla calca, le mani sulla faccia a non guardare, il tempo che mi macina veloce, che mi lima le carni. Cerco il buio, la solitudine fuori dalle convenzioni, dagli sguardi attaccati alla mia pelle, dalle voci che mi tormentano. E in silenzio ascolto il canto delle mie vene… tese sull’anima rattrappita, raccolte, intrecciate intorno al mio ventre vuoto, al mio sogno di dare vita. Concentrata sul mio respiro, lo sento fluire fuori tiepido e amaro, ma non so trattenerlo. Lo sento mentre mi attraversa di un furore muto e si raffredda nell’aria spessa e incolore, mentre una confortevole attesa si adagia piano a strangolare la rabbia. Un fiore d’arcobaleno m’assomiglia, petali screziati, sul limite del suo tempo sospeso ad accogliere un’illusione. Presentazione di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Sun, 1 Jan 2012 23:30:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, anna epis, aldo torrebruno, luisa carcavale, barbara di santo</itunes:keywords>
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<title>microRoom: Daniele Carlo Maria Casaburi, Antonella Guidi, Sonia Pennino, Stefania Quartieri</title>
<description>Apro gli occhi ed osservo: Una sorta di funzione matematica, di codice espressivo da decifrare mentre sto davanti all’insieme di piccoli elementi che Antonella Guidi riordina con metodica precisione e mi perdo in una sorta di ritmo alternato dove si percepiscono realtà che subito scompaiono. Vi è solo l’accenno all’essenza della figura umana non in una reale forma concreta ma si allude, vi é il sentore della solitudine dell’insieme. Una somma che annulla le singole entità generando un identità totale, unica, gestaltica. E ancora osservo… In Daniele Casaburi, l’arte di infondere l’energia psichica insita in una forma, i suoi rivoli limacciosi si insinuano in intercapedini di atmosfera creando un’idea di movimento, il tutto in assenza di punti cardinali che appunto creano dinamismo e instabilità. Il vuoto o il non spazio avvolge la figura e diventa protagonista e signore dell’immagine in questa tridimensionalità alterata. Mentre… Sonia Pennino mette in scena le sue figure ben calibrate nella personale interpretazione di inquietudine del ritmo. Il volo radente di una linea liquefandosi si addensa in corpi, dove la decorazione diventa realismo. Sono figure di totale contingenza, macchie di colore non colore che assumono solo l’idea antropomorfa, saturi di atmosfera di fumo e desolazione, data dalla rinuncia al colore nella sua tradizionale valenza ed usato solo ai margini della realtà rappresentata. Infine c’è chi… Somma la materia alla materia, fa degli accumuli di sedimenti fino al punto limite in cui il senso della consistenza fisica delle cose sfuma insensibilmente nella non forma. Le realtà di Stefania Quartieri sono concrezioni spesse e rugose di colore, su fondali anch’essi di grande energia evocativa. E’ la materia che si offre all’osservatore ma con un punto accentratore che tutto fagocita come l’attrazione gravitazionale che esercita un buco nero nei confronti di ciò che lo circonda. Chiudo gli occhi e sono più ricca. Presentazione di Antonia Guglielmo, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Zero-project</itunes:author>
<itunes:subtitle>Daniele Carlo Maria Casaburi, Antonella Guidi, Sonia Pennino, Stefania Quartieri</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Apro gli occhi ed osservo: Una sorta di funzione matematica, di codice espressivo da decifrare mentre sto davanti all’insieme di piccoli elementi che Antonella Guidi riordina con metodica precisione e mi perdo in una sorta di ritmo alternato dove si percepiscono realtà che subito scompaiono. Vi è solo l’accenno all’essenza della figura umana non in una reale forma concreta ma si allude, vi é il sentore della solitudine dell’insieme. Una somma che annulla le singole entità generando un identità totale, unica, gestaltica. E ancora osservo… In Daniele Casaburi, l’arte di infondere l’energia psichica insita in una forma, i suoi rivoli limacciosi si insinuano in intercapedini di atmosfera creando un’idea di movimento, il tutto in assenza di punti cardinali che appunto creano dinamismo e instabilità. Il vuoto o il non spazio avvolge la figura e diventa protagonista e signore dell’immagine in questa tridimensionalità alterata. Mentre… Sonia Pennino mette in scena le sue figure ben calibrate nella personale interpretazione di inquietudine del ritmo. Il volo radente di una linea liquefandosi si addensa in corpi, dove la decorazione diventa realismo. Sono figure di totale contingenza, macchie di colore non colore che assumono solo l’idea antropomorfa, saturi di atmosfera di fumo e desolazione, data dalla rinuncia al colore nella sua tradizionale valenza ed usato solo ai margini della realtà rappresentata. Infine c’è chi… Somma la materia alla materia, fa degli accumuli di sedimenti fino al punto limite in cui il senso della consistenza fisica delle cose sfuma insensibilmente nella non forma. Le realtà di Stefania Quartieri sono concrezioni spesse e rugose di colore, su fondali anch’essi di grande energia evocativa. E’ la materia che si offre all’osservatore ma con un punto accentratore che tutto fagocita come l’attrazione gravitazionale che esercita un buco nero nei confronti di ciò che lo circonda. Chiudo gli occhi e sono più ricca. Presentazione di Antonia Guglielmo, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Thu, 15 Dec 2011 23:35:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microroom, anna epis, aldo torrebruno, Daniele Carlo Maria Casaburi, Antonella Guidi, Sonia Pennino, Stefania Quartieri</itunes:keywords>
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<title>micro2: Galleria l'Acanto</title>
<description>Ad un anno di distanza, la mostra micro2 torna ad essere ospitata alla Galleria L'Acanto di Mariella Torre. Durante questo lasso di tempo, micro2 è ulteriormente cresciuta, si è diffusa, si è fatta conoscere, ha raccolto adesioni sempre maggiori, ed è arrivata oggi ad oltre 400 opere di altrettanti artisti provenienti da tutto il mondo. In mostra, si ha la sensazione di confrontarsi con quello che è sempre stato uno dei sogni dell'uomo: catturare con un solo sguardo, in maniera sinottica, sintetica, un intero mondo, in tutte le sue dimensioni, in tutte le sue sfaccettature, andando a colmare il maggior numero possibile degli orizzonti di senso. Il colpo d'occhio che la mostra offre, nell'ambiente caldo, domestico della Galleria L'Acanto garantisce proprio questa possibilità: l'osservare contemporaneamente il maggior numero possibile di visioni che il contemporaneo possa offrire, avere a disposizione un foglio-mondo che sembra riassumere una serie variegata di universi. Ma subito dopo, l'occhio non si accontenta più di questa visione complessiva, ragione ed emozione lo costringono a scegliere un particolare, e portano l'osservatore ad avvicinarsi. A questo punto i legami tra le piccole opere si fanno più stretti, e siamo costretti a seguirli, a navigare spostandoci dall'una all'altra, in un duplice movimento dal totale al particolare e dal particolare al totale. Sicuramente la realtà è più complessa, ma altrettanto certo è che non si possa rimanere insensibili al fascino di questi micromondi che, affiancati l'uno all'altro, ci parlano come un'unico, pulsante universo. Per l'occasione sono state esposte anche le opere della mostra microyoung, realizzata tra il 2005 e il 2008 presso il Circolo Culturale Bertolt Brecht (oggi Circuiti Dinamici). In microyoung, che chiedeva a giovani artisti under35 di realizzare opere in formato 10x10 cm è possibile vedere la progenitrice della mostra micro2. Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Nestor Gonzalez</itunes:author>
<itunes:subtitle>Un ringraziamento speciale a Mariella Torre</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Ad un anno di distanza, la mostra micro2 torna ad essere ospitata alla Galleria L'Acanto di Mariella Torre. Durante questo lasso di tempo, micro2 è ulteriormente cresciuta, si è diffusa, si è fatta conoscere, ha raccolto adesioni sempre maggiori, ed è arrivata oggi ad oltre 400 opere di altrettanti artisti provenienti da tutto il mondo. In mostra, si ha la sensazione di confrontarsi con quello che è sempre stato uno dei sogni dell'uomo: catturare con un solo sguardo, in maniera sinottica, sintetica, un intero mondo, in tutte le sue dimensioni, in tutte le sue sfaccettature, andando a colmare il maggior numero possibile degli orizzonti di senso. Il colpo d'occhio che la mostra offre, nell'ambiente caldo, domestico della Galleria L'Acanto garantisce proprio questa possibilità: l'osservare contemporaneamente il maggior numero possibile di visioni che il contemporaneo possa offrire, avere a disposizione un foglio-mondo che sembra riassumere una serie variegata di universi. Ma subito dopo, l'occhio non si accontenta più di questa visione complessiva, ragione ed emozione lo costringono a scegliere un particolare, e portano l'osservatore ad avvicinarsi. A questo punto i legami tra le piccole opere si fanno più stretti, e siamo costretti a seguirli, a navigare spostandoci dall'una all'altra, in un duplice movimento dal totale al particolare e dal particolare al totale. Sicuramente la realtà è più complessa, ma altrettanto certo è che non si possa rimanere insensibili al fascino di questi micromondi che, affiancati l'uno all'altro, ci parlano come un'unico, pulsante universo. Per l'occasione sono state esposte anche le opere della mostra microyoung, realizzata tra il 2005 e il 2008 presso il Circolo Culturale Bertolt Brecht (oggi Circuiti Dinamici). In microyoung, che chiedeva a giovani artisti under35 di realizzare opere in formato 10x10 cm è possibile vedere la progenitrice della mostra micro2. Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 23:44:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microroom, anna epis, aldo torrebruno, micro2, mariella torre</itunes:keywords>
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<title>microSpace: Michele Cutrano</title>
<description>Si ricorre spesso, ragionando sulle esperienze di gioco infantili nostre e altrui, alla conclusione che il gioco non rappresenta una semplice evasione dalla realtà, un passatempo spensierato, bensì un’attività seria, tramite la quale il bambino interagisce con l’esterno e mette in scena dinamiche proprie della vita adulta. Le attività ludiche rappresentano così quasi un vero e proprio “lavoro”, mediante il quale il bambino si relaziona al mondo esterno e ne produce proprie visioni strutturate in maniera complessa. Tale accezione di gioco, visto come messa in scena di una vita alternativa che ci aiuta a vivere in maniera consapevole la nostra esistenza in tutte le sue estensioni, rappresenta un bagaglio che ci portiamo dietro nella vita adulta, anche se magari ci dimentichiamo di giocare in maniera esplicita, o lo continuiamo a fare quasi di nascosto certi di farlo giusto per passare il tempo. Ma in realtà il gioco rappresenta una maniera di affrontare la vita da cui quasi nessuno è esente: ogni giorno, parlando, insceniamo giochi verbali, oppure ironizziamo sul reale, oppure, ancora una volta, ci accostiamo alla vita tramite visioni giocose offerte dalla letteratura, dal cinema, dall’arte, e ne apprezziamo la capacità di velare dietro un’apparenza fantastica qualcosa che invece spesso riguarda il presente, e specificamente il NOSTRO presente. È stato Freud il primo a esplicitare i legami tra arte e gioco, affermando che “il bambino impegnato nel gioco si comporta come un poeta: in quanto si costruisce un suo proprio mondo o, meglio, dà a suo piacere un suo nuovo assetto alle cose del mondo” e che “anche il poeta fa quello che fa il bambino giocando: egli crea un mondo di fantasia che (…) carica di forti importi d’affetto, pur distinguendolo nettamente dalla realtà” (Il poeta e la fantasia, 1907). Lasciando da parte per il momento, anche se sicuramente rilevanti a riguardo, i risvolti psicoanalitici della questione, questa visione di arte come gioco è sicuramente utile per leggere le opere di Michele Cutrano: non è sicuramente un caso che egli basi la propria arte su linguaggi derivati dal mondo infantile e dal fumetto, che rappresenta una sorta di parodia della rappresentazione artistica canonica. Egli mette in questo modo in evidenza quello che è il nucleo centrale dell’arte: l’arte come gioco, come infinita possibilità di cambiare le combinazioni tra gli elementi, come volontà di rappresentare tramite allusioni infantili le dinamiche sociali contemporanee. Su un tappeto verde che ci ricorda quello usato per molti giochi da tavolo, basilare palcoscenico di una rappresentazione teatrale parodistica, Cutrano mette in scena un mondo immaginario, parallelo a quello reale, fatto di supereroi con le loro potenti super-macchinine, di anonimi “omini lego”, di bamboline di plastica, che, inizialmente, ci strappano sorrisi e persino risate ma che, a una seconda occhiata, sembrano accennare - anche solo vagamente - alla solitudine del mondo contemporaneo e alla sua costante mania di perfezione: tutti vorremmo essere, anche solo per un giorno, omini di plastica circondati da un mondo perfetto, ma forse ci vergogniamo di questo desiderio. Michele Cutrano, invece, ce lo dice –saggiamente - in faccia. Presentazione di Lara Piffari, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Jose Travieso</itunes:author>
<itunes:subtitle>powered by microbo.net</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Si ricorre spesso, ragionando sulle esperienze di gioco infantili nostre e altrui, alla conclusione che il gioco non rappresenta una semplice evasione dalla realtà, un passatempo spensierato, bensì un’attività seria, tramite la quale il bambino interagisce con l’esterno e mette in scena dinamiche proprie della vita adulta. Le attività ludiche rappresentano così quasi un vero e proprio “lavoro”, mediante il quale il bambino si relaziona al mondo esterno e ne produce proprie visioni strutturate in maniera complessa. Tale accezione di gioco, visto come messa in scena di una vita alternativa che ci aiuta a vivere in maniera consapevole la nostra esistenza in tutte le sue estensioni, rappresenta un bagaglio che ci portiamo dietro nella vita adulta, anche se magari ci dimentichiamo di giocare in maniera esplicita, o lo continuiamo a fare quasi di nascosto certi di farlo giusto per passare il tempo. Ma in realtà il gioco rappresenta una maniera di affrontare la vita da cui quasi nessuno è esente: ogni giorno, parlando, insceniamo giochi verbali, oppure ironizziamo sul reale, oppure, ancora una volta, ci accostiamo alla vita tramite visioni giocose offerte dalla letteratura, dal cinema, dall’arte, e ne apprezziamo la capacità di velare dietro un’apparenza fantastica qualcosa che invece spesso riguarda il presente, e specificamente il NOSTRO presente. È stato Freud il primo a esplicitare i legami tra arte e gioco, affermando che “il bambino impegnato nel gioco si comporta come un poeta: in quanto si costruisce un suo proprio mondo o, meglio, dà a suo piacere un suo nuovo assetto alle cose del mondo” e che “anche il poeta fa quello che fa il bambino giocando: egli crea un mondo di fantasia che (…) carica di forti importi d’affetto, pur distinguendolo nettamente dalla realtà” (Il poeta e la fantasia, 1907). Lasciando da parte per il momento, anche se sicuramente rilevanti a riguardo, i risvolti psicoanalitici della questione, questa visione di arte come gioco è sicuramente utile per leggere le opere di Michele Cutrano: non è sicuramente un caso che egli basi la propria arte su linguaggi derivati dal mondo infantile e dal fumetto, che rappresenta una sorta di parodia della rappresentazione artistica canonica. Egli mette in questo modo in evidenza quello che è il nucleo centrale dell’arte: l’arte come gioco, come infinita possibilità di cambiare le combinazioni tra gli elementi, come volontà di rappresentare tramite allusioni infantili le dinamiche sociali contemporanee. Su un tappeto verde che ci ricorda quello usato per molti giochi da tavolo, basilare palcoscenico di una rappresentazione teatrale parodistica, Cutrano mette in scena un mondo immaginario, parallelo a quello reale, fatto di supereroi con le loro potenti super-macchinine, di anonimi “omini lego”, di bamboline di plastica, che, inizialmente, ci strappano sorrisi e persino risate ma che, a una seconda occhiata, sembrano accennare - anche solo vagamente - alla solitudine del mondo contemporaneo e alla sua costante mania di perfezione: tutti vorremmo essere, anche solo per un giorno, omini di plastica circondati da un mondo perfetto, ma forse ci vergogniamo di questo desiderio. Michele Cutrano, invece, ce lo dice –saggiamente - in faccia. Presentazione di Lara Piffari, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Thu, 1 Dec 2011 23:30:00 +0100</pubDate>
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<title>microRoom: Storie minimali di segni</title>
<description>Segni grafici di grande riconoscibilità, colori netti che fanno emergere figure, contrasti decisi che evidenziano forme: ecco la cifra distintiva di questa collettiva microroom. La cura grafica che contraddistingue le opere di Giuseppe Autiero, Gabi Minedi e Simon Ostan Simone fa si che attraverso le opere presentate emergano frammenti di storie, personaggi pronti ad animarsi e a raccontare, oggetti che immediatamente richiamano piccoli eventi, incontri, discorsi, in una parola: racconti minimali. Che siano le mani che si fanno personaggi ed interagiscono di Simon Ostan Simone, che si stagliano nere su fondo bianco, che siano le forme più o meno stilizzate di Giuseppe Autiero contraddistinte da colori netti, quasi da segnaletica stradale, e dall’alternarsi di spigoli e curve, piuttosto che gli stravaganti personaggi colorati di Gabi Minedi con le loro contraddizioni visive, ognuna di queste opere sembra volerci condurre attraverso un’attività di storytelling verso i territori della creatività. Queste opere accennano senza mai dire, incuriosiscono senza esaurire le nostre domande, e soprattutto mettono in moto - con un effetto volano - la nostra immaginazione e la nostra fantasia. Nessuno sa dire se ci sia uno scopo in questi personaggi o se le loro storie abbiano un fine (o piuttosto una fine): si limitano a suggerircele e a lasciare che sia compito nostro inventarcele. Presentazione di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Couak Vador</itunes:author>
<itunes:subtitle>Giuseppe Autiero, Gabi Minedi, Simon Ostan Simone</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Segni grafici di grande riconoscibilità, colori netti che fanno emergere figure, contrasti decisi che evidenziano forme: ecco la cifra distintiva di questa collettiva microroom. La cura grafica che contraddistingue le opere di Giuseppe Autiero, Gabi Minedi e Simon Ostan Simone fa si che attraverso le opere presentate emergano frammenti di storie, personaggi pronti ad animarsi e a raccontare, oggetti che immediatamente richiamano piccoli eventi, incontri, discorsi, in una parola: racconti minimali. Che siano le mani che si fanno personaggi ed interagiscono di Simon Ostan Simone, che si stagliano nere su fondo bianco, che siano le forme più o meno stilizzate di Giuseppe Autiero contraddistinte da colori netti, quasi da segnaletica stradale, e dall’alternarsi di spigoli e curve, piuttosto che gli stravaganti personaggi colorati di Gabi Minedi con le loro contraddizioni visive, ognuna di queste opere sembra volerci condurre attraverso un’attività di storytelling verso i territori della creatività. Queste opere accennano senza mai dire, incuriosiscono senza esaurire le nostre domande, e soprattutto mettono in moto - con un effetto volano - la nostra immaginazione e la nostra fantasia. Nessuno sa dire se ci sia uno scopo in questi personaggi o se le loro storie abbiano un fine (o piuttosto una fine): si limitano a suggerircele e a lasciare che sia compito nostro inventarcele. Presentazione di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 23:35:00 +0100</pubDate>
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<title>microSpace: Alisa Mulina</title>
<description>Guardo queste realtà imbevendo l’anima dei bagliori, delle ombre e delle sapienti sfocature. E catturo in questi spazi vuoti carichi di tensione, spazi monocromi che chiamano atmosfere impalpabili, ma di grande grande incisività, colgo delle energie sottili, delicatissime fatte di minute pieghe, riverberi intensi, ombre che diventano soggetto e non elemento annesso a qualcosa. Sono immagini fatte di silenzio. Hanno la raffinata tensione mistica verso una leggerezza e un’immaterialità che richiama la dimensione del vuoto. E tra questi interstizi vuoti, silenziosi e immateriali sembra di intravvedere tracce di nostri ricordi lontani. Presentazione di Antonia Guglielmo, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Walking Blind</itunes:author>
<itunes:subtitle>powered by microbo.net</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Guardo queste realtà imbevendo l’anima dei bagliori, delle ombre e delle sapienti sfocature. E catturo in questi spazi vuoti carichi di tensione, spazi monocromi che chiamano atmosfere impalpabili, ma di grande grande incisività, colgo delle energie sottili, delicatissime fatte di minute pieghe, riverberi intensi, ombre che diventano soggetto e non elemento annesso a qualcosa. Sono immagini fatte di silenzio. Hanno la raffinata tensione mistica verso una leggerezza e un’immaterialità che richiama la dimensione del vuoto. E tra questi interstizi vuoti, silenziosi e immateriali sembra di intravvedere tracce di nostri ricordi lontani. Presentazione di Antonia Guglielmo, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Tue, 1 Nov 2011 23:30:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, anna epis, aldo torrebruno, alisa mulina, antonia guglielmo</itunes:keywords>
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<title>Naturaindustriale: vincitori del concorso video</title>
<description>Indagare il rapporto tra natura e cultura è una delle cifre distintive dell’indagine (non solo occidentale) che caratterizza la modernità: da quando infatti l’uomo è sulla terra, la dialettica tra stato di natura e modificazioni imposte all’ambiente è al tempo stesso un evento concreto e una fonte inesauribile di riflessione. Con la rivoluzione industriale ed i fenomeni di inurbamento massiccio che hanno contraddistinto gli ultimi due secoli tale dialettica si è innegabilmente spostata sempre più sul lato della cultura, e l’industria ha eroso gli spazi della natura in maniera massiccia, rendendo la natura una sorta di eden irraggiungibile, cui l’uomo sembra anelare, pur essendo il responsabile della sua drastica diminuzione.Nella città che cambia questo tema è quanto mai attuale, ed ovviamente microbo.net è interessato a come gli artisti – spesso capaci di leggere in filigrana o in anticipo sui tempi la realtà, grazie alla sensibilità che li contraddistingue – interpretino questo universale tema, in questo particolare momento storico.Quella che ne è sortita, grazie ai video presentati, è una visione mai banale, mai appiattita su un ingenuo roussovianesimo new age o su una acritica esaltazione della modernità, quanto piuttosto un’indagine che esplora la tematica in tutte le sue dimensioni, proponendoci visioni costruite a volte per sottrazione a volte per addizione, ma sempre interessanti ed aperte alla nostra interpretazione. (Aldo Torrebruno). Indagare la natura, al giorno d’oggi risulta un’operazione quanto mai rischiosa: il rapporto tra natura e cultura infatti risulta talmente intrecciato da rendere pressoché impossibile indagare un aspetto senza coinvolgere l’altro. Per questo l’idea su cui abbiamo chiesto ai videoartisti della nostra community di confrontarsi è composito: naturaindustriale, la natura che si modifica proprio per il fatto di essere in rapporto con qualcosa che natura non è, ma che anzi - solitamente - prospera proprio sulla distruzione dello stato di natura. Così l’indagine si estende in diverse direzioni, ed esplora in maniera intensiva ed estensiva questo rapporto intrecciato, fino a mostrarci uno spaccato, attuale e variegato, di letture possibili. La natura è spesso nascosta, qualche volta sopraffatta, molto raramente estinta dice Sir. Francis Bacon, difatti ancor oggi in qualche modo ci soppravvive. L’artista odierno, che vive giocoforza in un mondo dove l’industrializzazione ha snaturato il suo rapporto con essa, come fosse uno sciamano, cerca di “riparare” al malfatto in maniera poetica o diretta e violenta, instaurando una relazione - riflessione tra sé e mondo circostante. Lo scenario è quello urbano: la città, il prodotto industriale, il prefabbricato, la fabbrica e le sue rovine divengono natura per tutti noi che non abbiamo mai abitato un mondo incontaminato.I riferimenti all’arte e a quegli artisti che hanno visto la natura con occhi nuovi, si ritrovano nel video di Serena Zanardi e Alessandro Marzola, dove una colazione sull’erba senza tempo e solo apparentemente poetica ci rimanda alla rottura radicale con il passato che troviamo nell’opera di Manet. Le azioni di Beuys in difesa della natura, trovano una rivisitazione nel video del gruppo sintetico e si mescolano a lavagne nere che indagano le conseguenze del progresso nel video di Rosita Uricchio e nell’operazione collettiva che si oppone al sistema di Annalisa Zarelli. Natura è anche proiezione del nostro corpo e Kishore Ghosh affronta questo attraverso segni neri dal presagio oscuro.Ciò che resta, ovvero una natura devastata dal nostro passaggio, viene osservato come un readymade da Federica Barcellona o “curato” affinché conosca una nuova vita da Paolo Baraldi, che con i suoi segni e gesti ridona un’estetica al luogo abbandonato. (Anna Epis)
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<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Electrostatics</itunes:author>
<itunes:subtitle>:ADM Serena Zanardi e Alessandro Marzola, Paolo Baraldi | Aka il baro, Federica Barcellona, Kishore Ghosh, Gruppo Sinestetico | Matteo Albertin, Antonio Sassu, Gianluca Scordo, Rosita Uricchio, Annalisa Zarelli</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Indagare il rapporto tra natura e cultura è una delle cifre distintive dell’indagine (non solo occidentale) che caratterizza la modernità: da quando infatti l’uomo è sulla terra, la dialettica tra stato di natura e modificazioni imposte all’ambiente è al tempo stesso un evento concreto e una fonte inesauribile di riflessione. Con la rivoluzione industriale ed i fenomeni di inurbamento massiccio che hanno contraddistinto gli ultimi due secoli tale dialettica si è innegabilmente spostata sempre più sul lato della cultura, e l’industria ha eroso gli spazi della natura in maniera massiccia, rendendo la natura una sorta di eden irraggiungibile, cui l’uomo sembra anelare, pur essendo il responsabile della sua drastica diminuzione.Nella città che cambia questo tema è quanto mai attuale, ed ovviamente microbo.net è interessato a come gli artisti – spesso capaci di leggere in filigrana o in anticipo sui tempi la realtà, grazie alla sensibilità che li contraddistingue – interpretino questo universale tema, in questo particolare momento storico.Quella che ne è sortita, grazie ai video presentati, è una visione mai banale, mai appiattita su un ingenuo roussovianesimo new age o su una acritica esaltazione della modernità, quanto piuttosto un’indagine che esplora la tematica in tutte le sue dimensioni, proponendoci visioni costruite a volte per sottrazione a volte per addizione, ma sempre interessanti ed aperte alla nostra interpretazione. (Aldo Torrebruno). Indagare la natura, al giorno d’oggi risulta un’operazione quanto mai rischiosa: il rapporto tra natura e cultura infatti risulta talmente intrecciato da rendere pressoché impossibile indagare un aspetto senza coinvolgere l’altro. Per questo l’idea su cui abbiamo chiesto ai videoartisti della nostra community di confrontarsi è composito: naturaindustriale, la natura che si modifica proprio per il fatto di essere in rapporto con qualcosa che natura non è, ma che anzi - solitamente - prospera proprio sulla distruzione dello stato di natura. Così l’indagine si estende in diverse direzioni, ed esplora in maniera intensiva ed estensiva questo rapporto intrecciato, fino a mostrarci uno spaccato, attuale e variegato, di letture possibili. La natura è spesso nascosta, qualche volta sopraffatta, molto raramente estinta dice Sir. Francis Bacon, difatti ancor oggi in qualche modo ci soppravvive. L’artista odierno, che vive giocoforza in un mondo dove l’industrializzazione ha snaturato il suo rapporto con essa, come fosse uno sciamano, cerca di “riparare” al malfatto in maniera poetica o diretta e violenta, instaurando una relazione - riflessione tra sé e mondo circostante. Lo scenario è quello urbano: la città, il prodotto industriale, il prefabbricato, la fabbrica e le sue rovine divengono natura per tutti noi che non abbiamo mai abitato un mondo incontaminato.I riferimenti all’arte e a quegli artisti che hanno visto la natura con occhi nuovi, si ritrovano nel video di Serena Zanardi e Alessandro Marzola, dove una colazione sull’erba senza tempo e solo apparentemente poetica ci rimanda alla rottura radicale con il passato che troviamo nell’opera di Manet. Le azioni di Beuys in difesa della natura, trovano una rivisitazione nel video del gruppo sintetico e si mescolano a lavagne nere che indagano le conseguenze del progresso nel video di Rosita Uricchio e nell’operazione collettiva che si oppone al sistema di Annalisa Zarelli. Natura è anche proiezione del nostro corpo e Kishore Ghosh affronta questo attraverso segni neri dal presagio oscuro.Ciò che resta, ovvero una natura devastata dal nostro passaggio, viene osservato come un readymade da Federica Barcellona o “curato” affinché conosca una nuova vita da Paolo Baraldi, che con i suoi segni e gesti ridona un’estetica al luogo abbandonato. (Anna Epis)</itunes:summary>
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<pubDate>Fri, 23 Oct 2011 23:35:00 +0100</pubDate>
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<title>microRoom: Valentina Cosentino, Debora Garritani, Virginia Zanetti</title>
<description>Ossa e carni, fragili e profane, si specchiano imperfette nel fluire di una perfetta perennità. Universo compiuto e rinnovato in forme infinite, diverse eppure immutabili nel principio che le informa. Eterna pulsione creativa incarnata nella complessa elementarità del ciclo della rinascita che tutto impregna di sé. Potenza generatrice e Madre. Terra feconda e genitrice. Un piccolo fiore nasce e si solleva nell’aria aggrappandosi all’esistenza, farfalle trasparenti si librano consapevoli incontro alla natura indifferente che le trasformerà. Donna quale strumento di conoscenza, nell’amore e attraverso l’amore, di un mondo che si raccoglie intorno al cuore della sua femminilità svelata. Una donna attraversata da un flusso di Verità diventa ricettacolo e sorgente infinita. Donna, corpo morbido dalle linee curve, che asseconda la corrente della vita, la accoglie e la restituisce trasfigurata e in movimento. Presentazione di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Electrostatics</itunes:author>
<itunes:subtitle>Valentina Cosentino, Debora Garritani, Virginia Zanetti</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Ossa e carni, fragili e profane, si specchiano imperfette nel fluire di una perfetta perennità. Universo compiuto e rinnovato in forme infinite, diverse eppure immutabili nel principio che le informa. Eterna pulsione creativa incarnata nella complessa elementarità del ciclo della rinascita che tutto impregna di sé. Potenza generatrice e Madre. Terra feconda e genitrice. Un piccolo fiore nasce e si solleva nell’aria aggrappandosi all’esistenza, farfalle trasparenti si librano consapevoli incontro alla natura indifferente che le trasformerà. Donna quale strumento di conoscenza, nell’amore e attraverso l’amore, di un mondo che si raccoglie intorno al cuore della sua femminilità svelata. Una donna attraversata da un flusso di Verità diventa ricettacolo e sorgente infinita. Donna, corpo morbido dalle linee curve, che asseconda la corrente della vita, la accoglie e la restituisce trasfigurata e in movimento. Presentazione di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Fri, 14 Oct 2011 23:35:00 +0100</pubDate>
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<title>microSpace: Claudia Nordino</title>
<description>Capita spesso, quando ci si confronta con l’opera di un fotografo, di andare alla ricerca del significato anche oltre il significante, magari soprattutto quando quest’ultimo non si rivela all’altezza. SI finisce però per dimenticare, così, la specificità del medium fotografico, quella consonanza quasi stilnovistica tra ciò che l’artista desidera comunicare e la modalità che utilizza, tra il cosa ed il come. Ebbene, imbattendosi nelle fotografie di Claudia Nordino, non si corre questo rischio: le sue opere infatti sono caratterizzate da una cura formale e da una suggestività visiva fuori dal comune, che però non si appiattisce mai in meri esercizi di bravura tecnica, ma che rappresentano il perfetto connubio, l’ideale cassa armonica in cui far risuonare il significato. Che sia il gioco tra colore e bianco e nero, piuttosto che lo svelarsi di forme naturali o costruite dall’uomo, che sia un dettaglio che molto dice del tutto o un contrasto di colori, sono sempre immagini di grande potenza visiva e suggestione, in cui significante e significato si offrono all’unisono alla nostra interpretazione. "Non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi", dice la volpe al Piccolo Principe, ma non abbiamo forse il diritto di chiedere all’arte di parlare al nostro cuore passando proprio attraverso i nostri occhi? Presentazione di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Zero-project</itunes:author>
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<itunes:summary>Capita spesso, quando ci si confronta con l’opera di un fotografo, di andare alla ricerca del significato anche oltre il significante, magari soprattutto quando quest’ultimo non si rivela all’altezza. SI finisce però per dimenticare, così, la specificità del medium fotografico, quella consonanza quasi stilnovistica tra ciò che l’artista desidera comunicare e la modalità che utilizza, tra il cosa ed il come. Ebbene, imbattendosi nelle fotografie di Claudia Nordino, non si corre questo rischio: le sue opere infatti sono caratterizzate da una cura formale e da una suggestività visiva fuori dal comune, che però non si appiattisce mai in meri esercizi di bravura tecnica, ma che rappresentano il perfetto connubio, l’ideale cassa armonica in cui far risuonare il significato. Che sia il gioco tra colore e bianco e nero, piuttosto che lo svelarsi di forme naturali o costruite dall’uomo, che sia un dettaglio che molto dice del tutto o un contrasto di colori, sono sempre immagini di grande potenza visiva e suggestione, in cui significante e significato si offrono all’unisono alla nostra interpretazione. "Non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi", dice la volpe al Piccolo Principe, ma non abbiamo forse il diritto di chiedere all’arte di parlare al nostro cuore passando proprio attraverso i nostri occhi? Presentazione di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Fri, 14 Oct 2011 23:30:00 +0100</pubDate>
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<title>microRoom: Angela Trapani, Angelo Lopiano, Daniela Dente | Creativo DADE, Daniele Bergamaschi, Irene Ester Leo, Mauro Vincenzi, Paolo Ollano, Pino Spadavecchia</title>
<description>Fotografare il proprio studio, come luogo fisico di nascita dell’opera d’arte, può costituire una difficoltà non indifferente per artista di oggi: l’utilizzo di nuove tecniche e tecnologie, la massificazione dell’opera e l’allargamento dei processi creativi non distinguono né identificano un singolo luogo nativo, ma una costellazione di topoi (in tutti i sensi) che vanno dalle primissime intuizioni alla deriva nel merchandising. Individuare nel proprio studio il luogo della creatività per eccellenza non è scontato ed implica in sé l’ulteriore riflessione del soggetto-oggetto scambiati e riproposti. Pennelli, tele, latte di colore, cavalletti e immagini alle pareti sfondano la propria funzione utilitaristica per diventare soggetto primo della comunicazione, oggetto estetico e metafisico perché detentore di una significazione nuova, slegata dal proprio utilizzo e investito di una nuova qualità. Così come le prime nature morte mostravano una dignità in se stesse, liberandosi della funzione simbolico-metaforico a cui erano destinate, lo studio d’artista, qualunque esso sia, in questi lavori incarna un interesse specifico, acquista una personalità a se stante che l’artista esplora tramite la fotografia. Luogo rivelatore: tutto nelle immagini è funzionale all’espressione artistica, ma allo stesso tempo indipendente da essa, ricorda l’artigianalità intrinseca nel termine “arte” e in un certo modo lo sublima, trascendendo opera e concetto di essa. Questo insieme di fotografie non può dunque non ricordare il sottile e incerto equilibrio dell’arte che osserva il proprio essere e la propria significazione assumendo in nuovi modi e in molteplici variazioni un proprio modello di realizzazione e nella comprensione di se stessa la propria dignità. Presentazione di Claudia Bonandrini mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Guy Barner</itunes:author>
<itunes:subtitle>Crysal, Rosaria Di Dio, Giuseppe Iavicola, Luca Mainini, Laura Patala</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Fotografare il proprio studio, come luogo fisico di nascita dell’opera d’arte, può costituire una difficoltà non indifferente per artista di oggi: l’utilizzo di nuove tecniche e tecnologie, la massificazione dell’opera e l’allargamento dei processi creativi non distinguono né identificano un singolo luogo nativo, ma una costellazione di topoi (in tutti i sensi) che vanno dalle primissime intuizioni alla deriva nel merchandising. Individuare nel proprio studio il luogo della creatività per eccellenza non è scontato ed implica in sé l’ulteriore riflessione del soggetto-oggetto scambiati e riproposti. Pennelli, tele, latte di colore, cavalletti e immagini alle pareti sfondano la propria funzione utilitaristica per diventare soggetto primo della comunicazione, oggetto estetico e metafisico perché detentore di una significazione nuova, slegata dal proprio utilizzo e investito di una nuova qualità. Così come le prime nature morte mostravano una dignità in se stesse, liberandosi della funzione simbolico-metaforico a cui erano destinate, lo studio d’artista, qualunque esso sia, in questi lavori incarna un interesse specifico, acquista una personalità a se stante che l’artista esplora tramite la fotografia. Luogo rivelatore: tutto nelle immagini è funzionale all’espressione artistica, ma allo stesso tempo indipendente da essa, ricorda l’artigianalità intrinseca nel termine “arte” e in un certo modo lo sublima, trascendendo opera e concetto di essa. Questo insieme di fotografie non può dunque non ricordare il sottile e incerto equilibrio dell’arte che osserva il proprio essere e la propria significazione assumendo in nuovi modi e in molteplici variazioni un proprio modello di realizzazione e nella comprensione di se stessa la propria dignità. Presentazione di Claudia Bonandrini mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Fri, 14 Oct 2011 23:22:00 +0100</pubDate>
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<title>microSpace: Marianna Di Palma</title>
<description>Nonostante la presenza di ampie zone cromatiche, le opere di Marianna Di Palma colpiscono l'osservatore soprattutto per il loro carattere grafico. È infatti il segno – fortemente incisivo e personale - a conferire significato all'insieme: con esso l'artista disegna dei corpi che si configurano come delle proiezioni ortogonali, degli schemi piatti, delle tracce superficiali nelle quali l'intensità fisica della corporeità viene tradotta nell'unica dimensione a disposizione dell'artefice, quella del foglio. In tale senso tali corpi, simili a bambole senza vita ma non senza anima, rimandano alle inquietudini degli artisti della Vienna di inizio secolo, di Schiele innanzitutto, laddove le volute e le grazie decorative del dominante linguaggio dell'Art Nouveau venivano traslate, proprio attraverso l'uso del segno grafico, in attualissime inquietudini. Alla medesima maniera le opere di Marianna Di Palma, in grado di riproporre i corpi schieliani in un'atmosfera contemporanea, sono fortemente decorative ma assolutamente non pacificanti: esse restano lì, ferme sulla superficie del foglio, ma hanno il potere di turbare la vista dello spettatore,  muovendo qualcosa al suo interno e provocando, nella migliore delle ipotesi, una qualche riflessione sullo statuto contemporaneo di corpi: corpi fatti oggetto di torture, di richieste incessanti, diventati più che mai oggetti estetici, politici, sociali. Testo critico di Lara Piffari, mostra a cura di Anna Epis</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Negrin</itunes:author>
<itunes:subtitle>powered by microbo.net</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Nonostante la presenza di ampie zone cromatiche, le opere di Marianna Di Palma colpiscono l'osservatore soprattutto per il loro carattere grafico. È infatti il segno – fortemente incisivo e personale - a conferire significato all'insieme: con esso l'artista disegna dei corpi che si configurano come delle proiezioni ortogonali, degli schemi piatti, delle tracce superficiali nelle quali l'intensità fisica della corporeità viene tradotta nell'unica dimensione a disposizione dell'artefice, quella del foglio. In tale senso tali corpi, simili a bambole senza vita ma non senza anima, rimandano alle inquietudini degli artisti della Vienna di inizio secolo, di Schiele innanzitutto, laddove le volute e le grazie decorative del dominante linguaggio dell'Art Nouveau venivano traslate, proprio attraverso l'uso del segno grafico, in attualissime inquietudini. Alla medesima maniera le opere di Marianna Di Palma, in grado di riproporre i corpi schieliani in un'atmosfera contemporanea, sono fortemente decorative ma assolutamente non pacificanti: esse restano lì, ferme sulla superficie del foglio, ma hanno il potere di turbare la vista dello spettatore,  muovendo qualcosa al suo interno e provocando, nella migliore delle ipotesi, una qualche riflessione sullo statuto contemporaneo di corpi: corpi fatti oggetto di torture, di richieste incessanti, diventati più che mai oggetti estetici, politici, sociali. Testo critico di Lara Piffari, mostra a cura di Anna Epis</itunes:summary>
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<pubDate>Fri, 14 Oct 2011 23:13:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, anna epis, aldo torrebruno, marianna di palma</itunes:keywords>
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<title>microRoom: Crysal, Rosaria Di Dio, Giuseppe Iavicola, Luca Mainini, Laura Patala</title>
<description>Una stanza quasi vuota si stringe attorno a un corpo infagottato, in tensione, che sembra proiettato fuori dalla tela o pronto ad esserne risucchiato. Un fascio di luce lo investe e, misteriosamente, il corpo deflagra, senza boati, senza sangue, perfettamente scomposto. Un corpo di donna si smembra nella luce fredda di uno spazio senza colori e la sua umanità, fragile e tormentata, emerge dallo scrigno geloso di ciascuno scatto. Dolorosamente deciso al compromesso, questo cyber corpo ha sacrificato carne e sangue a un desiderio spietato di cambiamento. Come in un puzzle, tutti i frammenti sembrano pronti a tornare al proprio posto, a ricostruire l’intero, a ricomporre l’immagine perfetta di femme fatale che il mondo richiede. C’è spazio per il gioco, per l’azzardo; non esistono limiti, laddove la consapevolezza è messa al bando. Mani tese, dagli artigli leggeri, atteggiano il volto ad una sensualità senz’anima. Resta una solitudine crudele che scivola trasparente sulla pelle tesa e si adagia sulle labbra mollemente rapaci. Labbra rosse e tumide, senza sorriso, stirate sotto lo sguardo di occhi distratti che si appiccicano al vuoto. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di BRUNO-Em</itunes:author>
<itunes:subtitle>Crysal, Rosaria Di Dio, Giuseppe Iavicola, Luca Mainini, Laura Patala</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Una stanza quasi vuota si stringe attorno a un corpo infagottato, in tensione, che sembra proiettato fuori dalla tela o pronto ad esserne risucchiato. Un fascio di luce lo investe e, misteriosamente, il corpo deflagra, senza boati, senza sangue, perfettamente scomposto. Un corpo di donna si smembra nella luce fredda di uno spazio senza colori e la sua umanità, fragile e tormentata, emerge dallo scrigno geloso di ciascuno scatto. Dolorosamente deciso al compromesso, questo cyber corpo ha sacrificato carne e sangue a un desiderio spietato di cambiamento. Come in un puzzle, tutti i frammenti sembrano pronti a tornare al proprio posto, a ricostruire l’intero, a ricomporre l’immagine perfetta di femme fatale che il mondo richiede. C’è spazio per il gioco, per l’azzardo; non esistono limiti, laddove la consapevolezza è messa al bando. Mani tese, dagli artigli leggeri, atteggiano il volto ad una sensualità senz’anima. Resta una solitudine crudele che scivola trasparente sulla pelle tesa e si adagia sulle labbra mollemente rapaci. Labbra rosse e tumide, senza sorriso, stirate sotto lo sguardo di occhi distratti che si appiccicano al vuoto. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis</itunes:summary>
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<pubDate>Fri, 14 Oct 2011 23:06:00 +0100</pubDate>
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<title>microSpace: Io Makandal</title>
<description>Una colorata e ironica invasione dello spazio: sono queste le prime parole che vengono in mente per fornire una prima descrizione – necessariamente sommaria ma dotata di immediata efficacia – delle opere della giovane artista sudafricana Io Makandal. E la descrizione dev'essere necessariamente sommaria, e basata su una percezione immediata, poiché i quattro lavori qui presentati sfuggono, come spesso avviene entro il variegato linguaggio dell'arte contemporanea, da ogni consolidata definizione. Né definibili come sculture, in quanto slegate dalle idee di staticità e di relativa eternità da sempre collegate a questa forma d'arte, né pienamente rispondenti alle caratteristiche dell'installazione, esse risultano agglomerati di materiali differenti che, in un certo senso, rappresentano varianti aggiornate ed “esotiche” dell'ormai istituzionale stratagemma artistico del ready-made, che, dalla sua prima duchampiana comparsa, è stato declinato nel corso dei decenni in apparizioni e significati differenti. Suonerà pur banale, ma la fantasiosa combinazione di stoffe colorate, rubinetti, palloncini e tanti altri materiali originariamente poveri ma arricchiti da esuberanti coperture cromatiche, rivelano fin dalla prima occhiata la giovane età, l'identità femminile e la provenienza dell'artista da una cultura differente da quella europeo-occidentale, sfatando quindi, come già emerso in altri numerosi casi, l'idea di un'ipotetica globalizzazione livellante delle ricerche artistiche attuali. All'interno di tale immediata riconoscibilità di un identikit dell'artista, stupisce infine la capacità di Io Makandal, nata a Johannesburg nel 1987, di adeguarsi da un lato a determinati canoni estetici del mercato artistico attuale, ma dall'altro lato di saper comunque affermare una propria cifra stilistica, una sorta di colorata vena espressiva che percorre in maniera inequivocabile le opere in questione. Testo critico di lara Piffari, mostra a cura di Anna Epis</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di MOOD</itunes:author>
<itunes:subtitle>powered by microbo.net</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Una colorata e ironica invasione dello spazio: sono queste le prime parole che vengono in mente per fornire una prima descrizione – necessariamente sommaria ma dotata di immediata efficacia – delle opere della giovane artista sudafricana Io Makandal. E la descrizione dev'essere necessariamente sommaria, e basata su una percezione immediata, poiché i quattro lavori qui presentati sfuggono, come spesso avviene entro il variegato linguaggio dell'arte contemporanea, da ogni consolidata definizione. Né definibili come sculture, in quanto slegate dalle idee di staticità e di relativa eternità da sempre collegate a questa forma d'arte, né pienamente rispondenti alle caratteristiche dell'installazione, esse risultano agglomerati di materiali differenti che, in un certo senso, rappresentano varianti aggiornate ed “esotiche” dell'ormai istituzionale stratagemma artistico del ready-made, che, dalla sua prima duchampiana comparsa, è stato declinato nel corso dei decenni in apparizioni e significati differenti. Suonerà pur banale, ma la fantasiosa combinazione di stoffe colorate, rubinetti, palloncini e tanti altri materiali originariamente poveri ma arricchiti da esuberanti coperture cromatiche, rivelano fin dalla prima occhiata la giovane età, l'identità femminile e la provenienza dell'artista da una cultura differente da quella europeo-occidentale, sfatando quindi, come già emerso in altri numerosi casi, l'idea di un'ipotetica globalizzazione livellante delle ricerche artistiche attuali. All'interno di tale immediata riconoscibilità di un identikit dell'artista, stupisce infine la capacità di Io Makandal, nata a Johannesburg nel 1987, di adeguarsi da un lato a determinati canoni estetici del mercato artistico attuale, ma dall'altro lato di saper comunque affermare una propria cifra stilistica, una sorta di colorata vena espressiva che percorre in maniera inequivocabile le opere in questione. Testo critico di lara Piffari, mostra a cura di Anna Epis</itunes:summary>
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<pubDate>Wed, 01 Jun 2011 23:05:00 +0100</pubDate>
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<title>100% creative: lo specchio nello specchio</title>
<description>Come lo specchio nello specchio di Michael Ende vede una serie di racconti raccordati da un sottile filo, così le foto degli studi raccontano analiticamente la creatività che è racchiusa in ogni artista. E' un racconto surreale e a tratti allucinato, che vede il proprio luogo di lavoro divenire l'opera d'arte. Il processo che ne deriva mette in luce un aspetto autobiografico, a volte inconscio, che rivela forse più di ciò che l'artista avrebbe voluto dire di sé. Immagine di un'opera non compiuta, che restituisce un autoritratto inedito, organizzato nel proprio disordine e racconta non solo la creatività, ma anche il proprio ambiente e il proprio vissuto. Nulla resta degli immensi studi d'artista del secolo scorso: immagini del nostro tempo, questi luoghi ritagliati nella vita di ciascuno, riecheggiano il ritmo frenetico della vita di oggi, che chiede di comprimere nei propri ritagli di tempo e di spazio la grandezza della propria creatività. Testo critico di Anna Epis, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Portoponte</itunes:author>
<itunes:subtitle>Cristina Cattaneo, Simone Garbin, Hugo Garza, Giovanni Greco, Claudia Ielmoni, Kevin Jackson, Nicholas Tolosa, Olga Vanoncini</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Come lo specchio nello specchio di Michael Ende vede una serie di racconti raccordati da un sottile filo, così le foto degli studi raccontano analiticamente la creatività che è racchiusa in ogni artista. E' un racconto surreale e a tratti allucinato, che vede il proprio luogo di lavoro divenire l'opera d'arte. Il processo che ne deriva mette in luce un aspetto autobiografico, a volte inconscio, che rivela forse più di ciò che l'artista avrebbe voluto dire di sé. Immagine di un'opera non compiuta, che restituisce un autoritratto inedito, organizzato nel proprio disordine e racconta non solo la creatività, ma anche il proprio ambiente e il proprio vissuto. Nulla resta degli immensi studi d'artista del secolo scorso: immagini del nostro tempo, questi luoghi ritagliati nella vita di ciascuno, riecheggiano il ritmo frenetico della vita di oggi, che chiede di comprimere nei propri ritagli di tempo e di spazio la grandezza della propria creatività. Testo critico di Anna Epis, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Fri, 20 May 2011 23:27:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microroom, anna epis, aldo torrebruno, Cristina Cattaneo, Simone Garbin, Hugo Garza, Giovanni Greco, Claudia Ielmoni, Kevin Jackson, Nicholas Tolosa, Olga Vanoncini</itunes:keywords>
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<title>microSpace: Iaia Cocoi</title>
<description>Italo Calvino in Lezioni Americane (1993) parla di un’attitudine particolare che definisce come “mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, far scaturire colori e forme … pensare per immagini” e quest’attitudine la definisce “visibilità”, ovvero una visione interiore che non va soffocata ma controllata. Ma è tramite questa fedeltà alle sensazioni intuizioni che si accede ad associazioni inusitate che provocano spaesamento in un sistema figurativo, in un ambiente quotidiano domestico, solidamente impostato su certezze percettive. E’ ciò che Iaia Cocoi opera nelle sue ossessioni domestiche rivisitate in chiave immaginativa. Queste immagini sono l’invito a concedersi di varcare la soglia tra lo specchio e la realtà, si oltrepassa la routine della consuetudine e si perlustra l’emozione che richiede una soglia di attenzione costante di tutti i sensi verso un territorio da ri-vivere, ri-vedere. Non è un invito alla libertà assoluta ma alla spensieratezza affrontata con perizia, sapienza-esperienza. Vi è un atteggiamento ironico nei riguardi della fruizione dei luoghi e dei suoi rituali in cui però può avvenire l’inaspettato, una folies soggettiva che ci trasporta in un mondo dove la percezione si dilata, restringe fino a farci attraversare un territorio mutante. Testo critico di Antonia Guglielmo, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Sindomine</itunes:author>
<itunes:subtitle>powered by microbo.net</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Italo Calvino in Lezioni Americane (1993) parla di un’attitudine particolare che definisce come “mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, far scaturire colori e forme … pensare per immagini” e quest’attitudine la definisce “visibilità”, ovvero una visione interiore che non va soffocata ma controllata. Ma è tramite questa fedeltà alle sensazioni intuizioni che si accede ad associazioni inusitate che provocano spaesamento in un sistema figurativo, in un ambiente quotidiano domestico, solidamente impostato su certezze percettive. E’ ciò che Iaia Cocoi opera nelle sue ossessioni domestiche rivisitate in chiave immaginativa. Queste immagini sono l’invito a concedersi di varcare la soglia tra lo specchio e la realtà, si oltrepassa la routine della consuetudine e si perlustra l’emozione che richiede una soglia di attenzione costante di tutti i sensi verso un territorio da ri-vivere, ri-vedere. Non è un invito alla libertà assoluta ma alla spensieratezza affrontata con perizia, sapienza-esperienza. Vi è un atteggiamento ironico nei riguardi della fruizione dei luoghi e dei suoi rituali in cui però può avvenire l’inaspettato, una folies soggettiva che ci trasporta in un mondo dove la percezione si dilata, restringe fino a farci attraversare un territorio mutante. Testo critico di Antonia Guglielmo, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Sun, 01 May 2011 23:05:00 +0100</pubDate>
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<title>micro2: Galleria l'Acanto</title>
<description>Un prezioso mosaico costituito da numerose tessere colorate, ciascuna con una propria ben precisa identità: così appare al primo sguardo la pagina web dedicata alle opere partecipanti alla mostra Micro2. E proprio come in un mosaico è utile sì la visione unitaria, in grado di conferire un senso all'insieme – e, in questo caso, di innescare numerosi riflessioni sull'eterogeneità della produzione artistica attuale e sulla sua vitalità – ma ancora più utile risulta l'osservazione ravvicinata delle singole unità, che porta a riconoscere come caratteristica specifica di una tale configurazione proprio la discontinuità e il carattere discreto. Procedendo secondo tale seconda via, abbiamo l'opportunità di considerare ogni singola opera, a prescindere dai gusti personali e dal giudizio di valore che ne possiamo dare, come un piccolo haiku pittorico, una "gemma" in grado di condensare in poche battute una delle tante modalità di produrre arte, oggi. Con la raccomandazione di porsi di fronte alle opere con il medesimo atteggiamento di attenzione e concentrazione che potremmo assumere proprio di fronte a un haiku, ovvero con gli occhi e le orecchie ben aperte, pronti per farci guidare nella percezione di fenomeni e di aspetti del reale dapprima mai considerati. Testo critico di Lara Piffari, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Choc</itunes:author>
<itunes:subtitle>Un ringraziamento speciale a Mariella Torre e Ester Mistò</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Un prezioso mosaico costituito da numerose tessere colorate, ciascuna con una propria ben precisa identità: così appare al primo sguardo la pagina web dedicata alle opere partecipanti alla mostra Micro2. E proprio come in un mosaico è utile sì la visione unitaria, in grado di conferire un senso all'insieme – e, in questo caso, di innescare numerosi riflessioni sull'eterogeneità della produzione artistica attuale e sulla sua vitalità – ma ancora più utile risulta l'osservazione ravvicinata delle singole unità, che porta a riconoscere come caratteristica specifica di una tale configurazione proprio la discontinuità e il carattere discreto. Procedendo secondo tale seconda via, abbiamo l'opportunità di considerare ogni singola opera, a prescindere dai gusti personali e dal giudizio di valore che ne possiamo dare, come un piccolo haiku pittorico, una "gemma" in grado di condensare in poche battute una delle tante modalità di produrre arte, oggi. Con la raccomandazione di porsi di fronte alle opere con il medesimo atteggiamento di attenzione e concentrazione che potremmo assumere proprio di fronte a un haiku, ovvero con gli occhi e le orecchie ben aperte, pronti per farci guidare nella percezione di fenomeni e di aspetti del reale dapprima mai considerati. Testo critico di Lara Piffari, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Thu, 14 Apr 2011 23:44:00 +0100</pubDate>
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<title>microRoom: Tracce, riverberi, ricordi...</title>
<description>Dai segni-tracce di queste immagini riusciamo a cogliere un’idea di viaggio metaforico dove si annusa una sorta di desiderio di ricerca, evidente infatti è il crescendo di assenza umana, un “abbandono volontario” della scena, ma non solo, si sottolinea persino lo sfumare di tratti di paesaggio che in alcune immagini diventa evanescente, in altre scompare del tutto per lasciare solamente il sentore, la vibrazione di ciò che esisteva. Questa operazione non è la volontà di epurare l’immagine, ma semplicemente si opera una sorta di ricerca interiore, un desiderio di osservare il viaggio fatto, non mercificando il ricordo, non dandogli un peso, una sostanza concreta ma lasciandolo come segno immateriale, dandogli una dimensione di esperienza non limitata nel contesto fisico di spazio temporale ma connotandolo come la somma di vibrazioni, movimenti, segni, capaci di attingere al pozzo emozionale più intimo del nostro essere. L’osservatore, in questo caso non guarda l’immagine ma sta guardando dentro sé la descrizione di un viaggio, la descrizione del ricordo di quel viaggio...Testo critico di Antonia Guglielmo, mostra a cura di Anna Epis</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Portoponte</itunes:author>
<itunes:subtitle>Massimo Grossi, Claudio Missagia, Rita Sacco, Argentina Verderame</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Dai segni-tracce di queste immagini riusciamo a cogliere un’idea di viaggio metaforico dove si annusa una sorta di desiderio di ricerca, evidente infatti è il crescendo di assenza umana, un “abbandono volontario” della scena, ma non solo, si sottolinea persino lo sfumare di tratti di paesaggio che in alcune immagini diventa evanescente, in altre scompare del tutto per lasciare solamente il sentore, la vibrazione di ciò che esisteva. Questa operazione non è la volontà di epurare l’immagine, ma semplicemente si opera una sorta di ricerca interiore, un desiderio di osservare il viaggio fatto, non mercificando il ricordo, non dandogli un peso, una sostanza concreta ma lasciandolo come segno immateriale, dandogli una dimensione di esperienza non limitata nel contesto fisico di spazio temporale ma connotandolo come la somma di vibrazioni, movimenti, segni, capaci di attingere al pozzo emozionale più intimo del nostro essere. L’osservatore, in questo caso non guarda l’immagine ma sta guardando dentro sé la descrizione di un viaggio, la descrizione del ricordo di quel viaggio...Testo critico di Antonia Guglielmo, mostra a cura di Anna Epis</itunes:summary>
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<pubDate>Thu, 14 Apr 2011 23:27:00 +0100</pubDate>
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<title>microSpace: Anja Grubic</title>
<description>Grande e piccolo, interno ed esterno, vuoto e pieno, bianco e rosso: le opere di Anja Grubic che animano questa mostra virtuale giocano su queste relazioni, le mettono in discussione, ne fanno oggetto su cui confrontarsi. Non a caso due delle opere proposte mettono in scena proprio un momento conviviale, di comunicazione e discussione: che si tratti di una tovaglia su cui si svolge una tavolata (facendoci apprezzare il corto circuito concettuale) o di una sorta di gruppo di autocoscienza, che sembra mettere al centro - anche fisicamente - della propria discussione la cosa stessa dell’arte. Quando poi, come in una radiografia, l’artista ci mostra in maniera esplicita la sineddoche prima solo accennata, mettendo in rapporto le ossa con l’uomo, sembra sottolineare che tra interno ed esterno, tra dentro e fuori, non c’è una divisione netta, ma che tale rapporto è di continuità: del resto così è anche quando i mattoni che costituiscono un muro (come le ossa fanno l’uomo!) vengono messi a nudo, mostrati, ma sempre in rapporto al loro insieme e ancora una volta mattone e muro si legano con un rapporto biunivoco. L’indagine di Anja Grubic si muove tra questi piani e li indaga, accostando elementi ripetuti e novità: è facile per chi osserva le opere trovare tracce che parlano la stessa lingua, ma anche espressioni differenti che incuriosiscono, mostrandoci concretamente il loro luogo di incontro. Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Fable</itunes:author>
<itunes:subtitle>powered by microbo.net</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Grande e piccolo, interno ed esterno, vuoto e pieno, bianco e rosso: le opere di Anja Grubic che animano questa mostra virtuale giocano su queste relazioni, le mettono in discussione, ne fanno oggetto su cui confrontarsi. Non a caso due delle opere proposte mettono in scena proprio un momento conviviale, di comunicazione e discussione: che si tratti di una tovaglia su cui si svolge una tavolata (facendoci apprezzare il corto circuito concettuale) o di una sorta di gruppo di autocoscienza, che sembra mettere al centro - anche fisicamente - della propria discussione la cosa stessa dell’arte. Quando poi, come in una radiografia, l’artista ci mostra in maniera esplicita la sineddoche prima solo accennata, mettendo in rapporto le ossa con l’uomo, sembra sottolineare che tra interno ed esterno, tra dentro e fuori, non c’è una divisione netta, ma che tale rapporto è di continuità: del resto così è anche quando i mattoni che costituiscono un muro (come le ossa fanno l’uomo!) vengono messi a nudo, mostrati, ma sempre in rapporto al loro insieme e ancora una volta mattone e muro si legano con un rapporto biunivoco. L’indagine di Anja Grubic si muove tra questi piani e li indaga, accostando elementi ripetuti e novità: è facile per chi osserva le opere trovare tracce che parlano la stessa lingua, ma anche espressioni differenti che incuriosiscono, mostrandoci concretamente il loro luogo di incontro. Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Thu, 14 Apr 2011 23:05:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, anna epis, aldo torrebruno, anja grubic</itunes:keywords>
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<title>microSpace: Nico Mingozzi</title>
<description>Si è soliti affermare che gli artisti siano dei visionari, tesi verso visioni di futuri possibili o “annusatori” di eventi già percepibili nell'aria; eppure l'arte è sempre stata anche protesa verso il passato, inteso sia come banca-dati di possibili e infiniti immaginari figurativi, sia come ulteriore possibilità di fuga dal reale. In quest'ottica interviene il meccanismo della citazione, evidente nelle opere di Nico Mingozzi: una citazione che è riproposizione di schemi iconografici da ritratto ottocentesco, resa possibile attraverso il riutilizzo di vecchie e ingiallite fotografie da album di famiglia. Ma dato che la citazione non è mai riproposizione esatta delle immagini arrivateci da tempi così lontani, l'artista interviene, in maniera discreta ma altresì spaesante e freudianamente “perturbante”, a inserire su questi corpi così composti e sulle loro mises da giorno della festa, dei volti di animali, di fantasmi, di esseri inquietanti. Facendo così veniamo trasportati in un doppio mondo “altro”, che non è solo quello di un passato relativamente recente - ma da noi mai vissuto - ma anche un mondo di sogno, surreale e popolato da creature inquietanti, dal quale vorremmo, una volta data un'occhiata, tornare indietro il prima possibile. Testo critico di Lara Piffari, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Javagore</itunes:author>
<itunes:subtitle>powered by microbo.net</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Si è soliti affermare che gli artisti siano dei visionari, tesi verso visioni di futuri possibili o “annusatori” di eventi già percepibili nell'aria; eppure l'arte è sempre stata anche protesa verso il passato, inteso sia come banca-dati di possibili e infiniti immaginari figurativi, sia come ulteriore possibilità di fuga dal reale. In quest'ottica interviene il meccanismo della citazione, evidente nelle opere di Nico Mingozzi: una citazione che è riproposizione di schemi iconografici da ritratto ottocentesco, resa possibile attraverso il riutilizzo di vecchie e ingiallite fotografie da album di famiglia. Ma dato che la citazione non è mai riproposizione esatta delle immagini arrivateci da tempi così lontani, l'artista interviene, in maniera discreta ma altresì spaesante e freudianamente “perturbante”, a inserire su questi corpi così composti e sulle loro mises da giorno della festa, dei volti di animali, di fantasmi, di esseri inquietanti. Facendo così veniamo trasportati in un doppio mondo “altro”, che non è solo quello di un passato relativamente recente - ma da noi mai vissuto - ma anche un mondo di sogno, surreale e popolato da creature inquietanti, dal quale vorremmo, una volta data un'occhiata, tornare indietro il prima possibile. Testo critico di Lara Piffari, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Thu, 14 Apr 2011 22:51:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, anna epis, aldo torrebruno, nico mingozzi, lara piffari</itunes:keywords>
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<title>microRoom: Davanti agli occhi</title>
<description>Una pluralità di sguardi... occhi puntati su di noi, sguardi irretiti da una malinconia sottile, sorpresi da un interrogativo scomodo, sfuggiti ad un'emozione troppo forte da accogliere. Occhi soltanto indovinati, fra le curve leggere e intrecciate di un'umanità modulare, frantumata in un fermo immagine inquieto e scontroso. Gli occhi si riprendono il proprio spazio, si moltiplicano, gemme preziose incastonate in un biancore opaco e tagliente. Sguardi, spezzati e prigionieri, emergono dall'oscurità a solleticare la nostra umana essenza, il nostro spirito silente che, se pure a fatica, sempre più spesso sembra accorgersi di non chiedere più nulla, di non desiderare, di non rimpiangere nulla, di non sapere neanche se ciò che prova sia dolore o indifferenza. Un anestetico inodore scivola nelle vene e colpisce inesorabilmente i sensi contratti, paralizzando i gesti, oscurando la visione della realtà. Ma la domanda resta in superficie, galleggiando e rifrangendosi in un gioco di specchi... Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Dj Fab</itunes:author>
<itunes:subtitle>Stella Asia Consonni, Angelo Lopiano, Paolo Ollano, Michela Pedron, Elisa Zolin</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Una pluralità di sguardi... occhi puntati su di noi, sguardi irretiti da una malinconia sottile, sorpresi da un interrogativo scomodo, sfuggiti ad un'emozione troppo forte da accogliere. Occhi soltanto indovinati, fra le curve leggere e intrecciate di un'umanità modulare, frantumata in un fermo immagine inquieto e scontroso. Gli occhi si riprendono il proprio spazio, si moltiplicano, gemme preziose incastonate in un biancore opaco e tagliente. Sguardi, spezzati e prigionieri, emergono dall'oscurità a solleticare la nostra umana essenza, il nostro spirito silente che, se pure a fatica, sempre più spesso sembra accorgersi di non chiedere più nulla, di non desiderare, di non rimpiangere nulla, di non sapere neanche se ciò che prova sia dolore o indifferenza. Un anestetico inodore scivola nelle vene e colpisce inesorabilmente i sensi contratti, paralizzando i gesti, oscurando la visione della realtà. Ma la domanda resta in superficie, galleggiando e rifrangendosi in un gioco di specchi... Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis</itunes:summary>
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<pubDate>Thu, 14 Apr 2011 22:40:00 +0100</pubDate>
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<title>microRoom: Strutture amniotiche</title>
<description>Le strutture che osserviamo segnano un confine spaziale, ci danno un dato certo dell'esistenza di uno spazio protettivo, ci rivelano il materializzarsi di microcosmi emozionali vaganti che si uniscono alle nostre vite. Sono luoghi preconfezionati dove in alcuni casi anche la presenza umana sembra già insita in partenza. Sono contenitori capaci di osmosi e permeabilità tra interno ed esterno, di comunicazione con il proprio pubblico in un dialogo che prevede perfino il nascondere il microcosmo stesso con elementi umanizzati, un custodire che in realtà vuole mettere in luce, svelare ciò che racchiude. Il concetto cartesiano di paesaggio si sostituisce con quello emozionale di ambiente confinato, in quanto si hanno elementi parametrici del tutto personalizzati. Le dimensioni sono strettamente ed esclusivamente individuali e le distanze intersoggettive. In questi involucri traspaiono segni, materia, elementi di espressione che ci rivelano e svelano i nostri tratti identificativi, instaurando tra l'abitante e l'ambiente una osmosi basata su una sorta di empatia, un ambiente amniotico che si traduce in recinto virtuale dove si vive l'esperienza assoluta del dentro contrapposto ad un luogo altro: il fuori. Testo critico di Antonia Guglielmo, mostra a cura di Anna Epis</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Th Hddn</itunes:author>
<itunes:subtitle>Hannes Egger, Clara Luiselli, Liliya Pobornikova, Nadia Sabbioni</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Le strutture che osserviamo segnano un confine spaziale, ci danno un dato certo dell'esistenza di uno spazio protettivo, ci rivelano il materializzarsi di microcosmi emozionali vaganti che si uniscono alle nostre vite. Sono luoghi preconfezionati dove in alcuni casi anche la presenza umana sembra già insita in partenza. Sono contenitori capaci di osmosi e permeabilità tra interno ed esterno, di comunicazione con il proprio pubblico in un dialogo che prevede perfino il nascondere il microcosmo stesso con elementi umanizzati, un custodire che in realtà vuole mettere in luce, svelare ciò che racchiude. Il concetto cartesiano di paesaggio si sostituisce con quello emozionale di ambiente confinato, in quanto si hanno elementi parametrici del tutto personalizzati. Le dimensioni sono strettamente ed esclusivamente individuali e le distanze intersoggettive. In questi involucri traspaiono segni, materia, elementi di espressione che ci rivelano e svelano i nostri tratti identificativi, instaurando tra l'abitante e l'ambiente una osmosi basata su una sorta di empatia, un ambiente amniotico che si traduce in recinto virtuale dove si vive l'esperienza assoluta del dentro contrapposto ad un luogo altro: il fuori. Testo critico di Antonia Guglielmo, mostra a cura di Anna Epis</itunes:summary>
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<pubDate>Sat, 5 Feb 2011 15:22:00 +0100</pubDate>
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<title>microSpace: Michela Pedron</title>
<description>Supereroi, suggestioni amletiche, ritratti, persino il muso di un carlino: l'opera di Michela Pedron raccoglie in pieno le suggestioni neopop, e sa rimandare a culture e ad immaginari diversi, che pur conservando le proprie particolarità, trovano adeguata sintesi nel mondo a pois che l'artista ci propone. Lo sfondo glamour, con il gioco cromatico dei pois, che alternano rosa, nero e bianco, talvolta in versioni brillanti, talaltra a tinte più morbide, fa da trait d'union per le quattro opere presentate: da questo sfondo emergono le figure in primo piano, che sembrano fissare motti, modi di dire, abitudini radicate dell'artista, rappresentando ovvero il suo lessico familiare, il testo che sapientemente si intreccia col contesto a pois, che ne viene valorizzato, che emerge con la sua forza espressiva. Ed è proprio in questa capacità di essere al contempo popolare e familiare, alla moda ed intima, sociale e personale, l'apparente e creativa contraddizione, la forza espressiva di queste immagini. Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Dom the bear</itunes:author>
<itunes:subtitle>powered by microbo.net</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Supereroi, suggestioni amletiche, ritratti, persino il muso di un carlino: l'opera di Michela Pedron raccoglie in pieno le suggestioni neopop, e sa rimandare a culture e ad immaginari diversi, che pur conservando le proprie particolarità, trovano adeguata sintesi nel mondo a pois che l'artista ci propone. Lo sfondo glamour, con il gioco cromatico dei pois, che alternano rosa, nero e bianco, talvolta in versioni brillanti, talaltra a tinte più morbide, fa da trait d'union per le quattro opere presentate: da questo sfondo emergono le figure in primo piano, che sembrano fissare motti, modi di dire, abitudini radicate dell'artista, rappresentando ovvero il suo lessico familiare, il testo che sapientemente si intreccia col contesto a pois, che ne viene valorizzato, che emerge con la sua forza espressiva. Ed è proprio in questa capacità di essere al contempo popolare e familiare, alla moda ed intima, sociale e personale, l'apparente e creativa contraddizione, la forza espressiva di queste immagini. Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Fri, 10 Dec 2010 21:45:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, anna epis, aldo torrebruno, michela pedron</itunes:keywords>
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<title>microRoom: Esplorazione d'ombra</title>
<description>Ci sono oggetti, persone, momenti non chiaramente definibili appartenenti ad una realtà di transizione, zone d’ombra da codificare che sembrano materializzarsi davanti ai nostri occhi per porci un quesito, per dare spazio a spunti di metabolizzazione mentale. Sono spazi carichi di attesa e muti testimoni di un passaggio, di una presenza ormai immateriale, di un’energia che li ha percorsi in forma di gesto, di azione, di parola ma che ora sono fermate nell’immagine; seppur statiche, queste visioni sono cariche di significati e domande appunto. Tutti i fotogrammi qui rappresentati sono intimamente “bordeline”, su una linea di confine tra reale e sogno. Un sogno non inteso come fuga dalla realtà, ma qualcosa di alternativo che ci offre la risposta cercata ai dubbi che sorgono guardando i soggetti degli scatti. Testo critico di Antonia Guglielmo, mostra a cura di Anna Epis</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Zentriert ins Antlitz</itunes:author>
<itunes:subtitle>Alice Baraldi, Henry Galluccio, Massimo Grossi, Irene Guerra</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Ci sono oggetti, persone, momenti non chiaramente definibili appartenenti ad una realtà di transizione, zone d’ombra da codificare che sembrano materializzarsi davanti ai nostri occhi per porci un quesito, per dare spazio a spunti di metabolizzazione mentale. Sono spazi carichi di attesa e muti testimoni di un passaggio, di una presenza ormai immateriale, di un’energia che li ha percorsi in forma di gesto, di azione, di parola ma che ora sono fermate nell’immagine; seppur statiche, queste visioni sono cariche di significati e domande appunto. Tutti i fotogrammi qui rappresentati sono intimamente “bordeline”, su una linea di confine tra reale e sogno. Un sogno non inteso come fuga dalla realtà, ma qualcosa di alternativo che ci offre la risposta cercata ai dubbi che sorgono guardando i soggetti degli scatti. Testo critico di Antonia Guglielmo, mostra a cura di Anna Epis</itunes:summary>
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<pubDate>Mon, 15 Nov 2010 15:22:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microroom, anna epis, aldo torrebruno, Alice Baraldi, Henry Galluccio, Massimo Grossi, Irene Guerra, Antonia Guglielmo</itunes:keywords>
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<item>
<title>microSpace: Sara Costantini</title>
<description>PEZZETTINI - Non ci si può bagnare per due volte nello stesso fiume: questo famoso frammento eracliteo ci ricorda che, come tutte le cose, anche noi uomini siamo in continuo e costante mutamento, in continua evoluzione, in divenire. Ma proprio perché oggi siamo altro rispetto a ciò che siamo stati, è possibile, per un’artista immaginifica come Sara Costantini, iniziare un dialogo con un’altra sé stessa, ovvero con i propri disegni e i propri pensieri di quando era una bambina che non si stancava mai di disegnare. Riprendendo i disegni e i pensieri di un tempo, l’artista di oggi sembra riconoscere ciò che è diventata grazie a ciò che è stata, sembra volerci mostrare come, in nuce, tutto era già scritto, come in un certo senso il proprio destino si sia compiuto. Attraverso questi Pezzettini (questo il titolo del progetto) si sviluppa un dialogo affascinante dal punto di vista umano e visivo, caratterizzato dai colori tenui degli acquerelli, dalle linee morbide, dall’integrazione - compiuta con una grazia fuori dal comune - tra i disegni della bambina e quelli dell’illustratrice. Negli spazi bianchi, che la memoria ha lasciato abbondanti in questi Pezzettini, dolcemente si inseriscono i ricordi... Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Alex Kud</itunes:author>
<itunes:subtitle>powered by microbo.net</itunes:subtitle>
<itunes:summary>PEZZETTINI - Non ci si può bagnare per due volte nello stesso fiume: questo famoso frammento eracliteo ci ricorda che, come tutte le cose, anche noi uomini siamo in continuo e costante mutamento, in continua evoluzione, in divenire. Ma proprio perché oggi siamo altro rispetto a ciò che siamo stati, è possibile, per un’artista immaginifica come Sara Costantini, iniziare un dialogo con un’altra sé stessa, ovvero con i propri disegni e i propri pensieri di quando era una bambina che non si stancava mai di disegnare. Riprendendo i disegni e i pensieri di un tempo, l’artista di oggi sembra riconoscere ciò che è diventata grazie a ciò che è stata, sembra volerci mostrare come, in nuce, tutto era già scritto, come in un certo senso il proprio destino si sia compiuto. Attraverso questi Pezzettini (questo il titolo del progetto) si sviluppa un dialogo affascinante dal punto di vista umano e visivo, caratterizzato dai colori tenui degli acquerelli, dalle linee morbide, dall’integrazione - compiuta con una grazia fuori dal comune - tra i disegni della bambina e quelli dell’illustratrice. Negli spazi bianchi, che la memoria ha lasciato abbondanti in questi Pezzettini, dolcemente si inseriscono i ricordi... Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Sun, 7 Nov 2010 21:45:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, anna epis, aldo torrebruno, sara costantini</itunes:keywords>
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<title>Il reale nell'immateriale: vincitori del concorso video</title>
<description>È difficile immaginare qualcosa che sia più immateriale di un concorso video (uno dei medium più sfuggenti alla materialità, sempre pronto a farsi trasmettere nell'etere...) che si svolge nel luogo immateriale per eccellenza: la Rete.
Eppure questi video sono incredibilmente reali. Lo sono nella misura in cui ci danno - attraverso immagini in movimento - uno spaccato di come gli artisti vedono (e ci fanno vedere) la realtà. Ma ancora di più lo sono perché sono lo specchio delle idee (e ritorna, potente, la radice greca "id" che congiunge,attraverso tutta la nostra cultura, il vedere all'idea), ovvero l'afflato creativo e creatore, che ha informato di se la pagina web.
Ed ecco che queste idee si fanno visione ed il reale irrompe, prepotente, nell'immateriale. Vincitori: 48073, Cinasky, Michele Cutrano, Fiuto Rama, Elena Gigliotti, Marco Lamanna, Emilio Rizzo; segnalati: Federico Federici, B Rock TTS, Jonathan Levy. COMPONENTI DELLA GIURIA: Barbara Di Santo, critica d'arte; Anna Epis, coordinatrice microbo.net; Silvia Fiamberti, grafica; Elena Maccari, esperta di performing arts; Aldo Torrebruno, coordinatore microbo.net
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<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di labyrinth</itunes:author>
<itunes:subtitle>powered by microbo.net</itunes:subtitle>
<itunes:summary>È difficile immaginare qualcosa che sia più immateriale di un concorso video (uno dei medium più sfuggenti alla materialità, sempre pronto a farsi trasmettere nell'etere...) che si svolge nel luogo immateriale per eccellenza: la Rete.
Eppure questi video sono incredibilmente reali. Lo sono nella misura in cui ci danno - attraverso immagini in movimento - uno spaccato di come gli artisti vedono (e ci fanno vedere) la realtà. Ma ancora di più lo sono perché sono lo specchio delle idee (e ritorna, potente, la radice greca "id" che congiunge,attraverso tutta la nostra cultura, il vedere all'idea), ovvero l'afflato creativo e creatore, che ha informato di se la pagina web.
Ed ecco che queste idee si fanno visione ed il reale irrompe, prepotente, nell'immateriale. Vincitori: 48073, Cinasky, Michele Cutrano, Fiuto Rama, Elena Gigliotti, Marco Lamanna, Emilio Rizzo; segnalati: Federico Federici, B Rock TTS, Jonathan Levy. COMPONENTI DELLA GIURIA: Barbara Di Santo, critica d'arte; Anna Epis, coordinatrice microbo.net; Silvia Fiamberti, grafica; Elena Maccari, esperta di performing arts; Aldo Torrebruno, coordinatore microbo.net
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<pubDate>Sun, 24 Oct 2010 19:17:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, reale, immateriale, anna epis, aldo torrebruno, 48073, Cinasky, Michele Cutrano, Fiuto Rama, Elena Gigliotti, Marco Lamanna, Emilio Rizzo, Federico Federici, B Rock TTS, Jonathan Levy</itunes:keywords>
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<title>microSpace: Elena Bugada</title>
<description>DECOMPOSIZIONE COME VARIABILE TEMPORALE - La sensazione che si ha guardando questi volumi lambiti dalle ombre, è quella di materia-architettura che si decompone inesorabilmente sotto gli occhi dello spettatore e la sua durata sembra essere tarata su condizioni esterne ad essa quali per esempio il tempo. Si percepisce la patina che il tempo deposita su questa materia, gli innumerevoli graffi che scalfiscono la superficie, gli spigoli che l'usura ha levigato ... ma se ometto queste impronte fisiche, prime e spontanee associazioni, distinguo un impressione diversa, un sentimento più profondo: una sensazione di consapevolezza del tempo che scorre, un sentimento di empatia nei confronti di tali elementi e interstizi conferendo loro una carica particolare. Siamo di fronte a strutture-architetture esposte alla vita. Il valore dato da queste strutture-architetture alla decomposizione è averla spogliata dal valore tragico e aver offerto un elevato coinvolgimento. La decomposizione diventa punto di partenza dell'oggetto anziché deriva finale. Quindi diventa concetto inteso non come morte, come fine, ma semplicemente passaggio e trasformazione, infatti se intendiamo la materia come unione di vari elementi in continua associazione e dissociazione il suo rapporto con la variabile temporale è soprattutto la sua assoluta disinvoltura in merito alle trasformazioni alle quali questa si sottopone senza resistenza. Testo critico di Antonia Guglielmo, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Bit Boy</itunes:author>
<itunes:subtitle>powered by microbo.net</itunes:subtitle>
<itunes:summary>DECOMPOSIZIONE COME VARIABILE TEMPORALE - La sensazione che si ha guardando questi volumi lambiti dalle ombre, è quella di materia-architettura che si decompone inesorabilmente sotto gli occhi dello spettatore e la sua durata sembra essere tarata su condizioni esterne ad essa quali per esempio il tempo. Si percepisce la patina che il tempo deposita su questa materia, gli innumerevoli graffi che scalfiscono la superficie, gli spigoli che l'usura ha levigato ... ma se ometto queste impronte fisiche, prime e spontanee associazioni, distinguo un impressione diversa, un sentimento più profondo: una sensazione di consapevolezza del tempo che scorre, un sentimento di empatia nei confronti di tali elementi e interstizi conferendo loro una carica particolare. Siamo di fronte a strutture-architetture esposte alla vita. Il valore dato da queste strutture-architetture alla decomposizione è averla spogliata dal valore tragico e aver offerto un elevato coinvolgimento. La decomposizione diventa punto di partenza dell'oggetto anziché deriva finale. Quindi diventa concetto inteso non come morte, come fine, ma semplicemente passaggio e trasformazione, infatti se intendiamo la materia come unione di vari elementi in continua associazione e dissociazione il suo rapporto con la variabile temporale è soprattutto la sua assoluta disinvoltura in merito alle trasformazioni alle quali questa si sottopone senza resistenza. Testo critico di Antonia Guglielmo, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Sun, 10 Oct 2010 15:45:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, anna epis, aldo torrebruno, elena bugada, antonia guglielmo</itunes:keywords>
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<item>
<title>microRoom: Donna, infinite volte</title>
<description>Donna, all'alba del tempo, fragile creatura incostante, in balia dei propri desideri e di impulsi irrazionali. Donna, da custodire, da guidare e proteggere perché non perda se stessa e l'animo di colui che solo può compensare la sua natura inferiore. Donna, da allontanare, nascondere agli occhi di colui che si lascia irretire dalle chiome odorose e dalle morbide forme, dalla lingua bugiarda e tendenziosa. Donna: figlia, sorella, sposa, madre, che ha da essere dimora feconda di vita, essa stessa con una vita a metà. Nel tempo, infinite volte, donna incompresa, santa o peccatrice, redenta o reietta, ombra celata sul fondo di una storia fatta di e da uomini che non sempre la conoscono eppure ne parlano, ne raccontano il corpo e l'anima attraverso la medicina e la poesia. Nel tempo, donna celebrata, amata, risarcita della sua carne complicata, della sua intelligenza emotiva, della sua ragione affilata. Nel tempo, donna che si scompone e si lascia inquadrare, luci e ombre, reinventandosi nella ricerca della propria identità. Creatura in lotta contro i retaggi culturali del mondo e del proprio inconscio, in uno scontro impari che spesso la relega ad uno stereotipo fatto di luoghi e di funzioni, eppure sempre in piedi, capace di guardarsi allo specchio e ricominciare. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Otto Grimwald</itunes:author>
<itunes:subtitle>Gianguido Oggeri Breda, Luigi Consolandi, Simona Fano, Claudia Nordino</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Donna, all'alba del tempo, fragile creatura incostante, in balia dei propri desideri e di impulsi irrazionali. Donna, da custodire, da guidare e proteggere perché non perda se stessa e l'animo di colui che solo può compensare la sua natura inferiore. Donna, da allontanare, nascondere agli occhi di colui che si lascia irretire dalle chiome odorose e dalle morbide forme, dalla lingua bugiarda e tendenziosa. Donna: figlia, sorella, sposa, madre, che ha da essere dimora feconda di vita, essa stessa con una vita a metà. Nel tempo, infinite volte, donna incompresa, santa o peccatrice, redenta o reietta, ombra celata sul fondo di una storia fatta di e da uomini che non sempre la conoscono eppure ne parlano, ne raccontano il corpo e l'anima attraverso la medicina e la poesia. Nel tempo, donna celebrata, amata, risarcita della sua carne complicata, della sua intelligenza emotiva, della sua ragione affilata. Nel tempo, donna che si scompone e si lascia inquadrare, luci e ombre, reinventandosi nella ricerca della propria identità. Creatura in lotta contro i retaggi culturali del mondo e del proprio inconscio, in uno scontro impari che spesso la relega ad uno stereotipo fatto di luoghi e di funzioni, eppure sempre in piedi, capace di guardarsi allo specchio e ricominciare. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Sun, 10 Oct 2010 15:22:00 +0100</pubDate>
<itunes:duration>01:50</itunes:duration>
<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microroom, anna epis, aldo torrebruno, Gianguido Oggeri Breda, Luigi Consolandi, Simona Fano, Claudia Nordino, Barbara Di Santo</itunes:keywords>
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<item>
<title>microSpace: Stella Asia Consonni - Aphnea</title>
<description>Surreale, eccessiva, scandalosa: l’arte di Aphnea - la giovane fotografa Stella Asia Consonni - trova in questi tre aggettivi la definizione del proprio spazio di azione. In una sorta di crescendo irrazionale, che da un lato cerca di mettere in luce le nostre paure e dall’altro la nostra quotidiana follia, Aphnea sconfina spesso nell’impossibile e nell’incredibile, fino a rasentare lo scandalo grazie ad un sottile gioco che porta alle estreme conseguenze le sue visioni oniriche. La perfezione formale degli scatti ultra-patinati stride coi soggetti rappresentati: si spazia così da femmes fatales che hanno varcato la soglia della follia, al punto di diventare talmente sovraccariche di fascino da non risultare più affascinanti, quanto piuttosto inquietanti (per esempio perché si cibano di sé stesse), a stereotipi spinti fino al parossismo (cosa c’è di meglio di una donna senza testa, ma tutta gambe lunghe e affascinanti?). Il tema della donna è centrale: Eva è una sirena, con la mela in una mano ed un polpo nell’altra, apparentemente sensuale ma in ultima analisi spaventosa, nel suo vestito lacero e col suo trucco esagerato. Aphnea non teme la contraddizione, ma al contrario la cerca, la esplora e non ha paura di stringere il cuore - simbolo della vita - tra mani con unghie laccate di nero, e di esporlo, nella sua anatomia didascalica, sopra ad un corpo perfetto. Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di * Psy Brazil *</itunes:author>
<itunes:subtitle>powered by microbo.net</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Surreale, eccessiva, scandalosa: l’arte di Aphnea - la giovane fotografa Stella Asia Consonni - trova in questi tre aggettivi la definizione del proprio spazio di azione. In una sorta di crescendo irrazionale, che da un lato cerca di mettere in luce le nostre paure e dall’altro la nostra quotidiana follia, Aphnea sconfina spesso nell’impossibile e nell’incredibile, fino a rasentare lo scandalo grazie ad un sottile gioco che porta alle estreme conseguenze le sue visioni oniriche. La perfezione formale degli scatti ultra-patinati stride coi soggetti rappresentati: si spazia così da femmes fatales che hanno varcato la soglia della follia, al punto di diventare talmente sovraccariche di fascino da non risultare più affascinanti, quanto piuttosto inquietanti (per esempio perché si cibano di sé stesse), a stereotipi spinti fino al parossismo (cosa c’è di meglio di una donna senza testa, ma tutta gambe lunghe e affascinanti?). Il tema della donna è centrale: Eva è una sirena, con la mela in una mano ed un polpo nell’altra, apparentemente sensuale ma in ultima analisi spaventosa, nel suo vestito lacero e col suo trucco esagerato. Aphnea non teme la contraddizione, ma al contrario la cerca, la esplora e non ha paura di stringere il cuore - simbolo della vita - tra mani con unghie laccate di nero, e di esporlo, nella sua anatomia didascalica, sopra ad un corpo perfetto. Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Sat, 04 Sep 2010 23:55:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, anna epis, aldo torrebruno, aphnea, stella asia consonni</itunes:keywords>
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<item>
<title>microRoom: Finestra temporale</title>
<description>Nel momento in cui il confronto con la realtà complessa e molteplice si fa arduo si sente la necessità di ripensarla.
Nei lavori presentati, si adopera un’operazione conoscitiva della realtà di riferimento che non è data. Operazione che non consiste in una rappresentazione o descrizione del mondo e di conseguenza un necessario allontanarsi da esso per verificare la corrispondenza tra le rappresentazioni mentali del soggetto e l’oggetto reale. Vi è appunto un’operazione iniziale di ripensamento della realtà di riferimento.
La realtà è sfondo/immagine, campo d’azione per la conoscenza: l’attenzione si focalizza non più sul “chi” e sul “che cosa” viene conosciuto, ma sul modo attraverso il quale si conosce, identificando l’azione conoscitiva con un processo circolare di continua creazione di conoscenza, efficace sintesi tra realtà e possibilità, ovvero tra realtà di riferimento e possibilità evolutiva della stessa.
Attraverso tale operazione si crea una “finestra temporale” in grado di sintetizzare le tre dimensioni del tempo passato-presente-futuro in modo tale che esse non siano viste fluire, quanto piuttosto coesistere in un’unica dimensione temporale, il presente, che si dilata nel passato mediante il ricordo, nell’avvenire mediante l’attesa.
Si instilla un postulato della realtà del futuro, o meglio della possibilità capace di diventare realtà, che può essere allora spiegato individuando lo scarto che divide il reale/possibile dal presente concreto, appunto nella sua realizzazione.
Il progetto sotteso nelle immagini che vediamo non è dunque il piano per la realizzazione di qualcosa, ma esso stesso è la realizzazione, è il presente. Testo critico di Antonia Guglielmo, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Sonic Mystery</itunes:author>
<itunes:subtitle>Associazione B.R.I.O., Ricardo Alvarez, Marco Bellomi, Rita Carioti, Valeria Mauri, Gianna Servello</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Nel momento in cui il confronto con la realtà complessa e molteplice si fa arduo si sente la necessità di ripensarla.
Nei lavori presentati, si adopera un’operazione conoscitiva della realtà di riferimento che non è data. Operazione che non consiste in una rappresentazione o descrizione del mondo e di conseguenza un necessario allontanarsi da esso per verificare la corrispondenza tra le rappresentazioni mentali del soggetto e l’oggetto reale. Vi è appunto un’operazione iniziale di ripensamento della realtà di riferimento.
La realtà è sfondo/immagine, campo d’azione per la conoscenza: l’attenzione si focalizza non più sul “chi” e sul “che cosa” viene conosciuto, ma sul modo attraverso il quale si conosce, identificando l’azione conoscitiva con un processo circolare di continua creazione di conoscenza, efficace sintesi tra realtà e possibilità, ovvero tra realtà di riferimento e possibilità evolutiva della stessa.
Attraverso tale operazione si crea una “finestra temporale” in grado di sintetizzare le tre dimensioni del tempo passato-presente-futuro in modo tale che esse non siano viste fluire, quanto piuttosto coesistere in un’unica dimensione temporale, il presente, che si dilata nel passato mediante il ricordo, nell’avvenire mediante l’attesa.
Si instilla un postulato della realtà del futuro, o meglio della possibilità capace di diventare realtà, che può essere allora spiegato individuando lo scarto che divide il reale/possibile dal presente concreto, appunto nella sua realizzazione.
Il progetto sotteso nelle immagini che vediamo non è dunque il piano per la realizzazione di qualcosa, ma esso stesso è la realizzazione, è il presente. Testo critico di Antonia Guglielmo, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Thu, 15 Jul 2010 01:22:00 +0100</pubDate>
<itunes:duration>02:29</itunes:duration>
<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microroom, anna epis, aldo torrebruno, Associazione B.R.I.O., Ricardo Alvarez, Marco Bellomi, Rita Carioti, Valeria Mauri, Gianna Servello, Antonia Guglielmo</itunes:keywords>
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<item>
<title>microSpace: Ludovica Cupi</title>
<description>Ludovica Cupi è un'illustratrice che ci conduce, attraverso le sue opere, all'interno di un mondo fantastico, popolato di personaggi favolosi che narrano racconti intimi, personali. Questi racconti per immagini richiamano alla mente la creatività di Joan Mirò, la sua capacità di partecipare delle emozioni poetiche, reinterpretandole attraverso l'arte.
Così un semplice tratto di mouse, un segno grafico preciso, netto e senza incertezze, assieme ad un oggetto umile, quotidiano, diventano un personaggio della storia, fondendo il piano del reale e quello del virtuale, compenetrandoli con grande efficacia comunicativa. Non si riesce (e tutto sommato non vogliamo riuscirci!) a distinguere dove l'oggetto di giustapponga alla grafica computerizzata, perché oggetto fisico e segno virtuale divengono nell'opera dell'artista disegno, e si animano, diventano personaggi della favola che Ludovica Cupi ci racconta. Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Artnchiprod</itunes:author>
<itunes:subtitle>powered by microbo.net</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Ludovica Cupi è un'illustratrice che ci conduce, attraverso le sue opere, all'interno di un mondo fantastico, popolato di personaggi favolosi che narrano racconti intimi, personali. Questi racconti per immagini richiamano alla mente la creatività di Joan Mirò, la sua capacità di partecipare delle emozioni poetiche, reinterpretandole attraverso l'arte.
Così un semplice tratto di mouse, un segno grafico preciso, netto e senza incertezze, assieme ad un oggetto umile, quotidiano, diventano un personaggio della storia, fondendo il piano del reale e quello del virtuale, compenetrandoli con grande efficacia comunicativa. Non si riesce (e tutto sommato non vogliamo riuscirci!) a distinguere dove l'oggetto di giustapponga alla grafica computerizzata, perché oggetto fisico e segno virtuale divengono nell'opera dell'artista disegno, e si animano, diventano personaggi della favola che Ludovica Cupi ci racconta. Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Fri, 02 Jul 2010 00:00:00 +0100</pubDate>
<itunes:duration>01:19</itunes:duration>
<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, anna epis, aldo torrebruno, Ludovica Cupi</itunes:keywords>
</item>

<item>
<title>microSpace: Elisa Mearelli</title>
<description>Le opere che Elisa Mearelli presenta in questa MicroSpaceCompetition sono dichiaratamente ispirate al racconto Avis Soleus, di Neil Gaiman. E in effetti la cifra distintiva di queste opere è proprio l’atmosfera fiabesca, che anima i piccoli gesti quotidiani, fino a stravolgerli completamente, fino a trasformare il mondo che conosciamo in un mondo nuovo, diverso, un mondo altro, dove le regole della fisica e della logica non hanno alcun valore. E così il gesto di bere un caffè, o di pranzare, cambiano completamente, vuoi perché le proporzioni tra gli oggetti mutano fino a rendere una tazza piccola come un ditale, mentre la forchetta si ingigantisce a dismisura - ma deve semplicemente prendere una carota, oppure perché il caffé rovesciandosi dalla tazza diviene un vortice di un grande lago, nei cui gorghi naviga sparuta una barchetta, che però si rivela essere di carta. E che dire di chi vive tranquillo nel proprio paesello, ignorando di essere in realtà - case e montagne comprese - in una enorme padella?
Questo alternarsi e sovrapporsi di piani onirici crea un mondo che richiama alla mente il racconto “Le rovine circolari” di Jorge Luis Borges, perché si ha l’impressione che anche chi sta sognando possa essere null’altro che il sogno di qualcuno, in un vertiginoso gioco di specchi che si riflettono l’un l’altro, spostando sempre un passo avanti la realtà, rendendo vera la favola. Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Felixid</itunes:author>
<itunes:subtitle>powered by microbo.net</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Le opere che Elisa Mearelli presenta in questa MicroSpaceCompetition sono dichiaratamente ispirate al racconto Avis Soleus, di Neil Gaiman. E in effetti la cifra distintiva di queste opere è proprio l’atmosfera fiabesca, che anima i piccoli gesti quotidiani, fino a stravolgerli completamente, fino a trasformare il mondo che conosciamo in un mondo nuovo, diverso, un mondo altro, dove le regole della fisica e della logica non hanno alcun valore. E così il gesto di bere un caffè, o di pranzare, cambiano completamente, vuoi perché le proporzioni tra gli oggetti mutano fino a rendere una tazza piccola come un ditale, mentre la forchetta si ingigantisce a dismisura - ma deve semplicemente prendere una carota, oppure perché il caffé rovesciandosi dalla tazza diviene un vortice di un grande lago, nei cui gorghi naviga sparuta una barchetta, che però si rivela essere di carta. E che dire di chi vive tranquillo nel proprio paesello, ignorando di essere in realtà - case e montagne comprese - in una enorme padella?
Questo alternarsi e sovrapporsi di piani onirici crea un mondo che richiama alla mente il racconto “Le rovine circolari” di Jorge Luis Borges, perché si ha l’impressione che anche chi sta sognando possa essere null’altro che il sogno di qualcuno, in un vertiginoso gioco di specchi che si riflettono l’un l’altro, spostando sempre un passo avanti la realtà, rendendo vera la favola. Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Wed, 02 Jun 2010 03:11:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, anna epis, aldo torrebruno, Elisa Mearelli</itunes:keywords>
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<item>
<title>microRoom:Essere o non esserci</title>
<description>Riconoscere se stessi nello specchio della propria anima è compito arduo, divenire consapevoli di quello che si nasconde sotto la carne, dentro le ossa è un processo lungo una vita ... Una vita per seguire le tracce del nostro impercettibile sfuggire a noi stessi... Quanti volti offriamo al mondo, una maschera replicata all'infinito nei cui tratti tesi, nel cui sguardo compreso si riflette soltanto un impercettibile barlume del nostro desiderio. Gli occhi attraversano la superficie delle cose quasi fosse un vetro curvo, guardano senza vedere, deformando lo spazio, il significato delle cose e aprendo dentro di noi uno squarcio attraverso il quale gli altri ci guardano senza comprendere. Creature in una terra straniera cerchiamo uno spazio in cui diventare invisibili o impalpabili. Resta un silenzio innaturale a sovrastare le parole, un silenzio che avvolge anche gli oggetti che ci appartengono ma non parlano per noi, non raccontano la nostra storia. Ci nascondiamo dietro un velo sottile di indifferenza che ci allontana, senza ferire la carne, ammutinando lo spirito Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Redmagik</itunes:author>
<itunes:subtitle>Alfio Catania, Ilaria Floris, Daniela Mari, Barbara Pece, Sabrina Sciortino</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Riconoscere se stessi nello specchio della propria anima è compito arduo, divenire consapevoli di quello che si nasconde sotto la carne, dentro le ossa è un processo lungo una vita ... Una vita per seguire le tracce del nostro impercettibile sfuggire a noi stessi... Quanti volti offriamo al mondo, una maschera replicata all'infinito nei cui tratti tesi, nel cui sguardo compreso si riflette soltanto un impercettibile barlume del nostro desiderio. Gli occhi attraversano la superficie delle cose quasi fosse un vetro curvo, guardano senza vedere, deformando lo spazio, il significato delle cose e aprendo dentro di noi uno squarcio attraverso il quale gli altri ci guardano senza comprendere. Creature in una terra straniera cerchiamo uno spazio in cui diventare invisibili o impalpabili. Resta un silenzio innaturale a sovrastare le parole, un silenzio che avvolge anche gli oggetti che ci appartengono ma non parlano per noi, non raccontano la nostra storia. Ci nascondiamo dietro un velo sottile di indifferenza che ci allontana, senza ferire la carne, ammutinando lo spirito Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Fri, 14 May 2010 22:22:00 +0100</pubDate>
<itunes:duration>01:36</itunes:duration>
<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microroom, anna epis, aldo torrebruno, Alfio Catania, Ilaria Floris, Daniela Mari, Barbara Pece, Sabrina Sciortino, barbara di santo</itunes:keywords>
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<item>
<title>microSpace: Simon Ostan</title>
<description>Simon Ostan, il protagonista della microSpaceCompetition del mese è un artista che ama sia i contrasti sia le esplorazioni. Ama il contrasto tra bianco e nero, il contrasto forte, deciso tra pieno e vuoto, tra la precisione quasi maniacale del segno, tipica della grafica e l'esplosione creativa della pittura. Ama però anche l'esplorazione, soprattutto delle forme di comunicazione, che si affiancano e si combinano nelle sue opere. Comunicare, ecco il messaggio che informa la sua opera, comunicare in tutti i modi e le declinazioni possibili, con codici segreti che devono essere decodificati, con dei simboli che sembrano quasi musicali, o fornendo di un volto - con il quale possa dire la sua -  il segno grafico, oppure comunicare con il corpo, tenendosi per mano. Nelle sue opere la lettera A, la prima lettera dell’alfabeto, l'alfa simbolo dell’inizio di tutte le cose utilizza un intreccio di mani per uscire allo scoperto, per emergere dal terreno, per mostrarsi e parlare a chi, affascinato, saprà prestare orecchio. Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Sinamohseni</itunes:author>
<itunes:subtitle>powered by microbo.net</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Simon Ostan, il protagonista della microSpaceCompetition del mese è un artista che ama sia i contrasti sia le esplorazioni. Ama il contrasto tra bianco e nero, il contrasto forte, deciso tra pieno e vuoto, tra la precisione quasi maniacale del segno, tipica della grafica e l'esplosione creativa della pittura. Ama però anche l'esplorazione, soprattutto delle forme di comunicazione, che si affiancano e si combinano nelle sue opere. Comunicare, ecco il messaggio che informa la sua opera, comunicare in tutti i modi e le declinazioni possibili, con codici segreti che devono essere decodificati, con dei simboli che sembrano quasi musicali, o fornendo di un volto - con il quale possa dire la sua -  il segno grafico, oppure comunicare con il corpo, tenendosi per mano. Nelle sue opere la lettera A, la prima lettera dell’alfabeto, l'alfa simbolo dell’inizio di tutte le cose utilizza un intreccio di mani per uscire allo scoperto, per emergere dal terreno, per mostrarsi e parlare a chi, affascinato, saprà prestare orecchio. Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Sun, 02 May 2010 18:01:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, anna epis, aldo torrebruno, Simon Ostan</itunes:keywords>
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<title>microRoom: Sei cose impossibili prima di colazione</title>
<description>La nuova collettiva microroom è caratterizzata da una levità che riecheggia il linguaggio tipico delle fiabe: ci vengono proposti, grazie alle opere di quattro artisti, diverse variazioni sullesistenza, una moltitudine di mondi (im)possibili in cui immergerci. Ma la fiaba che ci viene raccontata è caratterizzata anche da sottili e non immediati giochi stilistici: è una fiaba per adulti. Così osserviamo mondi in cui lordine viene sovvertito, in cui i tavoli appoggiano sulle nuvole, ed un gatto è molto più grande di una sedia ed un candido volatile si staglia contro un mare nero come petrolio, mondi in cui un modellino di treno elettrico aggira una rosa - che pare un albero, persino mondi in cui ciò che era senza vita, scartato, torna ad assumere una forma di animale, torna in vita grazie allarte. Ma sono anche mondi popolati da animali fantastici, e non sempre dallaspetto rassicurante, draghi dai colori sgargianti e mostri dai denti aguzzi... Ovviamente questi universi parelleli, in cui tutto è possibile ed in cui accade di tutto sono caratterizzati anche da dialoghi surreali, quali quello che avviene tra una gallina, la sua ombra e il suo alter-ego, sullo sfondo della pagina scritta, già di per sé potente metafora che crea il mondo, o quello a cui sembra invitarci un viso che - come il gatto del Chesire - esiste solo in virtù dellapparire di occhi e bocca, gli strumenti che maggiormente siamo soliti usare per comunicare. Il viaggio tra le immagini di questi mondi da fiaba stuzzica la nostra curiosità: la creazione artistica ci permette di provare a credere a sei cose impossibili prima di fare colazione. Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Virtualman</itunes:author>
<itunes:subtitle>Maurizio Boz, Anna Caser, Associazione culturale b.r.i.o., Enrico Piras</itunes:subtitle>
<itunes:summary>La nuova collettiva microroom è caratterizzata da una levità che riecheggia il linguaggio tipico delle fiabe: ci vengono proposti, grazie alle opere di quattro artisti, diverse variazioni sullesistenza, una moltitudine di mondi (im)possibili in cui immergerci. Ma la fiaba che ci viene raccontata è caratterizzata anche da sottili e non immediati giochi stilistici: è una fiaba per adulti. Così osserviamo mondi in cui lordine viene sovvertito, in cui i tavoli appoggiano sulle nuvole, ed un gatto è molto più grande di una sedia ed un candido volatile si staglia contro un mare nero come petrolio, mondi in cui un modellino di treno elettrico aggira una rosa - che pare un albero, persino mondi in cui ciò che era senza vita, scartato, torna ad assumere una forma di animale, torna in vita grazie allarte. Ma sono anche mondi popolati da animali fantastici, e non sempre dallaspetto rassicurante, draghi dai colori sgargianti e mostri dai denti aguzzi... Ovviamente questi universi parelleli, in cui tutto è possibile ed in cui accade di tutto sono caratterizzati anche da dialoghi surreali, quali quello che avviene tra una gallina, la sua ombra e il suo alter-ego, sullo sfondo della pagina scritta, già di per sé potente metafora che crea il mondo, o quello a cui sembra invitarci un viso che - come il gatto del Chesire - esiste solo in virtù dellapparire di occhi e bocca, gli strumenti che maggiormente siamo soliti usare per comunicare. Il viaggio tra le immagini di questi mondi da fiaba stuzzica la nostra curiosità: la creazione artistica ci permette di provare a credere a sei cose impossibili prima di fare colazione. Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis</itunes:summary>
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<pubDate>Fri, 16 Apr 2010 01:19:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microroom, anna epis, aldo torrebruno, Maurizio Boz, Anna Caser, Associazione culturale b.r.i.o., Enrico Piras</itunes:keywords>
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<title>microSpace: Paolo Baraldi</title>
<description>Le opere di Paolo Baroni, aka ilbaro, sono caratterizzate da alcune peculiarità tutt'altro che banali, che rappresentano la cifra distintiva di questo artista. Da un lato, infatti, ilbaro è un graffitaro che sceglie per le proprie opere non muri esposti al quotidiano passaggio di persone, quanto piuttosto luoghi dimenticati, in cui la vita un tempo pulsava, ma di cui nessuno ora sembra più ricordarsi. D'altro canto, proprio in questi spazi, attraverso la dominanza del bianco, l'artista riporta la vita: crea forme che sembrano espandersi, crescere senza limiti, fino ad occupare tutto lo spazio disponibile in una sorta di promessa di crescita senza fine, siano radici che scalano una ciminiera fino alla sommità, siano misteriose creature che allungano le proprie appendici lungo il letto prosciugato di un canale, siano dita che si riprendono una fabbrica abbandonata, riportando una forma organica laddove la vita ed il lavoro non sono più.
Attraverso questi tratti caratterizzanti, attraverso questi recuperi estetici, l’artista porta a compimento una sorta di coraggiosa rivoluzione personale, e così un motto tipico dell’umanesimo, homo artifex fotunae suae, sembra riecheggiare nella tag che accompagna molte opere de ilbaro: "be your revolution". Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di SoLaRiS</itunes:author>
<itunes:subtitle>powered by microbo.net</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Le opere di Paolo Baroni, aka ilbaro, sono caratterizzate da alcune peculiarità tutt'altro che banali, che rappresentano la cifra distintiva di questo artista. Da un lato, infatti, ilbaro è un graffitaro che sceglie per le proprie opere non muri esposti al quotidiano passaggio di persone, quanto piuttosto luoghi dimenticati, in cui la vita un tempo pulsava, ma di cui nessuno ora sembra più ricordarsi. D'altro canto, proprio in questi spazi, attraverso la dominanza del bianco, l'artista riporta la vita: crea forme che sembrano espandersi, crescere senza limiti, fino ad occupare tutto lo spazio disponibile in una sorta di promessa di crescita senza fine, siano radici che scalano una ciminiera fino alla sommità, siano misteriose creature che allungano le proprie appendici lungo il letto prosciugato di un canale, siano dita che si riprendono una fabbrica abbandonata, riportando una forma organica laddove la vita ed il lavoro non sono più.
Attraverso questi tratti caratterizzanti, attraverso questi recuperi estetici, l’artista porta a compimento una sorta di coraggiosa rivoluzione personale, e così un motto tipico dell’umanesimo, homo artifex fotunae suae, sembra riecheggiare nella tag che accompagna molte opere de ilbaro: "be your revolution". Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Thu, 1 Apr 2010 00:16:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, anna epis, aldo torrebruno, Paolo Baraldi, ilbaro</itunes:keywords>
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<title>microSpace: Laura Ronca</title>
<description>È la comunicazione visiva, in tutte le sue forme ed in particolare il linguaggio del cinema e della pubblicità ad informare l’opera di Laura Ronca. Le immagini presentate in questa mostra virtuale offrono una visione del mondo molto attuale, che ci è facile, oserei dire naturale, fare nostra: è il mondo come lo conosciamo attraverso il punto di vista del cinema, un mondo che – come insegna Derrick De Kerchove – osserviamo quotidianamente attraverso il brainframe della comunicazione visiva e che al contempo è diventato per noi immediatamente riconoscibile e fruibile, poiché anche noi parliamo il suo linguaggio. Questa immediatezza è facilitata anche dalla presenza dei brand, i marchi, che rendono il messaggio dell’artista ancora più riconoscibile, immediato, diretto. Ciononostante, ad una più approfondita analisi la semplicità apparente svela la complessità sottostante: sia perché le immagini si divertono a giocare con le metafore (la artist drive non a caso è una strada sterrata ed impervia da percorrere!) sia perché non si accontentano della perfezione formale, ma si mettono costantemente in discussione (e così la macchina da american dream si ritrova in una discarica, pronta per la demolizione). Il gioco sottile che si genera tra immediatezza e complessità, l’ironia insita in questo gioco concorrono e creano il fascino di questa mostra virtuale. Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di JT Bruce</itunes:author>
<itunes:subtitle>powered by microbo.net</itunes:subtitle>
<itunes:summary>È la comunicazione visiva, in tutte le sue forme ed in particolare il linguaggio del cinema e della pubblicità ad informare l’opera di Laura Ronca. Le immagini presentate in questa mostra virtuale offrono una visione del mondo molto attuale, che ci è facile, oserei dire naturale, fare nostra: è il mondo come lo conosciamo attraverso il punto di vista del cinema, un mondo che – come insegna Derrick De Kerchove – osserviamo quotidianamente attraverso il brainframe della comunicazione visiva e che al contempo è diventato per noi immediatamente riconoscibile e fruibile, poiché anche noi parliamo il suo linguaggio. Questa immediatezza è facilitata anche dalla presenza dei brand, i marchi, che rendono il messaggio dell’artista ancora più riconoscibile, immediato, diretto. Ciononostante, ad una più approfondita analisi la semplicità apparente svela la complessità sottostante: sia perché le immagini si divertono a giocare con le metafore (la artist drive non a caso è una strada sterrata ed impervia da percorrere!) sia perché non si accontentano della perfezione formale, ma si mettono costantemente in discussione (e così la macchina da american dream si ritrova in una discarica, pronta per la demolizione). Il gioco sottile che si genera tra immediatezza e complessità, l’ironia insita in questo gioco concorrono e creano il fascino di questa mostra virtuale. Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Fri, 5 Mar 2010 15:46:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, anna epis, aldo torrebruno, Laura Ronca</itunes:keywords>
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<title>microRoom: I corpi dell'anima</title>
<description>Immersi nello strepito di un mondo a tinte forti ma senza troppi colori, restiamo sordi e cupi, insensibili alla melodia che si agita lieve dentro il nostro sangue immobile, indifferenti all’armonia cui aneliamo per istinto, ma senza convinzione. Comunicazione, mass media, propaganda ci incalzano da ogni parte, ci opprimono e ci ricollocano nella nostra quotidianità facendo di noi ombre discoste su una scena senza protagonisti. L’ironia di uno sguardo consapevole sulla confusione delle nostre vite parla attraverso l’opera degli artisti di questa mostra. Senza scampo, accartocciata l’anima nella malinconia di un sorriso in bianco e nero, abbozziamo il nostro desiderio di essere su una copertina patinata che scivola ambigua al contatto con le dita. Corpi smembrati, robotizzati, ricomposti ad hoc per il consumo insensato e incessante dei nostri sensi atterrati e scarnificati nell’abbandono. Corpi si frantumano, volti, pezzi di carne replicati in serie diventano parte per il tutto … e per il niente. E nell’inchiostro dell’usura crudele del tempo attuale, ci troviamo a riscrivere le linee curve della nostra esistenza, mentre parole angolose si affacciano sulle nostre labbra socchiuse, mentre l’impronta che vorremmo lasciare sul destino resta imprigionata sulle mani nude. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Xcyril</itunes:author>
<itunes:subtitle>Valentina Berna Berionni, Cecilia De Lucia, Roberta De Min, Raffaella Formenti, Luca Mainini, Pietro Mancini</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Immersi nello strepito di un mondo a tinte forti ma senza troppi colori, restiamo sordi e cupi, insensibili alla melodia che si agita lieve dentro il nostro sangue immobile, indifferenti all’armonia cui aneliamo per istinto, ma senza convinzione. Comunicazione, mass media, propaganda ci incalzano da ogni parte, ci opprimono e ci ricollocano nella nostra quotidianità facendo di noi ombre discoste su una scena senza protagonisti. L’ironia di uno sguardo consapevole sulla confusione delle nostre vite parla attraverso l’opera degli artisti di questa mostra. Senza scampo, accartocciata l’anima nella malinconia di un sorriso in bianco e nero, abbozziamo il nostro desiderio di essere su una copertina patinata che scivola ambigua al contatto con le dita. Corpi smembrati, robotizzati, ricomposti ad hoc per il consumo insensato e incessante dei nostri sensi atterrati e scarnificati nell’abbandono. Corpi si frantumano, volti, pezzi di carne replicati in serie diventano parte per il tutto … e per il niente. E nell’inchiostro dell’usura crudele del tempo attuale, ci troviamo a riscrivere le linee curve della nostra esistenza, mentre parole angolose si affacciano sulle nostre labbra socchiuse, mentre l’impronta che vorremmo lasciare sul destino resta imprigionata sulle mani nude. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis</itunes:summary>
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<pubDate>Sun, 20 Feb 2010 23:58:00 +0100</pubDate>
<itunes:duration>01:32</itunes:duration>
<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microroom, barbara di santo, anna epis, aldo torrebruno, Valentina Berna Berionni, Cecilia De Lucia, Roberta De Min, Raffaella Formenti, Luca Mainini, Pietro Mancini</itunes:keywords>
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<title>microSpace: Andrea D'Antrassi</title>
<description>La superficie curva e liscia della nostra indifferenza si confonde nel biancore lattiginoso dell’indifferenza altrui. Un guscio sottile avviluppato intorno alla nostra percezione improvvisa, alla nostra fragile esistenza, una membrana che ci chiude e ci protegge, ci isola e ci accomuna. Specchio involontario di una paura arcaica che ci abita inconsapevoli, la levigatezza imperfetta dell’uovo scivola intorno a noi e ci fa scudo mentre cresciamo in un universo di cuori custoditi da una camera d’aria. E al ritmo del nostro incedere inquieto, mentre la nostra vita trascorre e si riempie dell’orgoglio vano di essere diversi, attraversiamo questo sogno indistinto, varchiamo la soglia della coscienza e nel clamore del mondo ci ritroviamo a cercare il conforto di una solitudine gemella che abbia lo stesso colore del nostro vuoto dolente. Restiamo sospesi sui nostri dubbi a divorare con rancore freddo e crudele il tempo che ci è concesso, chiusi in una nuova gabbia che ci offre riparo dalla fatica di essere davvero, di raggiungere gli altri. E nella nebbia di giorni che si ripetono, camminiamo gli uni accanto agli altri, ombre più o meno delineate, distorte nello spazio aperto ma soffocante di un destino abbozzato. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Greg Baumant</itunes:author>
<itunes:subtitle>powered by microbo.net</itunes:subtitle>
<itunes:summary>La superficie curva e liscia della nostra indifferenza si confonde nel biancore lattiginoso dell’indifferenza altrui. Un guscio sottile avviluppato intorno alla nostra percezione improvvisa, alla nostra fragile esistenza, una membrana che ci chiude e ci protegge, ci isola e ci accomuna. Specchio involontario di una paura arcaica che ci abita inconsapevoli, la levigatezza imperfetta dell’uovo scivola intorno a noi e ci fa scudo mentre cresciamo in un universo di cuori custoditi da una camera d’aria. E al ritmo del nostro incedere inquieto, mentre la nostra vita trascorre e si riempie dell’orgoglio vano di essere diversi, attraversiamo questo sogno indistinto, varchiamo la soglia della coscienza e nel clamore del mondo ci ritroviamo a cercare il conforto di una solitudine gemella che abbia lo stesso colore del nostro vuoto dolente. Restiamo sospesi sui nostri dubbi a divorare con rancore freddo e crudele il tempo che ci è concesso, chiusi in una nuova gabbia che ci offre riparo dalla fatica di essere davvero, di raggiungere gli altri. E nella nebbia di giorni che si ripetono, camminiamo gli uni accanto agli altri, ombre più o meno delineate, distorte nello spazio aperto ma soffocante di un destino abbozzato. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Tue, 9 Feb 2010 10:11:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, anna epis, aldo torrebruno, andrea antrassi, barbara di santo</itunes:keywords>
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<title>No war, please! Anteprima</title>
<description>Anteprima della mostra No war, please! ospitata presso il Circolo Culturale Bertolt Brecht di Milano dall'11 gennaio 2010. Opere di: Alberto Maria Maderna, Aleksandra Erderljan, Alessandro Bombardini, Alessia Brozzetti, Alma Islambegovic, Andrea Margheriti, Andreina Argiolas, Anna Epis, Antonella Prota Giurleo, Antonio Eusebio, Antonio La Malfa, Antonio Marciano, Antonio Sassu, Barbara Crimella, Cadi Salama, Calogero Marrali, Calogero Tuzze', Claudio Parentela, Claus (Claudia Lauro), Cristina Cattaneo, Cristina De Marchi, Davide Di Taranto, Domenico Severino, Eleonora Pullano, Elidon Mucaj, Elvira Vera Mauri, Erika Riehle, Fran Forman, Frances Crocetti, Francesco Lasalandra, Gabriela Diana Gavrilas, Gerardo Marzullo, Giada Fioramonti, Gian Paolo Ciurlo, Gianluca Centrone, Gianna Maria Pesce, Giuliano Cotellessa, Giuseppe D'Alia, Ilaria Dolino, Leo Nilde Carabba, Lia Battaglia, Luca Biondi, Luca Squarcialupi, Luigi Caiffa, Marcella Zardini, Marco Bellomi, Marco Lamanna, Margherita Calzoni, Maria Elena Borsato, Maria Sabina Segatori, Marianna Mendozza, Mariano Bellarosa, Marilde Magni, Marta Idda Maryse Marconi, Me and Jesus (Salvatore Palazzo), Meliha Druzic, Michele Cutrano, Mirta Caccaro, Nadia Magnabosco, Nadia Sabbioni, Olga Vanoncini, Ornella Garbin, Paolo Camplone, Paolo Chirco, Paolo Ollano, Patrizia Pecorella, Roberto Contini, Rosa Maria Taffaro, Rosalba Cutrano, Rosanna Giani, Ruggero Maggi, Santina Chirulli, Santo Giunta, Sebastiana Vitello, Simona Vajana, Stefania Recalcati, Stefano Vitellaro, Tijana Kojic, Tiziana Rosmini, Valentina Berna Berionni, Valentina Majer, Veronica Menni, Vincenzo Inrgasci', Vincenzo Todaro. A cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Mindthings</itunes:author>
<itunes:subtitle>powered by microbo.net</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Anteprima della mostra No war, please! ospitata presso il Circolo Culturale Bertolt Brecht di Milano dall'11 gennaio 2010. Opere di: Alberto Maria Maderna, Aleksandra Erderljan, Alessandro Bombardini, Alessia Brozzetti, Alma Islambegovic, Andrea Margheriti, Andreina Argiolas, Anna Epis, Antonella Prota Giurleo, Antonio Eusebio, Antonio La Malfa, Antonio Marciano, Antonio Sassu, Barbara Crimella, Cadi Salama, Calogero Marrali, Calogero Tuzze', Claudio Parentela, Claus (Claudia Lauro), Cristina Cattaneo, Cristina De Marchi, Davide Di Taranto, Domenico Severino, Eleonora Pullano, Elidon Mucaj, Elvira Vera Mauri, Erika Riehle, Fran Forman, Frances Crocetti, Francesco Lasalandra, Gabriela Diana Gavrilas, Gerardo Marzullo, Giada Fioramonti, Gian Paolo Ciurlo, Gianluca Centrone, Gianna Maria Pesce, Giuliano Cotellessa, Giuseppe D'Alia, Ilaria Dolino, Leo Nilde Carabba, Lia Battaglia, Luca Biondi, Luca Squarcialupi, Luigi Caiffa, Marcella Zardini, Marco Bellomi, Marco Lamanna, Margherita Calzoni, Maria Elena Borsato, Maria Sabina Segatori, Marianna Mendozza, Mariano Bellarosa, Marilde Magni, Marta Idda Maryse Marconi, Me and Jesus (Salvatore Palazzo), Meliha Druzic, Michele Cutrano, Mirta Caccaro, Nadia Magnabosco, Nadia Sabbioni, Olga Vanoncini, Ornella Garbin, Paolo Camplone, Paolo Chirco, Paolo Ollano, Patrizia Pecorella, Roberto Contini, Rosa Maria Taffaro, Rosalba Cutrano, Rosanna Giani, Ruggero Maggi, Santina Chirulli, Santo Giunta, Sebastiana Vitello, Simona Vajana, Stefania Recalcati, Stefano Vitellaro, Tijana Kojic, Tiziana Rosmini, Valentina Berna Berionni, Valentina Majer, Veronica Menni, Vincenzo Inrgasci', Vincenzo Todaro. A cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Sun, 10 Jan 2010 20:11:00 +0100</pubDate>
<itunes:duration>01:57</itunes:duration>
<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, anna epis, aldo torrebruno, no war</itunes:keywords>
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<title>microRoom: L'uomo nuovo</title>
<description>Subliminale, idealizzato, quantizzato, schematizzato, scomposto e ricomposto, mutato di forma, cambiato di posto, di destinazione, d’uso, renderizzato, elettrificato, bioingegnerizzato. Questo è l’uomo di oggi, come viene descritto dai giovani artisti che danno vita a questa collettiva microRoom.
Il percorso può partire da Alessia Gatti, che scompone nella logica da settimana enigmistica sia il luogo principe del pensiero, sia il suo strumento. Così la testa annega nel nitore ottico di definizioni orizzontali e verticali, che permeano l’ambiente circostante. Ambiente che trae la propria energia, come è ovvio, dalla presa di corrente elettrica - oggettivata e portata ad una sorta di dimensione sovra-reale, nell’opera di Linda Antonietti. Così, dall’uomo ridotto a schema e dall’energia elettrica, prende forma l’uomo privato dei suoi orpelli, schematizzato e computerizzato, in fase di pre-rendering che ci offre Luca Lillo. Ma una volta digitalizzato - secondo le caratteristiche proprie del medium - Massimiliano Pelletti ci mostra che l’uomo può diventare altro: la forma resta la stessa, è vero, ma può cambiare sia la destinazione (perché non produrre crani surgelati precotti, da tenere in frigo pronti per l’uso?) sia la forma da montare sulla struttura base, ed ecco quindi una pelle fatta di biscotti per cani. Ovviamente questo uomo nuovo, tecnologico, reigegnerizzato, non può rivolgersi per i suoi bisogni spirituali alle divinità tradizionali, ma ha bisogno di idoli nuovi, adatti a lui e alla sua “augmeted reality”. Vader Vroom ci propone - a tal fine - interessanti sincretismi: dalla donna con tre tette santificata dal contatto con una scultura sacra lignea, fino all’angelo dall’aureola al neon, più moderno e al passo coi tempi. Difficile dare un giudizio di valore, o etico a queste visioni: forse è meglio lasciare che ci provochino, che ci pongano delle domande su ciò che siamo, su ciò che possiamo diventare, su ciò che saremo. Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Massimo Teggi</itunes:author>
<itunes:subtitle>Linda Antonietti, Alessai Gatti, Luca Lillo, Massimiliano Pelletti, Vader Vroom</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Subliminale, idealizzato, quantizzato, schematizzato, scomposto e ricomposto, mutato di forma, cambiato di posto, di destinazione, d’uso, renderizzato, elettrificato, bioingegnerizzato. Questo è l’uomo di oggi, come viene descritto dai giovani artisti che danno vita a questa collettiva microRoom.
Il percorso può partire da Alessia Gatti, che scompone nella logica da settimana enigmistica sia il luogo principe del pensiero, sia il suo strumento. Così la testa annega nel nitore ottico di definizioni orizzontali e verticali, che permeano l’ambiente circostante. Ambiente che trae la propria energia, come è ovvio, dalla presa di corrente elettrica - oggettivata e portata ad una sorta di dimensione sovra-reale, nell’opera di Linda Antonietti. Così, dall’uomo ridotto a schema e dall’energia elettrica, prende forma l’uomo privato dei suoi orpelli, schematizzato e computerizzato, in fase di pre-rendering che ci offre Luca Lillo. Ma una volta digitalizzato - secondo le caratteristiche proprie del medium - Massimiliano Pelletti ci mostra che l’uomo può diventare altro: la forma resta la stessa, è vero, ma può cambiare sia la destinazione (perché non produrre crani surgelati precotti, da tenere in frigo pronti per l’uso?) sia la forma da montare sulla struttura base, ed ecco quindi una pelle fatta di biscotti per cani. Ovviamente questo uomo nuovo, tecnologico, reigegnerizzato, non può rivolgersi per i suoi bisogni spirituali alle divinità tradizionali, ma ha bisogno di idoli nuovi, adatti a lui e alla sua “augmeted reality”. Vader Vroom ci propone - a tal fine - interessanti sincretismi: dalla donna con tre tette santificata dal contatto con una scultura sacra lignea, fino all’angelo dall’aureola al neon, più moderno e al passo coi tempi. Difficile dare un giudizio di valore, o etico a queste visioni: forse è meglio lasciare che ci provochino, che ci pongano delle domande su ciò che siamo, su ciò che possiamo diventare, su ciò che saremo. Testo critico di Aldo Torrebruno, mostra a cura di Anna Epis</itunes:summary>
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<pubDate>Sun, 15 Nov 2009 00:01:00 +0100</pubDate>
<itunes:duration>02:21</itunes:duration>
<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, anna epis, aldo torrebruno, Linda Antonietti, Alessai Gatti, Luca Lillo, Massimiliano Pelletti, Vader Vroom, Massimo Teggi</itunes:keywords>
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<title>microSpace: Claudia Matta</title>
<description>Il filo del discorso è il titolo di questa serie di opere di Claudia Matta. Attraverso la gestualità delle mani, e attraverso il filo che le collega, che rappresenta - anche graficamente - il trait d'union, l'artista intreccia un dialogo con Anna. Tale dialogo si svolge in due lingue, e percorre i due fronti delle mani, utilizzando caratteri corsivi latini e maiuscoli cirillici. Anche i gesti delle mani (che riecheggiano, nella loro rappresentazione quasi in fotocopia, le avanguardie russe, aggiungendo suggestione al dialogo) concorrono ad unire i due linguaggi, creano il dialogo. Dialogo che è da un lato il seguire del filo logico (anche etimologicamente: dia-logos, ovvero attraverso la logica lineare, nel nostro caso tracciata dal filo) e dall'altro è poesia, introspezione, sensazioni appena accennate lungo il palmo e il dorso delle mani. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno
</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Stidiek</itunes:author>
<itunes:subtitle>Vincitore Novembre 2009</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Il filo del discorso è il titolo di questa serie di opere di Claudia Matta. Attraverso la gestualità delle mani, e attraverso il filo che le collega, che rappresenta - anche graficamente - il trait d'union, l'artista intreccia un dialogo con Anna. Tale dialogo si svolge in due lingue, e percorre i due fronti delle mani, utilizzando caratteri corsivi latini e maiuscoli cirillici. Anche i gesti delle mani (che riecheggiano, nella loro rappresentazione quasi in fotocopia, le avanguardie russe, aggiungendo suggestione al dialogo) concorrono ad unire i due linguaggi, creano il dialogo. Dialogo che è da un lato il seguire del filo logico (anche etimologicamente: dia-logos, ovvero attraverso la logica lineare, nel nostro caso tracciata dal filo) e dall'altro è poesia, introspezione, sensazioni appena accennate lungo il palmo e il dorso delle mani. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno
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<pubDate>Tue, 10 Nov 2009 14:12:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, claudia matta, anna epis, aldo torrebruno</itunes:keywords>
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<title>microRoom: Un ambiguo malanno alla luce del sole</title>
<description>"O Zeus, perché dunque hai messo fra gli uomini un ambiguo malanno, portando le donne alla luce del sole?" Così, Ippolito si rivolgeva al padre degli dei, in nome di Euripide, apostrofando le donne, amaro e inesorabile. Un "ambiguo malanno" alla luce del sole. Le donne attraversano la storia, l’hanno fatta e l’hanno cambiata, ne sono uscite mutate esse stesse. Eppure il segreto più vivido dell’animo femminile è nascosto in un universo delicato e selvaggio, un mondo a sé, incompreso e a volte incomprensibile persino a se stesso. Fantasmagoria di luci e ombre, voci di dentro e silenzi improvvisi che ci lasciano confusi, interdetti, ammaliati. Stranezze e follie leggere ci tengono aggrappate alle nostre fissazioni come un lucchetto intorno al cuore gelato. Colori accesi di energia sempre nuova inondano il nostro spazio dell’anima ritraendosi poi in una eterna risacca, rinnovandosi pur nella caducità delle cose. Una donna è il suo cuore vagante, legato all’istinto come un aquilone cullato dalla brezza. Una donna è nel contempo bambina e madre di se stessa, realista e sognatrice, tanto impaurita del mondo da doverlo guardare attraverso un vetro, eppure curiosa di librarsi sulla realtà, di misurarla dall’alto. Una donna è il suo pensiero ribelle, non sempre e, per fortuna non sempre, “fatina” agli occhi del mondo. Inafferrabile e bugiarda, cuore cangiante, eppure pronta a riscattarsi, come il burattino alla fine della storia. Un universo parallelo, dunque, quello femminile, forte e fantasioso, vivificato da una passione creativa a volte assopita, ma sempre pronta a rinascere, zampillare feconda alla luce del sole. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Frozen Silence</itunes:author>
<itunes:subtitle>Maria Grazia Canale, Anna Godeassi, Nadia Magnabosco, Barbara Mancini, Vincenzo Pioggia</itunes:subtitle>
<itunes:summary>"O Zeus, perché dunque hai messo fra gli uomini un ambiguo malanno, portando le donne alla luce del sole?" Così, Ippolito si rivolgeva al padre degli dei, in nome di Euripide, apostrofando le donne, amaro e inesorabile. Un "ambiguo malanno" alla luce del sole. Le donne attraversano la storia, l’hanno fatta e l’hanno cambiata, ne sono uscite mutate esse stesse. Eppure il segreto più vivido dell’animo femminile è nascosto in un universo delicato e selvaggio, un mondo a sé, incompreso e a volte incomprensibile persino a se stesso. Fantasmagoria di luci e ombre, voci di dentro e silenzi improvvisi che ci lasciano confusi, interdetti, ammaliati. Stranezze e follie leggere ci tengono aggrappate alle nostre fissazioni come un lucchetto intorno al cuore gelato. Colori accesi di energia sempre nuova inondano il nostro spazio dell’anima ritraendosi poi in una eterna risacca, rinnovandosi pur nella caducità delle cose. Una donna è il suo cuore vagante, legato all’istinto come un aquilone cullato dalla brezza. Una donna è nel contempo bambina e madre di se stessa, realista e sognatrice, tanto impaurita del mondo da doverlo guardare attraverso un vetro, eppure curiosa di librarsi sulla realtà, di misurarla dall’alto. Una donna è il suo pensiero ribelle, non sempre e, per fortuna non sempre, “fatina” agli occhi del mondo. Inafferrabile e bugiarda, cuore cangiante, eppure pronta a riscattarsi, come il burattino alla fine della storia. Un universo parallelo, dunque, quello femminile, forte e fantasioso, vivificato da una passione creativa a volte assopita, ma sempre pronta a rinascere, zampillare feconda alla luce del sole. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis</itunes:summary>
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<pubDate>Sun, 18 Oct 2009 23:58:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, barbara di santo, anna epis, aldo torrebruno, Maria Grazia Canale, Anna Godeassi, Nadia Magnabosco, Barbara Mancini, Vincenzo Pioggia</itunes:keywords>
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<title>microSpace: Aleph Tonetto</title>
<description>Le opere di Aleph Tonetto appaiono come liminali: spazi in cui il confine tra uomo e cosmo che lo circonda diviene visibile. La medesima materia, il ferro, assume i contorni dell'infinito geometrico, razionale della prospettiva e si fa piano cartesiano - estremamente umano nella suo essere denso di significato, chiaro e distinto - ma al contempo, oltre il confine, al di là del limes, grazie all'azione corrosiva dell'acido, richiama alla mente l'infinito di maggiore e straordinaria potenza della natura, in tutte le sue rappresentazioni. Basta osservare il confronto tra la prospettiva del suolo e ciò che fluttua nella zona aerea delle opere di Tonetto, per restare impressionati dall'equilibrio che si crea tra queste due zone, per percepire il confine come luogo di conoscenza e scambio. La stessa natura del ferro diviene ambivalente, attraverso una doppia metafora: da un lato l'azione "naturale" dell'ossidazione, dall'altro la capacità dell'artista di orientarla verso la ricerca di significati precisi. Attraverso queste opere si ha la sensazione di "sporgersi oltre", di "affacciarsi sull'ulteriore". Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno
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<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Djad</itunes:author>
<itunes:subtitle>Vincitore Ottobre 2009</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Le opere di Aleph Tonetto appaiono come liminali: spazi in cui il confine tra uomo e cosmo che lo circonda diviene visibile. La medesima materia, il ferro, assume i contorni dell'infinito geometrico, razionale della prospettiva e si fa piano cartesiano - estremamente umano nella suo essere denso di significato, chiaro e distinto - ma al contempo, oltre il confine, al di là del limes, grazie all'azione corrosiva dell'acido, richiama alla mente l'infinito di maggiore e straordinaria potenza della natura, in tutte le sue rappresentazioni. Basta osservare il confronto tra la prospettiva del suolo e ciò che fluttua nella zona aerea delle opere di Tonetto, per restare impressionati dall'equilibrio che si crea tra queste due zone, per percepire il confine come luogo di conoscenza e scambio. La stessa natura del ferro diviene ambivalente, attraverso una doppia metafora: da un lato l'azione "naturale" dell'ossidazione, dall'altro la capacità dell'artista di orientarla verso la ricerca di significati precisi. Attraverso queste opere si ha la sensazione di "sporgersi oltre", di "affacciarsi sull'ulteriore". Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno
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<pubDate>Sat, 3 Oct 2009 19:11:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, aleph tonetto, anna epis, aldo torrebruno</itunes:keywords>
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<title>microRoom: In mutante divenire</title>
<description>Siamo il tempo che viviamo. Siamo il tempo che attraversiamo, in bilico sui nostri pensieri incerti. Siamo i giorni accesi di attesa, gli orizzonti che si colorano di un futuro che diventa presente. Ma cosa resta di noi nel soffio di questa eterna trasformazione? Cosa diventiamo? È la domanda che sembra percorrere lo spazio sotterraneo di questa mostra diventando, nel contempo, soluzione a se stessa nell’interpretazione personale di ciascun artista. La fotografia viene usata per indagare, parafrasare una realtà altrimenti intangibile, conferendole con lo scatto l’asprezza che le conviene, prestandole l’ambiguità che le necessita. Il tempo cambia velocità, cambia i colori e le forme, trasforma il nostro corpo e il nostro vissuto, dentro e fuori. L’obiettivo crudele fruga nei pensieri scomposti, lasciandoci a fissare l’intimità viscerale della risposta. Siamo cellule, incorniciate sul vetrino di un microscopio, corpi mutanti, capaci di avviluppare la nostra coscienza in un bozzolo da cui non verrà fuori come farfalla, ma come parte di scarto, roba da buttare, pronti a barattare la nostra carne e il nostro sentire con delle protesi. La nostra identità mutante macchia della sua imperfezione l’eterna ricerca di un ideale di simmetria. E di noi resta l’angoscia di due occhi fossili che da una parete sembrano fissare ombre narcotizzate, perdute in un’oscurità senza spessore. Una macchia cupa rimane del nostro cuore. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Stidiek</itunes:author>
<itunes:subtitle>Giovanni Albore, Martha Baggetta, Juri A. Cristini, Matteo Emery, Matteo Farolfi, Antonino Milotta, Matteo Varsi</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Siamo il tempo che viviamo. Siamo il tempo che attraversiamo, in bilico sui nostri pensieri incerti. Siamo i giorni accesi di attesa, gli orizzonti che si colorano di un futuro che diventa presente. Ma cosa resta di noi nel soffio di questa eterna trasformazione? Cosa diventiamo? È la domanda che sembra percorrere lo spazio sotterraneo di questa mostra diventando, nel contempo, soluzione a se stessa nell’interpretazione personale di ciascun artista. La fotografia viene usata per indagare, parafrasare una realtà altrimenti intangibile, conferendole con lo scatto l’asprezza che le conviene, prestandole l’ambiguità che le necessita. Il tempo cambia velocità, cambia i colori e le forme, trasforma il nostro corpo e il nostro vissuto, dentro e fuori. L’obiettivo crudele fruga nei pensieri scomposti, lasciandoci a fissare l’intimità viscerale della risposta. Siamo cellule, incorniciate sul vetrino di un microscopio, corpi mutanti, capaci di avviluppare la nostra coscienza in un bozzolo da cui non verrà fuori come farfalla, ma come parte di scarto, roba da buttare, pronti a barattare la nostra carne e il nostro sentire con delle protesi. La nostra identità mutante macchia della sua imperfezione l’eterna ricerca di un ideale di simmetria. E di noi resta l’angoscia di due occhi fossili che da una parete sembrano fissare ombre narcotizzate, perdute in un’oscurità senza spessore. Una macchia cupa rimane del nostro cuore. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis
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<pubDate>Tue, 15 Sep 2009 20:08:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, barbara di santo, anna epis, aldo torrebruno, Giovanni Albore, Martha Baggetta, Juri A. Cristini, Matteo Emery, Matteo Farolfi, Antonino Milotta, Matteo Varsi</itunes:keywords>
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<title>microSpace: GEC e Halo-Halo</title>
<description>Le foto di Ramona Vada testimoniano il primo esperimento di Graffiti luminosi italiano, messo in scena da Gec e Halo-Halo il 18 luglio 2009 a Torino. Suggestioni newyorkesi (dove i light-writers disegnano coi laser su interi grattacieli), voglia di lasciare una traccia che - contrariamente al solito - svanisce al termine della performance, quando la notte si fa giorno, desiderio di realizzare graffiti di enorme impatto visivo e di dimensioni considerevoli. Il segno sul muro lasciato dai due writers si trasforma: neppure il più feroce teorico del graffito-imbratta-muro potrebbe lamentarsi, è la luce che disegna su superfici enormi i disegni dei due giovani artisti urbani. Il writer non deve più lasciare le proprie tracce quasi di nascosto, ma diviene performer, ha l'occasione di vedere immediatamente l'impatto dei suoi segni sugli spettatori. Non è possibile sapere dove condurrà questo esperimento, ma sicuramente una traccia è segnata... Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di wasaru</itunes:author>
<itunes:subtitle>Vincitore Settembre 2009</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Le foto di Ramona Vada testimoniano il primo esperimento di Graffiti luminosi italiano, messo in scena da Gec e Halo-Halo il 18 luglio 2009 a Torino. Suggestioni newyorkesi (dove i light-writers disegnano coi laser su interi grattacieli), voglia di lasciare una traccia che - contrariamente al solito - svanisce al termine della performance, quando la notte si fa giorno, desiderio di realizzare graffiti di enorme impatto visivo e di dimensioni considerevoli. Il segno sul muro lasciato dai due writers si trasforma: neppure il più feroce teorico del graffito-imbratta-muro potrebbe lamentarsi, è la luce che disegna su superfici enormi i disegni dei due giovani artisti urbani. Il writer non deve più lasciare le proprie tracce quasi di nascosto, ma diviene performer, ha l'occasione di vedere immediatamente l'impatto dei suoi segni sugli spettatori. Non è possibile sapere dove condurrà questo esperimento, ma sicuramente una traccia è segnata... Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno
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<pubDate>Tue, 1 Sep 2009 23:29:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, GEC, halo-halo, anna epis, aldo torrebruno</itunes:keywords>
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<title>microRoom: Inverso</title>
<description>Dentro labirinti difficili da camminare ci chiudiamo, spesso confortati dal disegno contorto che noi stessi abbiamo creato. Prigionieri volontari di un modello che preferiamo eternare, ascoltiamo raramente la voce piccola che attraversa i nostri giorni e ci chiede di guardarci dentro e intorno, di rompere lo schema in cui siamo abituati a riconoscere noi stessi. Dove sta la risposta? In quello che i nostri sensi interpretano come la realtà o piuttosto nella domanda? La consapevolezza di sé nasce da un processo doloroso che ci abituiamo a nascondere per istinto di autoconservazione. Invece, è proprio questo che le opere raccolte in questa mostra, sembrano indurci a fare. Ci interrogano sul mondo, sembrano chiederci in cosa crediamo davvero. In questa esplorazione, gli oggetti, le storie, la materia  stessa si prestano a un gioco di rivelazione. Nella fatica, troviamo una sedia che minaccia di mangiarci; dove potremo riposare, finalmente? Una spirale accesa sembra separarci dallo spazio infinitamente lontano eppure, in attimo, ci apre gli occhi su uno spiraglio di luce. Il colore diventa materia, invade lo spazio e lo colma chiedendoci di ascoltare anziché guardare. Cappuccetto rosso ha finalmente compiuto il suo rito di passaggio, non più una bambina spaurita ma una donna adulta soggiogata da una passione antica. Il silenzio ovattato del mare si rompe nel verso dissonante di un pescecane. Uno scritto che non si fa leggere raccoglie le risposte alla nostra domanda, sospese dentro di noi. Cappuccetto rosso ha finalmente compiuto il suo rito di passaggio, non più una bambina spaurita ma una donna adulta soggiogata da una passione antica. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Revolution Void</itunes:author>
<itunes:subtitle>Franco Ariaudo, Fausta Dossi, Stefano Momentè, Ina Nikolic, Massimo Sirelli, Francesca Vezzani </itunes:subtitle>
<itunes:summary>Dentro labirinti difficili da camminare ci chiudiamo, spesso confortati dal disegno contorto che noi stessi abbiamo creato. Prigionieri volontari di un modello che preferiamo eternare, ascoltiamo raramente la voce piccola che attraversa i nostri giorni e ci chiede di guardarci dentro e intorno, di rompere lo schema in cui siamo abituati a riconoscere noi stessi. Dove sta la risposta? In quello che i nostri sensi interpretano come la realtà o piuttosto nella domanda? La consapevolezza di sé nasce da un processo doloroso che ci abituiamo a nascondere per istinto di autoconservazione. Invece, è proprio questo che le opere raccolte in questa mostra, sembrano indurci a fare. Ci interrogano sul mondo, sembrano chiederci in cosa crediamo davvero. In questa esplorazione, gli oggetti, le storie, la materia  stessa si prestano a un gioco di rivelazione. Nella fatica, troviamo una sedia che minaccia di mangiarci; dove potremo riposare, finalmente? Una spirale accesa sembra separarci dallo spazio infinitamente lontano eppure, in attimo, ci apre gli occhi su uno spiraglio di luce. Il colore diventa materia, invade lo spazio e lo colma chiedendoci di ascoltare anziché guardare. Cappuccetto rosso ha finalmente compiuto il suo rito di passaggio, non più una bambina spaurita ma una donna adulta soggiogata da una passione antica. Il silenzio ovattato del mare si rompe nel verso dissonante di un pescecane. Uno scritto che non si fa leggere raccoglie le risposte alla nostra domanda, sospese dentro di noi. Cappuccetto rosso ha finalmente compiuto il suo rito di passaggio, non più una bambina spaurita ma una donna adulta soggiogata da una passione antica. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis
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<pubDate>Wed, 15 Jul 2009 16:01:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, barbara di santo, anna epis, aldo torrebruno, Franco Ariaudo, Fausta Dossi, Stefano Momentè, Ina Nikolic, Massimo Sirelli, Francesca Vezzani</itunes:keywords>
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<item>
<title>microSpace: Giulia Tamanini</title>
<description>Le opere di Giulia Tamanini sono caratterizzate da grande eterogeneità, che coinvolge sia i soggetti, sia i materiali che l'artista unisce nei diversi riquadri che compongono (anche in senso genuinamente etimologico: cum ponere) le sue opere. Tale eterogenità si combina però in un  intero e diviene un racconto surreale, all'interno del quale raffigurazioni apparentemente distanti dialogano: il sottile filo che unisce i riquadri trasforma le rappresentazioni solitarie in un tutto significativo. Le opere fanno pensare al circolo ermeneutico, perché nascono e si possono comprendere a partire dal rapporto tra il tutto e le parti che lo compongono, rapporto di equilibrio in cui ogni frammento occupa la giusta porzione rispetto al tutto, dove ogni frammento sostiene l'altro. Il risultato complessivo è una narrazione unica, ma dalle forme innumerevoli. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Sonic Mistery</itunes:author>
<itunes:subtitle>Vincitore Luglio 2009</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Le opere di Giulia Tamanini sono caratterizzate da grande eterogeneità, che coinvolge sia i soggetti, sia i materiali che l'artista unisce nei diversi riquadri che compongono (anche in senso genuinamente etimologico: cum ponere) le sue opere. Tale eterogenità si combina però in un  intero e diviene un racconto surreale, all'interno del quale raffigurazioni apparentemente distanti dialogano: il sottile filo che unisce i riquadri trasforma le rappresentazioni solitarie in un tutto significativo. Le opere fanno pensare al circolo ermeneutico, perché nascono e si possono comprendere a partire dal rapporto tra il tutto e le parti che lo compongono, rapporto di equilibrio in cui ogni frammento occupa la giusta porzione rispetto al tutto, dove ogni frammento sostiene l'altro. Il risultato complessivo è una narrazione unica, ma dalle forme innumerevoli. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno
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<pubDate>Tue, 30 Jun 2009 20:14:00 +0100</pubDate>
<itunes:duration>01:26</itunes:duration>
<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, giulia tamanini, anna epis, aldo torrebruno</itunes:keywords>
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<title>microRoom: Dreambox d'autore</title>
<description>Di quanti sogni abbiamo bisogno per avere la forza di realizzarne almeno uno? Di quanti incubi deve essere popolato il nostro sonno per riuscire a dimenticare una ferita? Di quante paure deve cibarsi il nostro spirito, ogni giorno, per riuscire a superarne almeno una? 
Sembrano nascondersi queste domande appena dietro il velo dell’arte che queste opere ci sollevano innanzi. Vaghiamo intorno, come in una sorta di scatola dei sogni, prezioso simulacro costruito intorno alle emozioni di uno soffio vitale unico e molteplice, specchio caleidoscopico del cuore di ciascuno di questi artisti e nello stesso tempo di un cuore solo, il nostro. 
Quanti oggetti e quante situazioni ci inchiodano alla terra, tirando i fili della nostra quotidianità, togliendoci la voglia di spezzare le convenzioni da cui siamo assorbiti. Quanto sforzo dobbiamo fare per vincere noi stessi, per combattere la battaglia più dura, la più cruenta, in cui vittima e carnefice sono la stessa persona. Ma è proprio in quello spazio chiuso in cui vive rannicchiato e ripiegato su stesso, che lo spirito si affama del nostro desiderio di liberazione, della nostra ricerca efferata di un orizzonte nuovo e aperto, di uno spazio sconfinato da esplorare, di un piccolo fiore da mantenere in vita... e si solleva ancora. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Project Divinity</itunes:author>
<itunes:subtitle>Rossella Fava, Lemeh42, Paolo Liggeri, Rocca Maffia, Nadia Magnabosco, Riccardo Paracchini, Gisella Sorrentino, Silvia Spinetta </itunes:subtitle>
<itunes:summary>Di quanti sogni abbiamo bisogno per avere la forza di realizzarne almeno uno? Di quanti incubi deve essere popolato il nostro sonno per riuscire a dimenticare una ferita? Di quante paure deve cibarsi il nostro spirito, ogni giorno, per riuscire a superarne almeno una? 
Sembrano nascondersi queste domande appena dietro il velo dell’arte che queste opere ci sollevano innanzi. Vaghiamo intorno, come in una sorta di scatola dei sogni, prezioso simulacro costruito intorno alle emozioni di uno soffio vitale unico e molteplice, specchio caleidoscopico del cuore di ciascuno di questi artisti e nello stesso tempo di un cuore solo, il nostro. 
Quanti oggetti e quante situazioni ci inchiodano alla terra, tirando i fili della nostra quotidianità, togliendoci la voglia di spezzare le convenzioni da cui siamo assorbiti. Quanto sforzo dobbiamo fare per vincere noi stessi, per combattere la battaglia più dura, la più cruenta, in cui vittima e carnefice sono la stessa persona. Ma è proprio in quello spazio chiuso in cui vive rannicchiato e ripiegato su stesso, che lo spirito si affama del nostro desiderio di liberazione, della nostra ricerca efferata di un orizzonte nuovo e aperto, di uno spazio sconfinato da esplorare, di un piccolo fiore da mantenere in vita... e si solleva ancora. Testo critico di Barbara Di Santo, mostra a cura di Anna Epis
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<pubDate>Sun, 14 Jun 2009 16:01:00 +0100</pubDate>
<itunes:duration>01:40</itunes:duration>
<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, barbara di santo, anna epis, aldo torrebruno, Gisella Sorrentino, Lemeh42, Nadia Magnabosco, Paolo Liggeri, Riccardo Paracchini, Rocca Maffia, Rossella Fava, Silvia Spinetta</itunes:keywords>
</item>

<item>
<title>microSpace: Willow</title>
<description>Willow ci trasporta in un mondo parallelo, densamente abitato e popoloso, fatto di colori piatti e di un segno grafico preciso, lineare, senza interruzioni, dove ogni elemento ha le sue linee chiuse - ma comunque c’è spazio per tutti! Questo mondo è abitato da esseri molto particolari, a metà tra il microorganismo e il virus, che si &quot;parlano&quot;, attraverso i baloons, ma senza utilizzare le onomatopee codificate del fumetto, quanto piuttosto attraverso suoni che finiscono per identificare, nominare e definire l'essere che lo pronuncia. In questo mondo densamente popolato, non mancano le sfide sociali, ed è interessante vedere come – in un moto di ribellione all'ordine costituito, siano gli esseri più piccoli a protestare contro i maggiorenti tentacolati -  che rimangono afasici davanti a tale arditezza verbale. 
Le immagini che Willow ci propone sono apparentemente ludiche, ma grazie alla serietà di fondo – anche formale – che le caratterizza, sono dotate di indubbia forza comunicativa e di grande, divertente fascino. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Wasaru</itunes:author>
<itunes:subtitle>Vincitore Giugno 2009</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Willow ci trasporta in un mondo parallelo, densamente abitato e popoloso, fatto di colori piatti e di un segno grafico preciso, lineare, senza interruzioni, dove ogni elemento ha le sue linee chiuse - ma comunque c’è spazio per tutti! Questo mondo è abitato da esseri molto particolari, a metà tra il microorganismo e il virus, che si &quot;parlano&quot;, attraverso i baloons, ma senza utilizzare le onomatopee codificate del fumetto, quanto piuttosto attraverso suoni che finiscono per identificare, nominare e definire l'essere che lo pronuncia. In questo mondo densamente popolato, non mancano le sfide sociali, ed è interessante vedere come – in un moto di ribellione all'ordine costituito, siano gli esseri più piccoli a protestare contro i maggiorenti tentacolati -  che rimangono afasici davanti a tale arditezza verbale. 
Le immagini che Willow ci propone sono apparentemente ludiche, ma grazie alla serietà di fondo – anche formale – che le caratterizza, sono dotate di indubbia forza comunicativa e di grande, divertente fascino. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno
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<guid>http://www.microbo.net/podcast/enclosures/microspace009.mp4</guid>
<pubDate>Sat, 30 May 2009 23:59:00 +0100</pubDate>
<itunes:duration>01:19</itunes:duration>
<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, willow, anna epis, aldo torrebruno</itunes:keywords>
</item>

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<title>microRoom: L'inquietante estraneità</title>
<description>Paradosso, non-essere e surreale: questi i tratti distintivi della nuova collettiva microRoom. Le immagini presentate dagli artisti dialogano attraverso la mancanza: dalla mancanza di logica, all’assenza del protagonista, al surreale che può; essere cromatico o semantico: queste opere sono legate da quella strana sensazione che Sigmund Freud chiamava unheimlich, ovvero ci mostrano situazioni che sembrano essere familiari, ma che presentano segni di una inquietante estraneità. Le sedie vuote attendono i fedeli, le uova di gesso trovano il proprio nido appese ad un lampione, la signora delle pulizie sembra sostituita dal suo alter ego figurato, i bicchieri si trasformano in unità abitative, una chiave non trova più nessuna porta da aprire, un surreale spostamento cromatico ha luogo tra un viso e la vettura del tram, una mostra d’arte (che i condannati non possono guardare) diviene un’esecuzione, una tela nascosta è quasi clandestina rispetto alla vita quotidiana: cifre stilistiche diverse sembrano raccontarci, ciascuna secondo le proprie prospettive, un comune sentire. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di N0x3o</itunes:author>
<itunes:subtitle>Anna Epis, Gruppo Sinestetico, Francesca Loprieno, Claudia Maina, Rocco Paladino, Daniele Pelacani, Bettina Scalvini, Alessandro Zulberti</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Paradosso, non-essere e surreale: questi i tratti distintivi della nuova collettiva microRoom. Le immagini presentate dagli artisti dialogano attraverso la mancanza: dalla mancanza di logica, all’assenza del protagonista, al surreale che può; essere cromatico o semantico: queste opere sono legate da quella strana sensazione che Sigmund Freud chiamava unheimlich, ovvero ci mostrano situazioni che sembrano essere familiari, ma che presentano segni di una inquietante estraneità. Le sedie vuote attendono i fedeli, le uova di gesso trovano il proprio nido appese ad un lampione, la signora delle pulizie sembra sostituita dal suo alter ego figurato, i bicchieri si trasformano in unità abitative, una chiave non trova più nessuna porta da aprire, un surreale spostamento cromatico ha luogo tra un viso e la vettura del tram, una mostra d’arte (che i condannati non possono guardare) diviene un’esecuzione, una tela nascosta è quasi clandestina rispetto alla vita quotidiana: cifre stilistiche diverse sembrano raccontarci, ciascuna secondo le proprie prospettive, un comune sentire. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Fri, 15 May 2009 00:43:00 +0100</pubDate>
<itunes:duration>01:45</itunes:duration>
<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microroom, fotografia, Alessandro Zulberti, Anna Epis, Bettina Scalvini, Claudia Maina, Daniele Pelacani, Francesca Loprieno, Gruppo Sinestetico, Rocco Paladino, aldo torrebruno</itunes:keywords>
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<title>microSpace: Maria Barbara De Marco</title>
<description>Arte organica. La stoffa, il materiale utilizzato da Maria Barbara De Marco per creare le sue opere diviene al contempo maschera che modifica il corpo di chi le indossa, e ne muta lo sguardo, e costume che tramuta il corpo dell'uomo in quello di un angelo, o di un cavaliere medievale. Le sue opere ci parlano di un'artista che si avvicina all'arte intesa come creatività, ma non dimentica l'accezione greca di arte come techné, che si avvicina alla tradizione e all'artigianato, che diventa design innovativo e scultura.
La stoffa, a cui l'artista da forma, viene trattata con grande rispetto, la sua natura malleabile non subisce alcuna violenza: l'avvicendarsi di morbidezza e parti dure non è realizzato con artifici, ma con il lavoro manuale dell'artista: le cuciture modellano e danno forma e vita alle opere. E' un'arte viva, ma anche un'arte da indossare e vivere, perfetto complemento del nostro corpo, costume e maschera: "Arte organica" è il nome che l'artista stessa ha coniato per le sue opere. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Speedsound</itunes:author>
<itunes:subtitle>Vincitore Maggio 2009</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Arte organica. La stoffa, il materiale utilizzato da Maria Barbara De Marco per creare le sue opere diviene al contempo maschera che modifica il corpo di chi le indossa, e ne muta lo sguardo, e costume che tramuta il corpo dell'uomo in quello di un angelo, o di un cavaliere medievale. Le sue opere ci parlano di un'artista che si avvicina all'arte intesa come creatività, ma non dimentica l'accezione greca di arte come techné, che si avvicina alla tradizione e all'artigianato, che diventa design innovativo e scultura.
La stoffa, a cui l'artista da forma, viene trattata con grande rispetto, la sua natura malleabile non subisce alcuna violenza: l'avvicendarsi di morbidezza e parti dure non è realizzato con artifici, ma con il lavoro manuale dell'artista: le cuciture modellano e danno forma e vita alle opere. E' un'arte viva, ma anche un'arte da indossare e vivere, perfetto complemento del nostro corpo, costume e maschera: "Arte organica" è il nome che l'artista stessa ha coniato per le sue opere. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno
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<pubDate>Thu, 30 Apr 2009 20:06:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, maria barbara de marco, anna epis, aldo torrebruno</itunes:keywords>
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<title>microRoom: In fondo...Rosso</title>
<description>Forse mai, come nel caso delle sei opere di questa mostra, possiamo riconoscere con la stessa semplicità il cosiddetto fil rouge che le unisce e le attraversa. Un gioco di parole, in questo caso, che ben rappresenta il legame che sottende e pervade ogni singola opera, accompagnandoci dall’una all’altra. Rosso ... Rosso ovunque. Non ci sono spazi definiti. Un rosso che toglie peso alle forme, che diventa quasi tutta l’opera, sinonimo di stabilità nel gioco delle molteplici sfumature che si sovrappongono. Sottile e arguto, nell’intrico dell’anima di Silvia Cacciatori. Superbo e rutilante sullo sfondo, insieme leggero e profondo, nelle sfumature aeree e luminose delle tele di Cristina Cattaneo ed Elisabetta Fontana. Nel contrasto del bianco e del nero, il rosso esplode, unico, intenso e indubitabile colore nella pittura di Daniela Baldo e Giacomo Taddeucci. Diventa acceso e vitale centro d’attenzione del nostro sguardo appuntato sul mondo malinconico di Masazumi Nishino. Un tratto fresco, leggero, ma non improvvisato, contraddistingue queste opere, una gestualità veloce e immediata che si fa espressione di un momento creativo meditato, ma senza artificio. Testo critico di Barbara Di Santo</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Adult Only</itunes:author>
<itunes:subtitle>Daniela Baldo, Silvia Cacciatore, Cristina Cattaneo, Elisabetta Fontana, Masazumi Nishino, Giacomo Taddeucci</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Forse mai, come nel caso delle sei opere di questa mostra, possiamo riconoscere con la stessa semplicità il cosiddetto fil rouge che le unisce e le attraversa. Un gioco di parole, in questo caso, che ben rappresenta il legame che sottende e pervade ogni singola opera, accompagnandoci dall’una all’altra. Rosso ... Rosso ovunque. Non ci sono spazi definiti. Un rosso che toglie peso alle forme, che diventa quasi tutta l’opera, sinonimo di stabilità nel gioco delle molteplici sfumature che si sovrappongono. Sottile e arguto, nell’intrico dell’anima di Silvia Cacciatori. Superbo e rutilante sullo sfondo, insieme leggero e profondo, nelle sfumature aeree e luminose delle tele di Cristina Cattaneo ed Elisabetta Fontana. Nel contrasto del bianco e del nero, il rosso esplode, unico, intenso e indubitabile colore nella pittura di Daniela Baldo e Giacomo Taddeucci. Diventa acceso e vitale centro d’attenzione del nostro sguardo appuntato sul mondo malinconico di Masazumi Nishino. Un tratto fresco, leggero, ma non improvvisato, contraddistingue queste opere, una gestualità veloce e immediata che si fa espressione di un momento creativo meditato, ma senza artificio. Testo critico di Barbara Di Santo
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<pubDate>Wed, 15 Apr 2009 00:01:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, barbara di santo, anna epis, aldo torrebruno, Daniela Baldo, Silvia Cacciatore, Cristina Cattaneo, Elisabetta Fontana, Masazumi Nishino, Giacomo Taddeucci</itunes:keywords>
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<title>microSpace: Angelo Pacifico</title>
<description>Le opere presentate da Angelo Pacifico per la mostra personale microSpace ci offrono quattro viste sulla città, originali ed accattivanti. Se da un lato, infatti, la città viene vista come un agglomerato urbano di mostri, quasi spersonalizzanti, che si estendono sia in verticale sia in orizzontale, dall’altro Pacifico evidenzia con forza l’invisibile presenza dell’uomo, che abitando lo spazio urbano lo rende vivo.
Il rapporto tra vita della città e vita dell’individuo è costante e la presenza umana, pur non essendo mai esplicita, è evidente in tutte le opere: a fianco del mostro di cemento sorge il luogo di ritrovo per eccellenza, il bar, che cromaticamente e figurativamente aggiunge vitalità allo spazio opprimente che lo circonda, oppure come nel caso del grattacielo che viene accudito e restaurato - mentre sembra sanguinare. 
L’artista interpreta le città del mondo e - come nel caso di Barcellona - riesce a creare rapporti sinestesici tra colori, suoni e sensazioni, per restituirci la propria lettura dello spazio urbano. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Ehma</itunes:author>
<itunes:subtitle>Vincitore Aprile 2009</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Le opere presentate da Angelo Pacifico per la mostra personale microSpace ci offrono quattro viste sulla città, originali ed accattivanti. Se da un lato, infatti, la città viene vista come un agglomerato urbano di mostri, quasi spersonalizzanti, che si estendono sia in verticale sia in orizzontale, dall’altro Pacifico evidenzia con forza l’invisibile presenza dell’uomo, che abitando lo spazio urbano lo rende vivo.
Il rapporto tra vita della città e vita dell’individuo è costante e la presenza umana, pur non essendo mai esplicita, è evidente in tutte le opere: a fianco del mostro di cemento sorge il luogo di ritrovo per eccellenza, il bar, che cromaticamente e figurativamente aggiunge vitalità allo spazio opprimente che lo circonda, oppure come nel caso del grattacielo che viene accudito e restaurato - mentre sembra sanguinare. 
L’artista interpreta le città del mondo e - come nel caso di Barcellona - riesce a creare rapporti sinestesici tra colori, suoni e sensazioni, per restituirci la propria lettura dello spazio urbano. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno
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<pubDate>Wed, 1 Apr 2009 00:01:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, angelo pacifico, anna epis, aldo torrebruno</itunes:keywords>
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<title>microRoom: Spazi sospesi</title>
<description>E’ la sospensione nello spazio, la cifra che contraddistingue questa collettiva microRoom. Gli artisti che partecipano definiscono infatti, nelle proprie opere, lo spazio a partire dagli oggetti che lo popolano: spazi indefiniti o infiniti, spazi organici e irreali, rapporto tra palpabili fisicità e dimensione eterea. Così i fiori di Cecilia Mansi sembrano sospesi nella luce che li definisce, cancellando lo sfondo fisico, le nuvole di Egle Picozzi risultano sospese nello spazio infinito del cielo, che le definisce e che definiscono, e la materica fisicità dei nodi creati da Gaia Clerici gioca con lo spazio che li circonda, sia esso un indeterminato bianco, o il blu del feltro da cui tridimensionalmente emergono le sue figure.Le opere di Elisa Cella, di Lorenzo Longhi e di Elena Bottari sembrano invece richiamare spazi indeterminati ma quasi-cellulari: se nel caso di Elisa Cella si ha la sensazione di osservare un’opera di precisione chimica, i lavori di Lorenzo Longhi ed Elena Bottari sembrano richiamare, in uno spazio mentale, caratterizzato dal fondo bianco, elementi biologici, e porsi in un frammezzo tra macro e micro, tra mondo che ci circonda e noi stessi.In generale, che sia l’infinità del cielo, o l’infinitamente piccolo delle cellule, è lo spazio e la sospensione spaziale il sottile fil rouge che mette in comunicazione le opere di questi sei artisti. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Santah</itunes:author>
<itunes:subtitle>Elena Bottari, Elisa Cella, Gaia Clerici, Lorenzo Longhi, Cecilia Mansi, Egle Picozzi</itunes:subtitle>
<itunes:summary>E’ la sospensione nello spazio, la cifra che contraddistingue questa collettiva microRoom. Gli artisti che partecipano definiscono infatti, nelle proprie opere, lo spazio a partire dagli oggetti che lo popolano: spazi indefiniti o infiniti, spazi organici e irreali, rapporto tra palpabili fisicità e dimensione eterea. Così i fiori di Cecilia Mansi sembrano sospesi nella luce che li definisce, cancellando lo sfondo fisico, le nuvole di Egle Picozzi risultano sospese nello spazio infinito del cielo, che le definisce e che definiscono, e la materica fisicità dei nodi creati da Gaia Clerici gioca con lo spazio che li circonda, sia esso un indeterminato bianco, o il blu del feltro da cui tridimensionalmente emergono le sue figure.Le opere di Elisa Cella, di Lorenzo Longhi e di Elena Bottari sembrano invece richiamare spazi indeterminati ma quasi-cellulari: se nel caso di Elisa Cella si ha la sensazione di osservare un’opera di precisione chimica, i lavori di Lorenzo Longhi ed Elena Bottari sembrano richiamare, in uno spazio mentale, caratterizzato dal fondo bianco, elementi biologici, e porsi in un frammezzo tra macro e micro, tra mondo che ci circonda e noi stessi.In generale, che sia l’infinità del cielo, o l’infinitamente piccolo delle cellule, è lo spazio e la sospensione spaziale il sottile fil rouge che mette in comunicazione le opere di questi sei artisti. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Sun, 15 Mar 2009 17:00:00 +0100</pubDate>
<itunes:duration>02:06</itunes:duration>
<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microroom, fotografia, Elena Bottari, Elisa Cella, Gaia Clerici, Lorenzo Longhi, Cecilia Mansi, Egle Picozzi, anna epis, aldo torrebruno</itunes:keywords>
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<title>microSpace: Elisa Talentino</title>
<description>Elisa Talentino è una giovane artista che vive tra il Piemonte e Valencia, in Spagna. Le opere proposte per microspacecompetition trattano il tema delle sirene e dei mostri d’acqua, temi simbolici carichi di richiami: dalla simbologia omerica, che disegna le sirene da un lato come dispensatrici di conoscenza, ma dall’altro come pericolose per l’uomo, fino alla simbologia cristiana, che introduce lo spettro della donna seduttrice, lussuriosa e perfida.Queste Sirene sono però molto particolari, poiché rispetto all’iconografia cui siamo abituati, sono invertite le parti: gambe di donna e testa di pesce. Queste nuove sirene sembrano richiamare un nuovo canone di bellezza (e non a caso le gambe sono seducenti, da modella), e confermare la propria pericolosità. I mostri marini proposti da Elisa Talentino hanno grande capacità di dialogo, poiché si trovano a proprio agio nel mare, tra gli uomini, tra le pagine di giornali e libri e soprattutto all’interno di uno spazio onirico che non ha confini... Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Adult Only</itunes:author>
<itunes:subtitle>Vincitrice Marzo 2009</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Elisa Talentino è una giovane artista che vive tra il Piemonte e Valencia, in Spagna. Le opere proposte per microspacecompetition trattano il tema delle sirene e dei mostri d’acqua, temi simbolici carichi di richiami: dalla simbologia omerica, che disegna le sirene da un lato come dispensatrici di conoscenza, ma dall’altro come pericolose per l’uomo, fino alla simbologia cristiana, che introduce lo spettro della donna seduttrice, lussuriosa e perfida.Queste Sirene sono però molto particolari, poiché rispetto all’iconografia cui siamo abituati, sono invertite le parti: gambe di donna e testa di pesce. Queste nuove sirene sembrano richiamare un nuovo canone di bellezza (e non a caso le gambe sono seducenti, da modella), e confermare la propria pericolosità. I mostri marini proposti da Elisa Talentino hanno grande capacità di dialogo, poiché si trovano a proprio agio nel mare, tra gli uomini, tra le pagine di giornali e libri e soprattutto all’interno di uno spazio onirico che non ha confini... Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Tue, 3 Mar 2009 23:53:00 +0100</pubDate>
<itunes:duration>01:26</itunes:duration>
<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, competition, pittura, elisa talentino, anna epis, aldo torrebruno</itunes:keywords>
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<title>microRoom: Limiti</title>
<description>La mostra collettiva indaga, attraverso il dialogo tra opere di artisti diversi, il tema dei legami, dei limiti, delle imposizioni che la società prescrive all’uomo ed in particolare al suo corpo, alla sua fisicità.I corpi, nelle opere presentate dall’eterogeneo gruppo di giovani artisti, sono sempre rinchiusi, limitati, legati, impediti nei movimenti e nelle azioni da qualcosa che paradossalmente potrebbe o dovrebbe proteggerli, ma che al contempo finisce per disegnare uno spazio costrittivo, per limitarne le possibilità. Sia il filo spinato, contro cui sembra lanciare un muto urlo di ribellione il prigioniero di Alex Antonini, siano le ossessive strisce verticali del letto o quella che sembra essere una tenda ed in realtà è la veste di Alessandra Giotto, siano i fili che sembrano legare alla tela, in un gioco tra dipinto e realtà, le donne di Anasor Ed Searom, sia infine il vetro da cui cercano di fuggire i corpi intrappolati di Viola e Attila, che finiscono per deformarsi nel contatto con la superficie che li limita, è in ogni caso una pulsione verso la libertà quella che muove i corpi di questa collettiva microroom.In tutti i casi non ci è dato sapere se il filo spinato, il vetro, la veste, rappresentino una minaccia o una forma di difesa, ciò che è certo è che l’effetto complessivo che si ottiene dalle opere che animano questa collettiva virtuale sia segnato dalle barriere che l’uomo frappone sempre più spesso tra il nostro essere e la realtà che ci circonda, e che finiscono però per mortificare i nostri corpi, che si ribellano e chiedono – senza voce – di essere lasciati andare... Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Roger Subirana</itunes:author>
<itunes:subtitle>Alex Antonini, Alessandra Giotto, Anasor ed Searom, Viola e Attila</itunes:subtitle>
<itunes:summary>La mostra collettiva indaga, attraverso il dialogo tra opere di artisti diversi, il tema dei legami, dei limiti, delle imposizioni che la società prescrive all’uomo ed in particolare al suo corpo, alla sua fisicità.I corpi, nelle opere presentate dall’eterogeneo gruppo di giovani artisti, sono sempre rinchiusi, limitati, legati, impediti nei movimenti e nelle azioni da qualcosa che paradossalmente potrebbe o dovrebbe proteggerli, ma che al contempo finisce per disegnare uno spazio costrittivo, per limitarne le possibilità. Sia il filo spinato, contro cui sembra lanciare un muto urlo di ribellione il prigioniero di Alex Antonini, siano le ossessive strisce verticali del letto o quella che sembra essere una tenda ed in realtà è la veste di Alessandra Giotto, siano i fili che sembrano legare alla tela, in un gioco tra dipinto e realtà, le donne di Anasor Ed Searom, sia infine il vetro da cui cercano di fuggire i corpi intrappolati di Viola e Attila, che finiscono per deformarsi nel contatto con la superficie che li limita, è in ogni caso una pulsione verso la libertà quella che muove i corpi di questa collettiva microroom.In tutti i casi non ci è dato sapere se il filo spinato, il vetro, la veste, rappresentino una minaccia o una forma di difesa, ciò che è certo è che l’effetto complessivo che si ottiene dalle opere che animano questa collettiva virtuale sia segnato dalle barriere che l’uomo frappone sempre più spesso tra il nostro essere e la realtà che ci circonda, e che finiscono però per mortificare i nostri corpi, che si ribellano e chiedono – senza voce – di essere lasciati andare... Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Sun, 12 Feb 2009 23:53:00 +0100</pubDate>
<itunes:duration>01:53</itunes:duration>
<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, competition, fotografia, Alex Antonini, Alessandra Giotto, Anasor ed Searom, Viola e Attila, anna epis, aldo torrebruno</itunes:keywords>
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<item>
<title>microSpace: Maria Cavagnero</title>
<description>Maria Cavagnero è una giovane fotografa, nata nel 1981. Ha compiuto studi di fotografia in spagna, a Barcellona, dove vive e lavora. Ha al suo attivo alcune mostre in Spagna e in Italia.Il progetto presentato per microSpaceCompetition si intitola Barcelona. La città, solitamente piena di gente, si ritrova sola, abbandonata dalla gente che è scappata, alla ricerca di un luogo migliore e sembra contorcersi su sé stessa.Tutte le foto sono state scattate in zone di recente costruzione, che hanno preso il posto di campi o, nel peggiore dei casi, di spazi e luoghi di aggregazione sociale. Maria,che ha intenzione di proseguire la sua indagine in altre metropoli, denuncia il processo di omologazione di tutte le grandi città del mondo che, in fasi di speculazione edilizia, sembrano essere costruite secondo uno schema prefissato e indifferenziato, che rende omogenee le città di ogni zona del mondo, in un avanzare del cemento, a scapito del verde.La critica alla cementificazione e all’omologazione diviene critica sociale, l’artista denuncia il piegarsi della volontà individuale alle scelte della società, e attraverso la distorsione visiva ci mostra una città curva e primordiale, in una visione onirica, che però assume i contorni dell’incubo. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</description>
<itunes:author>microbo.net - Musica di sottofondo di Strange space</itunes:author>
<itunes:subtitle>Vincitrice febbraio 2009</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Maria Cavagnero è una giovane fotografa, nata nel 1981. Ha compiuto studi di fotografia in spagna, a Barcellona, dove vive e lavora. Ha al suo attivo alcune mostre in Spagna e in Italia.Il progetto presentato per microSpaceCompetition si intitola Barcelona. La città, solitamente piena di gente, si ritrova sola, abbandonata dalla gente che è scappata, alla ricerca di un luogo migliore e sembra contorcersi su sé stessa.Tutte le foto sono state scattate in zone di recente costruzione, che hanno preso il posto di campi o, nel peggiore dei casi, di spazi e luoghi di aggregazione sociale. Maria,che ha intenzione di proseguire la sua indagine in altre metropoli, denuncia il processo di omologazione di tutte le grandi città del mondo che, in fasi di speculazione edilizia, sembrano essere costruite secondo uno schema prefissato e indifferenziato, che rende omogenee le città di ogni zona del mondo, in un avanzare del cemento, a scapito del verde.La critica alla cementificazione e all’omologazione diviene critica sociale, l’artista denuncia il piegarsi della volontà individuale alle scelte della società, e attraverso la distorsione visiva ci mostra una città curva e primordiale, in una visione onirica, che però assume i contorni dell’incubo. Testo critico di Anna Epis e Aldo Torrebruno</itunes:summary>
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<pubDate>Sun, 25 Jan 2009 00:53:00 +0100</pubDate>
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<itunes:keywords>microbo, arte, mostre, microspace, competition, fotografia, maria cavagnero, anna epis, aldo torrebruno</itunes:keywords>
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